VINCENZIO MARTINELLI.
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LETTERE FAMILIARI E CRITICHE.
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1758. Giovanni Nourse, libraio nello Strand, LONDRA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
         Fondazione Ezio Galiano onlus
            http:\\www.galiano.it
     ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito dall'Associazione Culturale "Liber Liber". http://www.liberliber.it/
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Presentazione.
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Vincenzio Martinelli, nato nel 1702 e deceduto nel 1785, fu un originale pensatore italiano. Dalle sue lettere emerge uno spaccato dei suoi tempi che abbraccia non solo il panorama italiano ma anche quello inglese e, in parte, quello europeo.
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A SUA ECCELLENZA Il Signor Conte D'Orford.
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ECCELLENZA.
ECCO finalmente alla luce quelle Lettere, che Vostra Eccellenza si  compiaciuta permettermi di pubblicare sotto i suoi auspicj. Desidero che corrispondano a quella aspettativa che Ella ne ha concepita, onde non abbiano a esser reputate indegne del suo patrocinio. Prego l'ALTISSIMO che voglia concedere a Vostra Eccellenza lunga e prospera vita, acciocch Ella possa a seconda de' suoi rari talenti emulare un giorno quella gloria, che ha reso immortale il nome de i suoi Maggiori.
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Londra 20 Ottobre 1757.
Di Vostra Eccellenza, umilissimo devotissimo e obbedientissimo Servitore.
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VINCENZIO MARTINELLI.
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PREFAZIONE. dell'Autore.
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Dove l'Autore fa un'itinerario cronologico e critico delli Scrittori di Lettere Italiane.
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TRA gli Autori, da i quali si pu con maggior facilit imparare una Lingua, niuno ve n' che aggiunga alli Scrittori di Lettere, come quelli che nello scrivere conservano pi d'ogni altro il dialetto familiare e comune. Niuna Nazione abbonda di tali Scrittori maggiormente degli Italiani, ma i Librarj Inglesi non essendone come de gli altri nostri componimenti provvisti, questa verit non  da chi non ha viaggiato in Italia generalmente conosciuta.
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La penuria di questa sorte di Libri in Inghilterra, e le continue richieste che i Librarj ne hanno dalli studiosi di nostra Lingua, unite a i conforti di varj amici, mi hanno indotto a pubblicare questa mia Raccolta, nella quale mi sono ingegnato d'includere tutte quelle nozioni che gli studj, i quali per tutta la mia vita ho fatti nella lingua Toscana mi hanno prodotto, onde facilitare alli studiosi il metodo d'impararla, e condurgli alla cognizione de i pregj de i nostri Scrittori pi celebri.
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Fino da i primi tempi, che la nostra Lingua cominci a prendere qualche forma d'eleganza vi furono Scrittori riguardevoli di lettere. Tra i primi che meritino l'attenzione de gli eruditi sono il Volgarizamento delle lettere di Seneca, quelle del Beato Giovanni delle Celle, e quelle del Padre Guido Aretino, detto comunemente Fra Guittone d'Arezzo, celebre per i suoi scritti sopra la Musica, inventore del Contrappunto, e dal quale furono fissati i tuoni, che presentemente si cantano.
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Di Dante ne abbiamo varie, tra le quali  una piena e curiosa relazione della sua ambasciata al Senato di Venezia in nome del Signore da Polenta Principe di Ravenna. Di Messer Cino da Pistoja Professore di leggi in Bologna ne abbiamo alcune poche, e tra l'altre una al Petrarca, dove lo esorta a lasciare li studj della poesia, come cosa di poco momento per avanzarsi, e a continuare in quella vece quello studio di leggi che aveva cominciato con tanto profitto sotto la di lui disciplina, come un mezzo pi proprio a pervenire a grandi fortune.
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Di questo Cino vi sono anco delle bellissime canzoni, le quali pare che abbiano servito molto di modello a quelle maravigliose, che compose dipoi il Petrarca. Del Petrarca e del Boccaccio ve ne sono in maggior quantit, e tutte per quei tempi, ne i quali furono scritte, molto eleganti e leggiadre. Tra quelle di quest'ultimo  l'Epistola confortatoria a Pino de' Rossi, che  un capo d'opera d'eloquenza. Molto sensate e di pulito ed elegante linguaggio sono quelle di Lorenzo de' Medici detto il Magnifico, come anche quelle di Leonardo Aretino e di Marcello Virgilio, Segretarj ambidue della Repubblica Fiorentina.
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Del Guicciardini e del Machiavelli ce ne sono molte e degne d'Autori s gravi, quali furono questi due restauratori dell'Istoria, ma non sono, ch'io sappia, ancora comparse alla luce della stampa. Qu finisce la serie de gli Autori, che da noi si chiamano antichi, perch vissuti avanti l'estinzione della Repubblica Fiorentina, che si pu dire anco la Repubblica della Lingua Italiana, perch in Firenze ella ebbe la cuna della eleganza, e quindi tutto quello aumento che l'ha condotta allo stato della presente sua perfezione. Tra i primi adunque de i moderni  da notare il Berni, padre della Satira Italiana, e autore del famoso Poema dell'Orlando innamorato, scrittore purissimo quanto alla lingua, e grazioso e ameno all'ultimo segno ne i pensieri e nelle espressioni.
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Appresso vengono quelle del Molza e del Sanga, tutti e due autori parimente di Satire alla maniera del Berni, ma in questo genere assai inferiori. Di Bernardo Tasso autore del Poema intitolato l'Amadigi ci sono lettere assai belle, ma pi belle sono quelle di Torquato Tasso suo figliuolo, autore dell'Aminta, Pastorale gentilissima e degna di qualunque laude, non meno che della Gerusalemme liberata, la quale ha immortalato il suo nome. Molto stimabili sono quelle d'Angelo di Costanzo, quelle di Marcantonio Flaminio, del Castiglione, del Tolomei, di Monsignor della Casa, e di Vincenzio Martelli. Vi  una raccolta di lettere di Donne, tra le quali meritano moltissima laude quelle di Vittoria Colonna, di Veronica Gambara, e di Tullia d'Aragona.
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I Pistolotti amorosi del Doni sono graziosissimi, e molto sul gusto delle lettere amorose d'Aristenete. Belle sono le lettere d'Annibal Caro, ma non tutte, avendone gli avari e malamente critici stampatori pubblicate molte, che non meritano di vedere la luce, come sono la maggior parte delle cose che gli eruditi non compongono con tale intenzione. Anco il suo linguaggio non  de i pi puri, e ne i modi di dire odora spesse volte il dialetto nativo dell'autore, cio Lombardo. Quelle del Cardinal Bentivoglio seniore sono curiose, perch poche ve ne sono ove non s'incontri qualche notizia aneddota toccante il suo Ministero.
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Qu si pu dire che finisca la seconda epoca o periodo della nostra Lingua. Primo della terza epoca  il gran Galileo. Poche sono le lettere che abbiamo stampate di questo mirabilissimo ingegno, ma da quelle che ci sono pervenute si vede che nelle lettere egli  egualmente grande che in qualunque altro suo componimento. Una ne trover il Lettore, che io ho inserita nella quarantesima settima di questa mia Raccolta, nella quale il Galileo pronunzia in compendio il suo giudizio del merito dell'Orlando furioso di Lodovico Ariosto in confronto della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso.
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Da questa lettera vedr facilmente chi legge che il Galileo anco nello stile epistolare fu come l'inventore d'un nuovo sistema, perch lo ridusse a quel conciso, nervoso e chiaro, al quale avevano ridotto il loro quei Latini dell'aureo secolo. Il Redi suo discepolo, non meno che suo ammiratore e imitatore, gli vien dietro, con tanta gentilezza, umanit e accorgimento che il lettore se ne innamora in pochissimo tempo. Appresso viene il Salvini, erario inesausto di qualunque pulita erudizione, le cui lettere sono istruttive e piacevoli al maggior segno.
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Questi tre io darei per esempio a chi veramente volesse fortificarsi nello stile epistolare Italiano, non avendo essi lasciato Venere alcuna da desiderarvi. Anco le lettere del Magalotti, contemporaneo di questi due ultimi, sono molto raccomandabili, perch eruditissime e di purissimo linguaggio, ma non senza qualche affettazione di stile. Per ultimo viene Eustachio Manfredi Bolognese, celebre Astronomo de' nostri tempi, poco fa trapassato, le cui lettere sono molto sull'andare di quelle del Redi. Per concludere una classe tanto copiosa di puliti Scrittori di Lettere in una lingua, quali sono quelli che io ho ricordati, l'erudito Lettore vedr facilmente quanto immenso debba essere il numero de gli altri scrittori di lettere Italiane di minor nota.
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Quanto alla ortografia della quale mi son servito nello scrivere queste mie, ella  quella che io ho creduta pi facile per rendere intelligibili i sensi, particolarmente per li stranieri di nostra Lingua. Non ho usato l'h nel principio delle parole come facevano gli antichi, perch non si pronunzia, onde viene a essere inutile, all'eccezzione dell'o e dell'a, alle quali lettere l'ho preposta alcuna volta per distinguerle quando sono verbi da quelle che sono preposizioni. La distribuzione di queste Lettere segue l'ordine cronologico della loro data, eccetto quelle due che hanno la data di Napoli.
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INDICE DE GLI ARGOMENTI DELLE LETTERE che si contengono nella presente RACCOLTA.
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LETTERA 1. Al Sig.r Baron di Grooning all'Aja.
L'Autore gli da conto dell'accoglienza fattagli da Mylord Chesterfield a contemplazione della lettera di raccomandazione che il Signor Barone gli aveva data per lui.
LETTERA 2. Al Signor Abbate Antonio Niccolini a Colonia.
L'Autore gli da conto di due Lettere una pel Signor Conte di Granville, l'altra per Mademoiselle Leti.
LETTERA 3. Al Signor Conte Finocchietti, Ministro Plenipotentiario del R delle due Sicilie, all'Aja.
L'Autore gli da conto del suo Viaggio, e del suo arrivo in Londra.
LETTERA 4. Al Signor Don Teofilo Mauri a Napoli.
Sopra una Commissione di Tabacco, e sopra qualche particolarit toccante la Nazione Inglese.
LETTERA 5. Al Signor Francesco Whithead a Londra.
Dandogli conto della villeggiatura di Bratton, dove l'Autore era andato a passare quindici giorni dal Fratello del detto Signore.
LETTERA 6. Al medesimo.
In risposta al quesito, Come si sia estinta la Linea de i Gran Duchi Medicei di Toscana.
LETTERA 7. A N. N.
Che interroga l'Autore quale sia la miglior Gramatica, e il miglior Dizionario Italiano e Inglese, e quale sia il metodo pi facile d'insegnare la Lingua Italiana.
LETTERA 8. Al medesimo.
Che domanda all'Autore in qual parte d'Italia risegga la vera pronunzia della Lingua Italiana, e donde abbia avuto origine quel proverbio Lingua Toscana in bocca Romana, tanto vantato dal Veneroni.
LETTERA 9. Al Signor Giovanni Chute.
Sopra la morte del Signor Francesco Whitehead.
LETTERA 10. Alla Signora Eleonora Gilbert.
Sopra il metodo da tenersi per imparare a scrivere in Lingua Italiana.
LETTERA 11. Al Signor Giuseppe Reghini a Venezia.
Sul suo ritiro in Campagna.
LETTERA 12. A N. N.
Che chiede all'Autore l'Oroscopo di un Bambino natogli il primo di Maggio.
LETTERA 13. Al Signor Giacomo Grenville.
Sopra il libro intitolato Esprits des Loix.
LETTERA 14. Al medesimo.
Sopra la definizione, che l'Autore dello Spirito delle Leggi fa dell'uomo nello stato nudo di natura.
LETTERA 15. Al medesimo.
Sopra le divisioni, che l'Autore dello Spirito delle Leggi fa de i differenti Governi.
LETTERA 16. Al medesimo.
Sopra gl'Inquisitori di Stato della Repubblica di Venezia.
LETTERA 17. Al medesimo.
Sulla influenza de i Climi sulle Societ Civili.
LETTERA 18. Al medesimo.
Sulla Vendita delle Cariche pubbliche, e sulle private Giurisdizioni Feudali.
LETTERA 19. Al Signor Conte di Plimouth.
Ringraziandolo del dono di una bellissima Spada.
LETTERA 20. Al Signor Luca Corsi a Firenze.
Sopra alcuni Consigli di Mercatura da esso dati all'Autore, e sopra il Libro de i Bagni di Pisa scritto dal Signor Antonio Cocchi.
LETTERA 21. A Mylord Pulteney a Richemond.
Sopra il Secolo di Luigi 14esimo.
LETTERA 22. Al medesimo.
Sopra il Secolo di Luigi 14esimo.
LETTERA 23. Al Signor Dottor La Cour.
In ringraziamento d'aver curato l'Autore d'una percossa nell' cader da Cavallo.
LETTERA 24. Al Signor Cavalier Pecci.
Sul preferire che egli fa il soggiorno di Londra a quello di Parigi.
LETTERA 25. Al Signor Marchese Paolucci, inviato straordinario del Serenissimo Signor Duca di Modena.
L'Autore gli da conto della sua villeggiatura d'Arbury.
LETTERA 26. Al Signor Giuseppe Treves.
In risposta al participatogli suo matrimonio.
LETTERA 27. Al Milady Newdigate a Arbury.
Invitandola a venire a Londra per veder l'Opera del Siroe.
LETTERA 28. Alla Signora Coniers.
Sopra la di lei applicazione al suono della Cetra.
LETTERA 29. Al Signor Ruggiero Newdigate Cavalier Baronetto.
Sopra l'Ortografia della Lingua Italiana.
LETTERA 30. Al Signor Giuseppe Salvadore.
Sopra una Commissione data all'Autore toccante l'Opera.
LETTERA 31. Al Signor Giovanni Ward, Membro della Camera de i Communi.
Sopra il non avere l'Autore ancor pubblicata la sua Istoria della Musica
LETTERA 32. Al Signor Angelo Malevolti.
Sopra un colpo ricevuto da un Cavallo nel tempo che lo ammaestrava.
LETTERA 33. Al Signor Guglielmo Skrine a Breatwell.
In risposta a un'invito d'andare alla Campagna.
LETTERA 34. Al Signor Antonio Cocchi a Firenze.
Sopra un suo raccommandato all'Autore.
LETTERA 35. Al Signor Paolo Celesia a Genova.
Sulla sua venuta a Londra in qualit di Ministro per parte della sua Repubblica.
LETTERA 36. Al Signor Francesco Zon, Residente di Venezia.
In risposta a un suo invito a passar qualche giorno seco in Campagna.
LETTERA 37. Al Signor Francesco Martellacci, Nipote dell'Autore, a Pisa.
L'autore gli da alcune istruzioni sopra i Costumi.
LETTERA 38. Al medesimo.
Sopra il metodo da tenere ne i suoi studj.
LETTERA 39. Al Signor Conte d'Orford.
Sopra Dante.
LETTERA 40. Al medesimo.
Sullo stesso Soggetto.
LETTERA 41. Al Signor Conte di Pembroke.
Sull'uso dell'Acqua fredda.
LETTERA 42. Al medesimo.
Sullo stesso Soggetto.
LETTERA 43. Al Signor Conte di Coloredo, Inviato straordinario, e Ministro Plenipotenziario di Loro Maest Imperiale.
L'Autore gli manda una sua traduzione della prima Satira d'Orazio.
LETTERA 44. Al Signor Dottor Marsili a Oxford.
In risposta ad una sua dove da all'Autore ragguaglio di quella Universit.
LETTERA 45. Al Signor Carlo Townsend.
Sopra il Libro della origine e fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini pubblicato da Monsieur Rousseau.
LETTERA 46. Al medesimo.
Sullo stesso Soggetto.
LETTERA 47. A Mylord Charlemont.
Sopra l'Ariosto.
LETTERA 48. Al medesimo.
Sullo stesso Soggetto.
LETTERA 49. Al Signor Antonio Vallisnieri, Professor Pubblico di Storia naturale nell'Universit di Padova.
Sopra il Museo del Cavaliere Sloane.
LETTERA 50. Al Signor Giuseppe Baretti.
Sopra il suo pensiero di emendare il Dizionario dell'Altieri.
LETTERA 51. Al Signor Conte di Sandwich.
Sopra la Scoperta delle antichit d'Ercolano.
LETTERA 52. Al Signor Roberto Hudgkinsons.
Sopra la Libert.
LETTERA 53. Al Signor Guglielmo Bagot.
Sulla reputazione di Pietro Aretino.
LETTERA 54. Al Signor Conte di Buckinghamshire.
Sulla origine delle Opere in Musica.
LETTERA 55. Al medesimo.
Sopra la ragione del Canto, e sua Composizione.
LETTERA 56. Al medesimo.
Della ragione del Suono.
LETTERA 57. A Mylord Walpol.
Quale sia la Nazione che nella pronunzia della Lingua Latina s'avvicini pi al modo, con cui gli antichi Romani la pronunziavano.
LETTERA 58. Al Signor Dottor Gregorio Sharp.
Sopra il Valore delle Ricchezze.
LETTERA 59. Al Signor Guglielmo Bromfield.
L'Autore gli rende grazie dell'assistenza prestatagli in una sua pericolosissima malattia.
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FINE Indice.
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Al Signor Baron di Grooning, all'Aja.
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L'Autore gli da conto della recezione fattagli da Mylord Chesterfield a contemplazione della lettera di raccomandazione che il Signor Barone gli aveva data per lui.
Illustrissimo Signore Signore Pad:ne Col:mo,
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QUALCHE settimana dopo ch'io fui giunto in questa Capitale mi presentai a Mylord Chesterfield, il quale letta la di lei lettera mi fece le pi gentili accoglienze del mondo. Si trattenne questo Signore lungamente meco, facendomi varie ricerche sulla salute, e sulle virtuose occupazioni di Vossignoria Illustrissima per la quale mostra di conservare il massimo affetto e la pi sincera amicizia. Pochi giorni sono Mylord mi fece l'onore d'invitarmi a un pranzo, dove ebbi il piacere d'incontrare il dottissimo Signor Martino Folkes, attual Presidente della Societ reale, cui avevo intimamente conosciuto in Venezia.
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Era tra i convitati anco un certo Signor Maldonado, Gentiluomo di una antichissima famiglia Spagnola, nato a Quitt nel Regno del Per, pieno di tante belle cognizioni in ogni sorte di letteratura, e dotato di tanta umanit e gentilezza, che lo stesso Signor Martino Folkes aveva concepita per lui la massima stima, e contratta seco l'amicizia pi intima. Gran maraviglia recava ad ognuno questo degno soggetto, considerando come egli avesse potuto tanto pulitamente erudirsi nelle pi colte discipline in quelle Iperboree regioni, dove non si sapeva che avessero ancora navigato le Muse, venendo generalmente creduto che l'oro fosse l'unico studio di quelle Popolazioni.
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Una subitanea flussione infiammatoria lo assal giorni sono, e nel calor della febbre avendo una notte aperte le finestre per mitigare i suoi bollori coll'ajuto dell'aria fresca, siccome si usa in tali casi nel suo clima nativo del Per, questo istesso rimedio acceler la sua morte, la quale segu pochi giorni dopo. Resto sommamente tenuto a Vossignoria Illustrissima oltre i tanti favori dispensatimi durante il mio soggiorno in coteste Provincie, massimamente per questo, avendomi ella procurata la conoscenza del pi amabil Cavaliere che fosse mai, del quale udendolo con tanta grazia ed eloquenza favellare, direbbe un Greco, siccome usavano dir di Platone, che le api gli avessero fatti, escito appena dall'utero della madre, i favi del miele in bocca.
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Risplendono in lui ad ogni tratto raggi della maggior gentilezza, e di cognizione di mondo la pi perfetta, e in somma si trovano unite in esso tutte le qualit di un'accorto e bene informato Ministro, quelle di uno elegantissimo cortigiano, e quello che importa pi quelle rarissime di uno zelante, ed umanissimo cittadino. La supplico di somministrarmi occasioni di corrispondere a tanti obblighi ch'io le professo con tenre esercitata la mia obbedienza nella esecuzione dei suoi comandi, e insieme di considerarmi quale con tutta la stima ed ossequio mi do l'onore di protestarmi
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Londra 22 Settembre 1748.
Di Vossignoria Illustrissima umilissimo devotissimo Servitore.
VINCENZIO MARTINELLI.
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Al Signor Abate Antonio Niccolini, a Colonia.
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L'Autore gli da conto di due lettere una pel Signor Conte di Granville, l'altra per Mademoiselle Leti.
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Signor Marchese stimatissimo mio Signore,
LE due lettere che Ella si compiacque di favorirmi prima della mia partenza dall'Aja, una per Mylord Granville, l'altra per Mademoiselle Leti, mi produssero due effetti deliziosissimi, ma assai diversi tra loro. Quella, che m'introdusse a Mylord, mi fece conoscere un soggetto, del quale tutta l'Europa s Politica che Letterata parla con somma ammirazione, e la cui presenza magnific nella mia mente d'assai quello, che la fama me ne aveva recato. Il nome solo del Signor Abate Niccolini bast perch'ei mi facesse entrar subito a lui.
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Egli mi colm di gentilezze, e mi fece varie domande premurosissime sopra di lei, sopra la sua salute, e sopra i piaceri che le ha somministrati l'Olanda, mostrando un'amicizia perfetta, e una parzial tenerezza per tutto quello che la riguarda, e insieme una somma stima pel suo gran merito. Mi parl molto Sua Eccellenza della magnifica edizione che hanno fatta ultimamente in Venezia del Guicciardini, cui egli assai giudiziosamente valuta per l'Erodoto de gli Storici moderni, e molto informato mostrossi d'ogni altro de i nostri Autori pi reputati.
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Interruppero il nostro colloquio ben'otto o dieci altri Signori, che in poco spazio di tempo comparvero a visitarlo, de i quali non potrei ridirle i nomi, ma soggetti d'alto affare bisogna che fossero, perch avevano attorno tutti quelli splendori che le Corti sogliono dare a i primi lor Lumi. Quello ch'io posso dirle si  che tutti, sentendomi Messaggiero d'una lettera del Signor Abate, pregarono a una voce Mylord se communicabile fosse mai quella lettera di communicargliela, ciocch Sua Eccellenza concesse loro graziosamente.
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Letta e riletta la sua lettera io dovei farci i paralipomeni circa il soggiorno che ella aveva fatto in Olanda, il che mi fece concludere, che tutti quei soggetti riguardevolissimi hanno per lei una stima e un'amicizia particolare. Venghiamo al fatto dell'altra lettera. Dirolle adunque come trovata finalmente dopo una settimana d'inquisizione la casa di Mademoiselle Leti, il nome del Signor Abate Niccolini mi produsse come da Mylord un prontissimo ingresso. Qu bisogna innanzi di proceder pi oltre, ch'io confessi l'inganno, che quel Mademoiselle di sopra la lettera aveva fatto nel mio cervello.
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Io adunque non riflettendo, che Gregorio padre di questa Signora era morto sessanta e pi anni addietro, credei che quel titolo di Mademoiselle indicasse qualche Fanciullona di buona et, colla quale stante la introduzione della lettera, e la communit della patria, essendo ella nata di padre Italiano, non mi sarebbe stato impossibile di contrarre una amicizia che mi divariasse alquanto di quella solitudine, alla quale su questi principj la mia ignoranza di Londra averebbe dovuto di necessit condannarmi. Quando, ahi vista, ahi conoscenza! una Gigantesca Verginit d'ottant'anni mi si offerse d'avanti, ond'io fui per esclamare come Enea alla vista della semieterna Sibilla:
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O virgo, nova m facies inopinave surgit.
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La buona Signora non vi fu civilt, che non mi usasse, a contemplazione di quella lettera, n amicizia e stima che ella per la di lei persona non mi protestasse. Quando fatto alquanto di pausa al suo parlare, e fissati gli occhiali ne' miei sembianti, ah ah, esclam ella tutto in un colpo: Voi siete un Missionario, s un Missionario, o qualche gran Teologo d'importanza. L'aria del vostro volto non falla, la vostra gravit non m'inganna. Sebbene io sia alquanto Despote del mio ridere, pure a quella esclamazione poco manc ch'io non ne perdessi affatto il comando.
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Un sorriso nondimeno comparve, cui ella prese per una positiva conferma del suo vaticinio: ed io allora feci tosto un riflesso, che nata ella di Padre scocollato ne avesse ereditate le avversioni e i timori, siccome i figli di quei Romani che erano stati maltrattati da Annibale sempre temevano d'aver quel Caporale alle porte. La brevit del mio soggiorno in questo compendio della ricchezza e del Popolo pi importante di tre Regni, quale io riguardo questa Citadonazza, direbbe un Veneziano, di Londra, non mi avendo ancor permesso lo erudirmi di nuove, fa s ch'io mi riserbi a partecipargliene quando ne aver fatto tesoro. Intanto le rendo le pi distinte grazie delle preziose lettere, e in attenzione dell'onore de' suoi stimatissimi comandamenti con umi-lissimo ossequio mi professo
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Di Vostra Eccellenza.
umilissimo devotissimo e obbedientissimo Servitore
Londra.
5 Ottobre 1748. VINCENZIO MARTINELLI.
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Al Signor Conte Finocchietti,
Ministro Plenipotenziario del Re delle due Sicilie all'Aja.
L'Autore gli da conto del suo viaggio, e del suo arrivo in Londra.
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Signor Conte stimatissimo mio Signore
NON pu essere pi amorevole il rimprovero, che ella mi fa col riveritissimo foglio de i sei del corrente sul mio pertinace indugio a darle nuove del nostro arrivo in Londra: indugio, che non meriterebbe in niun conto perdono, quando non vi fossero incidenti che lo giustificassero. Venti giorni rimasero i nostri Bauli prima di poterli redimere dalla Dogana. Mylady Brown che era un'articolo essenzialissimo per darne ragguaglio alla Signora Contessa consorte in Venezia,  stata fino a pochi giorni sono in campagna; e finalmente il Signor Busenello, che voleva scriverle unitamente con me, stante i suoi preparativi Residentici, non ha trovato prima d'ora quest'ozio. Dico adunque come il nostro viaggio dall'Aja al mare fu ottimo.
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In mare poi ebbemo una burrasca di quattordici ore tale che il Caronte istesso del nostro Naviglio pregava Dio. Pianti di donne, strida di bambini, revoluzioni di stomaci, squallidi sembianti presentavano una scena assai Tragicomica. Io solo non convenivo in quei rammarichi della burrasca; perch un'eccessivo dolor di denti rapiva il mio pensiero a qualunque altra apprensione. Cess come al Ciel piacque finalmente la tempesta, e dieci ore di buon vento ci approdarono a gli Albioni.
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Il secondo giorno si fece il sospirato ingresso in questa immensa Citt di Londra. Cinque miglia traversammo per l'abitato prima di giugnere alla Casa del Signor Cappello Ambasciator Veneto, nelle cui vicinanze era fissato il nostro alloggio. Lo scabroso pavimento e la mal congegnata carrozza facevano una tempesta, secondo affermava il Signor Busenello che se ne rimembrava gli effetti, assai pi terribile della maritima. La folla e il rumore del Popolo delle carrozze e de i Carri era cos grande che a fatica potevamo procedere innanzi, e parlando udire l'un l'altro.
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Ma quello che ci rinfranc da tanti disastri fu la continuazione delle Botteghe di qu e di l per tutto quel lunghissimo tratto, tanto copiosamente d'ogni sorte di Mercanzie provvedute, che esse sole bastarono a darci un'idea della grande opulenza della Capitale e del Regno. Giunti dall'Ambasciatore il Signor Busenello fu tosto introdotto, e in grazia sua lo fui poco dopo ancor'io.
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Somma fu la benignit colla quale Sua Eccellenza ci accolse, e sonata la campanella del pranzo ci volle con dolce violenza suoi commensali, non ostante che noi procurassimo di difendercene, allegando il malallordine de i nostri vestiti, delle nostre barbe, delle nostre parrucche, con tutto quel rimanente che porta seco d'incolto un viaggio di mare e di terra; e cos sparuti dovemmo soffrire il rossore di far contrasto alla bellissima Ambasciatrice, la quale con quella, direbbe il Chiabrera,
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Bocca di perle e di rubini ardenti
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ci venne incontro ridente, e prevenendo graziosissimamente le nostre scuse colla inevitabile necessit d'un viaggio che ci aveva cos malconci, volle che il Signor Residente ed io le sedessimo a lato, e cos tra le squisite vivande che accorsero a placare la lunga fame, e la celeste compagnia di quella bellissima Venere, a Cipro piuttosto, che a Londra ci parve d'essere pervenuti: Piacere che ebbe breve durata, perch quei Signori quindici giorni dopo partirono, ed ella gli aver dalla Gazetta gi sentiti a Venezia. Mylady Brown torn due settimane sono dalla campagna.
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Il Signor Busenello ed io fummo tosto a inchinarla. Finezze infinite ci dispens la gentilissima Dama al primo incontro, e per compendiare il racconto, ogni sera siamo alla di lei conversazione, dove belle Dame ed amabili Cavalieri concorrono in quantit, e musica e giuoco e Letterati fanno con qualche cena di tempo in tempo un cumulo completo di divertimenti. Varj e varj sono stati i dialogi che abbiamo tenuti ella ed io sull'articolo di Venezia, di cui tiene Mylady ancor presenti i luoghi, gli amici, e la Signora Vittoria spezialmente, colla quale  s lungamente in amicizia vissuta, e che brama riveritissima in di lei nome.
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Molte ricerche mi ha fatte sulla Signora Contessa, cui vidde ella crescere cos bellina e graziosa, ed ha con sommo piacere sentito, che quella grazia e quella bellezza, che ella aveva infanti vedute, sieno oramai cresciute alla intera lor perfezione.  indicibile il contento ch'io provo della ottima via in cui si trova la Signora Contessa amabilissima di lei consorte di ristabilirsi in salute, e sarebbe in verit un peccato, che bocca s bella si chiudesse nel pi bel verde degli anni suoi, Ella che mi ha con tante grazie fatto da lungo tempo suissimo, mi spenda pure liberamente come a lei piace, sicuro che il maggiore onore ch'io m'auguri  quello dei suoi comandi, e mi creda quale colla solita stima ed ossequio mi protesto
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Di Vostra Eccellenza.
Londra 29 Novembre 1748.
umilissimo devotissimo e obbedientissimo Servitore.
VINCENZIO MARTINELLI.
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Al Signor Don Teofilo Mauri, a Napoli.
Sopra una commissione di Tabacco, e sopra qualche particolarit de i costumi della Nazione Inglese.
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Amico e Signor mio.
DALLA umanissima vostra dei 25 novembre sento, che finalmente i sospirati tabacchi sieno giunti sani e salvi, e che il Signor C... gli abbia trovati secondo il suo cuore, tanto che egli, come voi dite, sia innamorato di me. Egli ha certamente gran ragione di lodarsi della mia commissione, poich della stessa stessissima mercanzia che egli  stato forzato di prendere per altra mano, quel capo che gli  costato quindici, per mano mia lo ha avuto a dieci, e quello di quattordici a nove, oltre l'assicurazione, che di quella prima dovette pagare un diciotto per cento, e per mezzo mio l'ha pagata sei.
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Ma considerando questo amore del Signor C... verso di me, io credo che sia un'amor Cavallino, che ne i massimi suoi fervori morde e tira calci a pi potere, mentre sono tre mesi che  scaduta la lettera di cambio dei fiorini 2300 da pagarli ai Signori Munch e Rachel di Venezia, ed egli non l'ha ancora pagata; e a me ne corre un sei per cento. Laonde io son costretto a pregarvi di dire al Signor C... che per amor del cielo faccia tregua con questi suoi bollenti amori verso di me, e paghi quanto prima il suo debito, acciocch io in questa commissione perda manco che sia possibile. Di Londra voi aspettate ch'io vi dica molto, e io non posso dirvi sennon pochissimo.
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Appena vi approdai verso la met d'Agosto che un vecchio amico mi volle seco in campagna ne i suburbani si pu dire di questa capitale, perch non pi l di quindici miglia. La campagna non pu offerir vista pi vaga, n pi graziosa, mentre tutto in questi contorni per circa trenta miglia non  che un continuato giardino, maravigliosamente abitato. Non sono, eccetto che in alcune poche Provincie, in questo Regno montagne alte, n perfette pianure, sennon di brevissimo spazio, onde il terreno  composto tutto di collipiani, intermessi di mano in mano da piacevoli vallicelle con piccioli rivi che scorron per mezzo, onde dappertutto si presentano scene di amenissima vista. Il clima  temperatissimo.
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L'Inverno  meno freddo non del vostro, che freddo, eccetto le parti prossime agli appennini, voi altri Partenopei non sentite, ma del resto d'Italia per quei gran monti che noi abbiamo, e che mancano qu siccome vi ho detto. La State  molto meno calda della nostra, essendo il sole eclissato in gran parte da nuvoli, tanto che pochi giorni si contano in tutto l'anno, ove ei rimanga totalmente scoperto.
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Da questo derivando l'umido universale di questo Regno, e insieme da i quasi continui venti marini, e non da acque stagnanti dentro l'ambito dell'Isola, non  mal sano a i corpi, frequenti essendovi i centenarj, e dall'altro canto  benigno al terreno, mantenendovi sempre i pascoli verdi e abondanti, onde si nutrisce infinito bestiame, e secondandovi i campi di modo, che ogni raccolta di biade sarebbe bastante a nutrire il Popolo secondo il calcolo comune per quattr'anni; ed  questa abondanza di bestiame e di biade quello che costituisce la vera naturale e fondamentale ricchezza de i Popoli della Gran Brettagna.
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I Nobili, e qualunque altro possegga lati fondi, non usano della Capitale, che come di un gran Mercato, o per venire al Parlamento nell'Inverno, che  il tempo nel quale si aduna, e dove vivono la maggior parte da forestieri, tenendosi nel resto dell'anno alle loro respettive campagne, le quali sono le loro patrie, e da esse prendono le loro denominazioni, come noi usiamo dalle citt o altri luoghi popolati, ove le nostre famiglie si trovano stabilite. Quivi non casini, non ville, ma Regie hanno moltissimi, ove vivono s regiamente, che tanti i quali hanno cento e pi mila de i vostri ducati d'entrata l'anno, trovano talvolta il segreto di diventar poveri in poco tempo, e sono obbligati di ridursi a un ristretto Cittadi-nesco per non mancare del necessario.
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In quel regiamente vivere, ch'io vi accennai, si comprendono vastissimo numero di servitori, cani e cavalli senza numero, da caccia la maggior parte, da carrozza, da corsa con molte altre superfluit signorili, inclusavi la nobile ospitalit, contribuzioni per i poveri, per animare il progresso delle arti, e per ogni altra occorrenza che tenda al pubblico bene. E quanto alla ricchezza di questo Regno, superiore d'assai, salva la proporzione del popolo e del circuito, a qualunque altro d'Europa, un forestiero il quale non facesse che scorrere le strade maestre della campagna, senz'altra informazione la dedurrebbe subito dalla frequenza delle osterie s comode universalmente e copiosamente proviste, da non fare a qual si voglia gran Signore che vi si fermi sospirar gli agi della propria abitazione.
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Non istar per ora a entrarvi in dettagli di letteratura, perch questo immenso oceano di parole mi  in questo Regno quanto a i particolari per ora ignoto; solo vi dir in generale, che i dotti non ci sono mostrati a dito come oggetti di maraviglia, ma al contrario gl'ignoranti, di qualunque condizione si sieno, riscuotono un disprezzo universale. I miei rispetti umilissimi al Signor Marchese Carlo vostro zio, e a tutta la famiglia, amatemi, comandatemi e crediatemi quale sono e sar sempre con tutta la stima e colla pi verace amicizia.
Di Vostra Eccellenza
Londra
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Al Signor Francesco Whithead, a Londra.
Dandogli conto della Villeggiatura di Bratton, dove l'autore era andato a passare quindici giorni dal Fratello del detto Signore.
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Signor Whithead stimatissimo mio Signore
SEI persone in una carrozza nel sol leone, siculi non invenere Tyranni majus tormentum. Ma che dico sei persone? Quella di Salisbury che mi trasport in queste parti aveva tre uomini e tre donne, tutte gravide e cos corpulenti che ognuna faceva tre me. In somma lo stare quattordici ore stivato con tutta quella traspirantissima pinguedine, e con un sole che averebbe arrostito un bue col calore de i suoi raggi in tre ore, fece talmente anco me traspirare e sudare, ch'io giunsi qu diminuito di molte libbre di peso, oltre lo affaticarmi i polmoni di modo, ch'io per pi giorni non averei potuto levar di luogo una mosca col fiato. Sono finalmente pervenuto al piacere della caccia delle pernici, delle quali abbiamo trovate in gran copia.
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Ma  seguito a me di questo piacere, come d'ordinario succede di tutti gli umani disegni, perch dove mi era prefisso di farmene una delizia di tutto il settembre, mor presso a quell'istante in cui nacque. Uno schioppo o dappers difettoso, o da me malamente caricato mi di alla prima scarica una guanciata tanto possente, che poco manc non mi saltasser tutti i denti di bocca. Onde io ne porto una gota che pare una natta di dieci libbre e sar forzato a starmene in casa bene otto giorni, perch il vento, che qu soffia con somma energa, non finisca di rovinarmi la mandibularia economia.
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Aggiunga a questo certi maledetti insetti invisibili che qu chiamano moscini di mietitura, i quali mi hanno in mille luoghi delle gambe cavato sangue, e messo attorno un prurito peggio, che se mi tornasse la rosolia o il vajolo. Il Fratello ha la gotta, ma il piacer venatorio lo prevale talmente, che essendo inabile a cavalcare, va dietro a i cani in sedia, onde il maestro de i cani  obbligato a conciliare i passi della lepre con quelli di quel famoso caval giubilato, che tira la sedia quando il padrone ha la gotta. La posta ventura cio tra otto giorni, spero di poter'esser pi lungo, perch il tempo somministrer materia, e la guancia sar naturalmente tornata al suo sesto. Resto pieno di stima e d'umilissimo offequio,
Di Vossignoria Illustrissima
Bratton 31 Agosto 1751.
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Al medesimo
In risposta al quesito, Come si sia estinta la linea de i Gran Duchi Medicei di Toscana.
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Signor Whithead stimatissimo mio Signore,
DESIDEROSO di sodisfare alla mia promessa di non lasciarla durante questo mio soggiorno campestre una settimana senza mie lettere, e privo di materia che possa interessarla, ho pensato, giacch la solitudine mi somministra ozio bastante, d'appagare il suo desiderio sulla informazione da Vossignoria Illustrissima richiestami tempo fa circa le cagioni alle quali debba veramente attribuirsi la estinzione della linea de i Gran Duchi Medicei di Toscana, essendo questo un'aneddoto raccontato in pi maniere. Io mi dar adunque l'onore di dirle, come la verit secondo che io udi dire da mio Padre, e da altri pienamente informati di questo,  la seguente.
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Prima radice della estinzione di questa linea viene creduto Cosimo terzo, padre di Giovan Gastone ultimo Granduca di quella famiglia. Aveva Cosimo, rimasto nella prima sua giovent erede dello Stato, presa per moglie una figliuola di Gastone d'Orleans fratello di Luigi 14esimo Re di Francia, e nel corso di pochi anni avutine tre figliuoli, due maschi e una femina. Al primo fu posto nome Ferdinando in memoria dell'avo paterno, al secondo Giovan Gastone in memoria dell'avo materno, alla femina Anna Luisa in memoria di Luigi 14esimo. Vedendo Cosimo s prolifica la sua moglie, come quello che era di poco animo incominci a temere un troppo gran numero di figliuoli, superiore alle sue forze per mantenergli.
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Aveva egli obbligato la Gran Duchessa a rimandare in Francia tutti quei Cavalieri e Dame Francesi che erano nella sua Corte, n di Francese era stato permesso che a un solo Cuoco di rimanere. Era Cosimo dato moltissimo alla divozione e alla solitudine, e siccome governava la sua famiglia, non meno che lo Stato, Tiberiescamente, non permetteva alla moglie altro divertimento che d'un Concerto di musica due o tre ore la sera. Il zio del Veracini, da lei conosciuto, tanto celebre in tutta Europa pel suo valore nel Violino egualmente che per le sue singolari bizzarre, vi sonava il Violino, un Palafuti la Tiorba, un terzo, di cui ho perduto il nome, il Violoncello.
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La Granduchessa, che giovanissima era, o che in questo Concerto trovasse troppa unit, o come nata in Francia non troppo di musica Italiana si dilettasse, faceva come per una specie di divario, al tempo medesimo della musica, chiamare a se il mentovato Cuoco Francese, il quale compariva col suo grembiule attorno, e con un berretto bianco in capo, in quel modo appunto che usava di stare a preparar le vivande in Cucina. Temeva quel Cuoco, o fingeva di temerlo, grandemente il solletico. La Principessa, sapendo questa debolezza del Cuoco, prendeva grandissimo spasso a solleticarlo, e il Cuoco faceva tutta quelle smorfie schiamazzi e squasimi che sogliono le persone, le quali il solletico sopportare non possono.
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Cos la Principessa solleticandolo, e il Cuoco da lei difendendosi, e gridando, e correndo da un canto della Camera all'altro, ne faceva quella buona Signora le risa pi grasse del mondo; e finalmente quando la Principessa di siffatta giostra era stanca, prendeva un guanciale del letto e il Cuoco nel viso e altrove percuoteva, ed egli schiamazzando sempre e dolendosi, ora fuggiva, ed ora sotto ed ora sopra il letto medesimo della Principessa si rifugiava, dove quella Signora seguitava a batterlo, fino che priva quasi affatto di forze, parte pel ridere e parte pel battere, sopra una sedia si riposava. Mentre questa tresca della Granduchessa e del Cuoco si stava facendo, i sonatori sospendevano la loro musica, e tosto che la Principessa sedeva proseguivano innanzi. Dur questo nobile trattenimento colla intervenzione del Cuoco assai lungo tempo prima che al Gran Duca ne pervenisse alcuna notizia.
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Accadde una sera che il Cuoco era grandemente imbriaco, onde schiamazzando con voce assai pi alta del solito, il Gran Duca, il quale stava sei o sette stanze dalla Camera della Gran Duchessa lontano, sent quello straordinario rumore e vi accorse. Al comparir del Gran Duca giusto la Gran Duchessa stava col guanciale frustando sul letto Granducale il suo Cuoco, onde il Principe, da novit tanto straordinaria percosso, ordin tosto alla Galera il Cuoco, a cui credo poscia che perdonasse, e alla Signora, come se avesse le cerimonie della Dea Bona pollute, fece una riprensione la pi severa, e con un contegno pi principesco che conjugale le proib di mai pi cadere in simili debolezze, le quali alla maest del suo grado tanto malamente si convenivano. La Principessa sentitasi in presenza di quei musici s austeramente riprendere, e forse con minor riguardo di quello che alla sua Real condizione credeva fosse dovuto, rimase sommamente confusa e piccata, e passata tutta quella notte in collera e in pianto, si lev la mattina seguente fermamente risoluta di tornarsene in Francia.
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Fatto per un suo Gentiluomo partecipe di questa sua resoluzione il Gran Duca, egli che meglio non bramava, atteso il timore che aveva di non moltiplicare la sua famiglia quanto quella di Priamo, fece alla Gran Duchessa freddamente rispondere, che pensasse maturamente alle conseguenze che quella sua resoluzione averebbe portate seco, dichiarando per che quando questo fosse veramente l'ultimo suo volere ei non era per farle la minima violenza. La Gran Duchessa, che forse per preghiere e conforti che il Gran Duca le avesse fatti si sarebbe indotta a mutar consiglio, udendo risposta s fredda soggiunse, che tale era la sua volont, onde il Gran Duca le replic che, poich tale era il suo proposito, il pi tosto che ella lo effettuasse sarebbe il meglio.
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Quindi fatti i necessarj preparativi la Principessa part. La sua prima fermata fu al Poggio a Cajano, una delle Ville pi deliziose della famiglia, distante dieci miglia dalla Capitale, dove dopo alquanti giorni andarono i suoi figliolini tutti vestiti a lutto, da lei richiesti, a prendere dalla madre gli ultimi amplessi. O fosse la vista di quei bambini che l'amor materno con nuovo moto agitasse, o i suoi riflessi calmata la collera, che a tale la consigliassero, ovvero i conforti de i suoi Cortigiani, che la persuadessero, mutato pensiero commesse al Cav:r Gaddi, uno de i Gentiluomini che l'accompagnavano in quel viaggio, di portare a i piedi del Gran Duca il di lei pentimento, d'implorarle il perdono, e la permissione insieme di tornare a unirsi con lui.
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Questa spedizione non ebbe effetto, perch il Gran Duca inflessibile e probabilmente di quella separazione lietissimo, altro non rispose, sennon che egli non l'aveva cacciata, che il passo pi difficile, che era, come il volgo dice, quello dell'uscio, era fatto, e per proseguisse col nome di Dio lo intrapreso ritorno alla sua patria. Molti mesi pass la Gran Duchessa in quel villesco soggiorno prima di procedere innanzi, per vedere, cred'io, se il tempo ammollisse l'ostinazion del Gran Duca, ma questi persist sempre con cuor Faraonico, e finalmente la Principessa prosegu il viaggio. Luigi 14esimo, di cui era la Principessa nipote, non si di mai per informato di questo fatto prima del di lei arrivo a Parigi, quando sentito il tutto dalla bocca della nipote fece intendere al Gran Duca, che dovesse pensare a un mantenimento, quale si conveniva alla Consorte di un tanto Principe, e a una nipote di un Re di Francia.
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Questo messaggio fu un colpo mortale per l'avarizia del Gran Duca, poich, laddove credeva che alla sua moglie i frutti della sua Dote, i cui Capitali erano in Francia, averebbono dovuto per suo mantenimento bastare, si trov obbligato di farvi un'aggiunta di quaranta mila scudi l'anno del proprio. Questa pensione consegu la Gran Duchessa sino che visse.
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Il Gran Duca, libero dal peso, per lui gravissimo, della compagnia della moglie, fiss tutte le speranze della propagazione e ingrandimento della famiglia sopra il suo primogenito Ferdinando, cui amava egli tenerissimamente, a preferenza di Giovan Gastone, contro del quale ebbe sempre particolare avversione. Era Ferdinando dotato di una bellezza di corpo, quantunque piccolo di statura, singolare, naturalmente grazioso ed affabile, sicch divenne crescendo sempre pi la delizia del padre, e di tutta la Toscana insieme. Per siccome Cosimo in nulla osava di contradirlo, e maestri d'ogni sorte di scienze e d'arti gli erano somministrati, crebbe Ferdinando a gran passi in virt egualmente che in vizj.
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La musica divenne la sua passion dominante, e i musici e le musiche fecero la conquista universa de i suoi affetti. Giunto all'et, s'io non erro, di venticinqu'anni spos una Principessa di Baviera bellissima amabilissima, per cui il Principe concep un'affetto svisceratissimo, ma la violenza di questa passione non fu che un fuoco fatuo, e nate dissensioni tra loro il talamo si separ. Fatta questa separazione and il Principe a passare il seguente Carnovale a Venezia, ove tra'l dolce di quei diporti avendo incontrato un'amaro mortifero per la sua salute, torn a Firenze, e mal consigliato da quei che lo assisterono, e prestando fede a un ciarlatano prese certi medicamenti, che lo ridusser melenso, e in questo stato fin la vita senza figliuoli.
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Orbo Cosimo di quella speme dovette per forza rivolgere i suoi pensieri al secondogenito Giovan Gastone, cui aveva mandato in Germania, con intenzione ch'ei quivi sposasse qualche erede Principessa e una seconda famiglia Medicea trapiantasse in quella Regione. E in fatti gli riesc di accasar questo Principe con una Principessa di Neuburgo, colla quale vissuto pochi giorni, nacquero tra loro discordie matrimoniali di tal natura, che la Principessa irata e furibonda lo abbandon, e tornata ne i suoi Stati non volle in appresso saper pi nulla di lui. Quella stessa picciolezza d'animo che aveva indotto Cosimo a prendere con tanta ansiet pel ciuffetto l'occasione di separarsi dalla sua moglie, lo aveva indotto anco a far s, che Francesco suo fratello, Principe dotato di ogni pi desiderabile prerogativa, in vece di prendere stato matrimoniale assumesse il Cardinalato.
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Ma disperata la successione ne i figliuoli si rivolse a cercarla nel fratello, obbligandolo ad abbandonare lo stato Ecclesiastico, e a sposare Eleonora di Guastalla. Era questa Principessa allora, che spos Francesco Principe di Toscana, d'anni diciassette, e d'una bellezza ma-ravigliosa. Il Principe al contrario era presso a i cinquant'anni, ma cos corpulento e scompaginato per i gran disordini nella salute, che non vi era tra i suoi conoscenti pur'uno, il quale non riguardasse questo Matrimonio come un vanissimo tentativo. Sentiva questo buon Principe le decadute sue forze e le confessava liberamente, ma Cosimo credendosi sovrano anco della natura fu inflessibile, e volle a tutta forza che il fratello facesse nuovo esperimento di quelle potenze, le quali aveva quel Signore veramente perdute. Pieg il capo Francesco a questo matrimonio, per cui Cosimo si accorse tosto del suo nuovo errore, mentre consultata tutta la facolt medica di Toscana, fu assicurato della impossibilit di ottenere il suo fine.
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Pochi anni dopo Francesco mor. Cos Cosimo ebbe il rammarico di vedere estinta la sua famiglia molti anni innanzi ch'egli morisse, della cui successione aborr egli sempre il pensiero, n volle mai dare orecchio a i conforti de i pi potenti Principi d'Europa, e spezialmente d'Anna Regina d'Inghilterra, che tanto si adoper per indurlo a provedervi. Morto Cosimo, su gli ultimi anni del Regno di Giovan Gastone suo figliuolo il trattato di Londra, che fu anco di Madrid e di Vienna, dichiar Don Carlo Infante di Spagna erede, come il parente pi prossimo, per parte della Regina sua madre, di quella linea Medicea, e passato questo Principe immediatamente dopo questo Trattato in Toscana, gli fu da Giovan Gastone data l'investitura di Gran Principe ereditario.
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Rimase in Toscana l'Infante D:n Carlo fino alla morte d'Antonio Farnese Duca di Parma, ultimo maschio di quella famiglia, quindi a Parma si trasfer a prendere l'investitura di quel Ducato, come erede del medesimo per via parimente della Regina sua madre, e di l a non molto pass all'acquisto de i Regni di Napoli e di Sicilia, de i quali si trova attualmente regnante. Alla pace della guerra dell'anno 1733 segu la permuta della Lorena colla Toscana, onde Francesco di quella famiglia dipoi Imperatore divenne siccome lo  presentemente l'Augustissimo nostro Sovrano. Questo  quanto ha potuto la mia memoria suggerirmi su questo fatto, il quale pu ben variare in qualche piccola circostanza, ma nello essenziale ella si assicuri che vi  tutta quella verit che in un'istorico possa desiderarsi. Intanto mi continui il suo affetto, e mi creda al solito con tutta la stima ed ossequio.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Bratton. 6 Settembre 1751.
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A NN,
Che interroga l'Autore Quale sia la miglior Gramatica, e il miglior Dizionario Italiano e Inglese, e quale sia il metodo pi facile d'insegnare la lingua Italiana.
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LA miglior Gramatica Italiana e Inglese, Inglese e Italiana, sar quella che qualche soggetto bene informato delle due lingue un giorno o l'altro far. Il Dizionario dell'Altieri, tal quale egli lo fece,  il meno mancante de gli altri. Quanto all'Inglese si vede che quello Autore si di molta pena per intenderlo a pieno, ma nell'Italiano che come suo nativo linguaggio credeva di sapere profondamente, sono errori massicci e frequenti. Quanto al cominciare a istruire uno studente per via della Gramatica bisogna considerare due cose.
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O lo scolare  gi gramatico o di Greco, o di Latino, o d'Inglese e allora la Gramatica  buona, perch l'intender facilmente, e potr studiarvi su dappers. O lo scolare  affatto nudo di quello studio, e allora la Gramatica gli far perdere il tempo piuttosto che servirgli d'aiuto. Il vero metodo, il pi speditivo e il pi sicuro  quello insegnando una lingua di cominciare da i migliori Autori di Storie, di Novelle, di Lettere di Comedie secondo la capacit che il maestro scopra nello scolare, e abituar l'occhio alla sintassi e alla ortografia, e la lingua alla pronunzia, senza curarsi troppo d'intendere il significato delle parole. Quindi vedendo lo scolare sufficientemente francato nel leggere, cominciare a spiegargli ci che legge per via d'analogie quanto sia possibile, giacch moltissime analogie sono tra le due lingue Italiana e Inglese a causa della Latina, e della Francese, dalle quali moltissime parole Inglesi e Italiane medesimamente derivano.
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Oltre di ci gl'Italiani nelle varie invasioni sofferte da i popoli del Nord furono obbligati di adottare molti de i loro Vocaboli per farsi intender da loro, dalla lingua de i quali popoli essendo in gran parte derivata l'Inglese, ecco un terzo genere di analogie che si trova tra queste due lingue. Io ho molte volte pensato di fare un Dizionario analogico Inglese e Italiano, Italiano e Inglese, ma la gran fatica che richiede questa impresa, e il timore di non incontrarci un premio corrispondente me ne hanno fatto astenere.
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Analogizato che un maestro abbia cos per alcun tempo il suo scolare, e fattogli fare un'acquisto sufficiente di parole e di frasi, bisogna cominciare a farlo tradurre dall'Italiano in Inglese, e quindi dopo un ragionevol profitto passare a tradurre d'Inglese in Italiano, e poscia alla lettura de i Poeti, cominciando da Metastasio, che  il pi facile a intendersi, e a ritenerne de i passi a mente, la sua morale  perfetta, e quelle tante sue strofe o canzonette, animate con imagini belle e spiritose, invogliano a maraviglia chi studia d'impararle, e la memoria le ritiene facilissimamente. Passando all'Ariosto lo scolare entra in un mar di piacere per la facilit dello stile, non meno che per la vaghezza e variet del soggetto, e finalmente per la novit e vivezza e insieme sublimit delle imagini, delle quali tutto il suo Poema  asperso.
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Questo studio far grande strada alla intelligenza del Boccaccio, la cui lettura sar di grande scala a quella di Dante, cui se lo scolare giugne una volta a gustare, addio Signor Maestro, non ha pi bisogno di voi, perch l'intelligenza, anzi il giudizio critico de gli altri Autori Italiani ne viene in conseguenza, avendo ognuno di essi fatto i suoi studj principali (intendo de i buoni) sopra di lui, e da lui, tesoro inesausto di ogni pi sublime bellezza, colti quei pi bei fiori che hanno fatto loro acquistar fama nel mondo. Quanto ho detto fin qu circa il metodo d'insegnare la lingua, non riguarda che li scolari nudi come gi dissi di studj gramaticali, e in somma non letterati. E venendo a parlare di uno scolare letterato col Latino, col Francese e coll'Inglese, e tanto meglio se ci fosse anco il Greco, in contanti, la vera maniera di fargli correre una lancia breve, e piacevole  quella di porgli in mano il Decamerone del Boccaccio.
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Questo  un giardino copiosissimo delle pi belle cose de i Greci e de i Latini, le quali con moltissime bellezze originali proprie dell'Autore e condite con quella grazia ed eloquenza, in cui non ha forse il Boccaccio l'eguale, non possono essere per uno studente pascolo n pi fertile, n pi utile insieme. A Dante si pu passar subito dopo. Ed ecco col mezzo di questi due capitalissimi Autori munito uno scolare delle chiavi principali di nostra lingua, le quali giunto che uno sia a maneggiare con qualche franchezza, tutti gli altri componimenti Italiani venuti dopo, come abbiamo detto di sopra, riescono di facilissima intelligenza.  vero che in questi due Autori s'incontrano molte parole e anco modi di dire, che ora s nel parlare che nello scrivere non si usano pi, ma qu tocca al maestro ad avvertirne lo scolare, il quale venendo a leggere i libri pi moderni appoco appoco perviene a fare le debite distinzioni, e a discernere i termini e i modi di dire antiquati da gli usitati comunemente.
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Error massimo  quello di porre in mano degli scolari ignoranti da principio i Poeti, poich ferma stante la massima che le prime imagini sieno quelle, che nelle rozze menti fanno le pi forti impressioni, quel linguaggio Poetico prendendone il possesso render lo scolare viziato, cio a dire parlante con modi Poetici molto diversi per la loro grand'arte dalla naturalezza del parlare comune; pericolo che non si corre con gli scolari gi dotti. Tornando alla Gramatica, ella non  altro che la regola o sia ragione della lingua. Le arti non sono che una imitazione della natura nel suo pi bello.
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Un maestro adunque, che insegna una lingua a uno ignorante fa le istesse funzioni che una Nutrice, un Padre, una Madre fanno presso a poco con un tenero Bambolino, allora che gl'insegnano a pronunziar Babbo, e Mamma, e via via tutte le altre parole che notano quelle cose che sono alla vita di esso Bambino necessarie, procurando in quei primi principj di erudirlo con quei migliori termini dei quali essi stessi sono eruditi, tanto che, venuto a una certa et di discernimento il fanciullo, gli vanno essi a poco a poco emendando quegli errori, che egli commetta nello spiegar l'animo suo, ed assegnandogli talvolta le ragioni del suo fallire, e dandogli regole per parlar rettamente, che tutto insieme forma quello che dichiamo Gramatica.
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Dalle quali cose tutte risulta, che chiunque comincia con una Gramatica a istruire un'ignorante in una lingua comincia per dove un giudizioso Maestro dovrebbe finire. Ed  questo il metodo del quale la maggior parte dei Maestri si servono insegnando la lingua Latina, la Greca, e specialmente qu in Londra la Italiana, per cui tanto pochi sono quelli che non si disgustino da principio di questo studio, vedendo di spenderci il tempo, e la fatica inutilmente. Condotto che averete il vostro scolare a un certo segno di cognizione della lingua, dategli pure a leggere la Gramatica del Buonmattei, la quale sebbene abbia bisogno di qualche emendazione, nondimeno ella  assai buona e capace di rendere uno studente ottimo critico di lingua Italiana. Se altro vi occorre comandarmi, fatelo pur liberamente, che niuna cosa lusinga tanto piacevolmente l'animo mio quanto il darmi occasioni di credere che io possa essere altrui di qualche utilit.
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Di Vossignoria mio Signore.
Londra.
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Al medesimo,
Che domanda all'Autore in qual parte d'Italia risegga la vera pronunzia della lingua Italiana, e donde abbia avuto origine quel proverbio lingua Toscana in bocca Romana, tanto vantato dal Veneroni.
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IL dubbio, che voi mi fate, in qual parte d'Italia sia la vera sede della buona pronunzia Italiana, non pu essere di pi facile soluzione. Se alcuno mi domandasse, quale fosse il luogo, dove anticamente si pronunziasse con maggior propriet la lingua che i Romani parlavano, andando alla radice risponderei, che chiamandosi la lingua de i Romani propriamente lingua Latina, il Lazio dovere essere il luogo ove pi propriamente che altrove quella lingua si pronunziava. Lo stesso vi dir a riguardo della lingua Italiana, la quale trattandosi di propriet e di pulizia concorrendo ciascuno a chiamarla lingua Toscana, perch la Toscana  il fonte della propriet e pulizia di essa lingua, non  da dubitare che la Toscana sia anche il luogo ove regna la vera pronunzia di essa lingua.
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Questa verit tutta Italia, a riserva di una sola Provincia, conosce, e umilmente confessa, e con tutta Italia tutti li stranieri necessariamente imparziali in questa confessione concorrono. La sola Provincia che in questo vero fa scisma  la Romana, la quale non solo colla Toscana va in gara, ma pretende il primato, onde cre il contradittorio proverbio lingua Toscana in bocca Romana, come se i Savoiardi dicessero Ballo Francese con gambe Savoiarde.
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Chi dice lingua Toscana viene a confessare che quella lingua sia la perfetta, e che i Toscani siano quelli che la sanno meglio de gli altri, perch ci sono educati dentro dall'infanzia, onde non pu mai venire in conseguenza, che le bocche Romane pronunzino meglio, anco a forza di lunghissimo studio, cio per arte quella lingua, che i Toscani hanno per educazione, cio per natura. Teofrasto, il quale passa per uno de i pi puliti scrittori che abbia la lingua Greca, pot ben farsi quella lingua familiare, quanto allo scriverla, da passar per nativo, ma quanto alla pronunzia in trent'anni di domicilio Ateniese non pot farsene tanto padrone, che una ignorante Fruttaiola non lo intitolasse Straniero.
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L'Ariosto che per ingegno non meno che per dottrina non la cedeva ad alcuno, non dir la pronunzia, ma il sapore attico della nostra lingua non giudic potersi altrimenti acquistare che abitando lungamente tra la gente Toscana, onde si trasfer in Firenze apposta per immergersi in quel dialetto, e se ne fece tanto padrone, che ebbe la gloria di arricchirlo di moltissime grazie. Annibal Caro parimente a quest'oggetto in Firenze si trasfer, e molto pi lungo soggiorno vi fece dell'Ariosto, ma essendo di gambe pi deboli non proced nella lingua con egual passo, e sebbene ne imparasse moltissima, non pot nondimeno mai giugnere a una certa perfezione di pulizia, siccome dimostrano quei tanti Lombardismi, onde le sue opere si trovano generalmente ripiene.
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E tornando alla presunzione di quei Romani, che si arrogano il primato nella pronunzia della lingua Toscana terminer questa lettera con citarvi un passo di Dante, per cui vi escir di capo qualunque ombra di fede foste tentato prestare alle asserzioni del Veneroni sulla sua Romana pronunzia. Esaminando adunque Dante nel suo libro della Volgare Eloquenza quali fossero quelle Nazioni, che pi si allontanassero dal buon Volgare Italiano, che egli chiama Cortigiano, quei Romani, che fin d'allora si stimavano nella Volgar lingua Italiana principali, egli escluse principalmente dal numero di quelli, che la parlavano elegantemente: Dicemo adunque il Volgar dei Romani, o per dir meglio il tristo parlare essere il pi brutto di tutti i volgari Italiani. Sono le parole di Dante.
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Se il loro parlare era s brutto a quei tempi considerate in che stato doveva essere la loro pronunzia. Aggiugnete a questo che quei tanti Autori i quali da Dante in qu hanno contribuito a condurre la lingua Italiana a quella estensione e pulizia, a cui la vegghiamo presentemente condotta, per ben due secoli furono tutti Toscani, e dal 1500. in qu poco meno che tutti. E finalmente i Toscani hanno fatto il Vocabolario della Crusca, i Toscani hanno formato una Gramatica, tutta Italia si  uniformata alle loro leggi, e quei pochi i quali hanno preteso di sottrarsi da questa Toscana sovranit ne hanno riportato assai pi beffe che laude. Questo fato letterario della Toscana  una cosa medesima con quello d'Atene, a cui tutta la Grecia e con essa tutto il resto del mondo pag e paga ancora attualmente moltissima riverenza. Vivete felice.
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Di Vossignoria mio Signore.
Londra.
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Al Signor Giovanni Chut.
Sopra la morte del Signor Francesco Withead.
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Illustrissimo Signore Signore Pad:ne Col:mo,
MI dolgo sommamente con Vossignoria Illustrissima del nostro comune infortunio nella morte ultimamente seguita del Signor Francesco Withead. Le lacrime che io ho versate, e sto ancora attualmente versando per nuova tanto funesta, si cominciarono a fabbricar gi nel mio cuore allora, che l'onoratissimo nostro amico fece con gran rammarico di ciascun di noi la sconsigliata resoluzione di parlare alle sessioni di Wincester, in una stagione tanto severa, e con una tosse reumatica convulsiva, che continuamente lo tormentava, presago pur troppo di quello sarebbe avvenuto come pi volte con Vossignoria Illustrissima mi querelai.
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Per poco bene ch'ei potesse contribuire in tale occasione ai Popoli di quella Provincia, cui in Parlamento come uno dei suoi membri rappresentava, questo degnissimo Cavaliere ha voluto perder se  stesso. Qu s che si potrebbe dire col Petrarca nel calor del rammarico, morte
Fura sempre i migliori.
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 certo che niuno avanzava il Signor Withead in bont, in gentilezza, e nel costante esercizio di qualunque uficio d'umanit. Io ho pi ragione d'ogni altro di dolermi della morte di questo Signore. Forestiero in questo Regno, nell'abitazione del Signor Withead trovavo sempre un porto, ove ritrarmi piacevolmente. Delle sue amene villeggiature mi faceva egli continuamente partecipe, rendevami accetto ai tanti valorosi amici da i quali era perpetuamente circondato, e la sua assistenza era sempre pronta anco non richiesto laddove ne vedeva il bisogno.
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Ma che m'arrogo io il dritto principale di piangere la perdita d'una vita tanto preziosa? E chi ha pi motivo di pianto di Vossignoria Illustrissima il quale vista da tenerissimo virgulto crescer s bella pianta, attesa la stretta parentela, e la grande amicizia, aveva contribuito tanto dei suoi rari talenti per coltivarla, e vissuto s nelle sue peregrinazioni, come nella sua stazione in questo Regno, tanto indivisibilmente con lui?
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E finalmente quale  quello dei suoi amici, che tal ragione non abbia? avendo egli colle rare sue qualit vinto si pu dire i cuori d'ognuno che lo conosceva, obbligato chiunque a lui fosse ricorso, e mai mai offeso veruno. Ah in questo caso quanta sanit di consiglio trova l'anima afflitta in quel dittico di Marziale!
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Nulli te facias nimis sodalem,
Gaudebis minus, & minus dolebis,
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quando appena fatto l'acquisto d'un tesoro tanto inestimabile, quale  quello d'un amico del merito rarissimo del Signor Withead, s'abbia poi cos improvisamente da perdere negli anni pi verdi della et sua. Resto pieno di dolore, e d'ossequio.
Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Alla Signora Eleonora Gilbert.
Sopra il metodo da tenersi per imparare a scrivere in lingua Italiana.
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Illustrissima Signora Signora Pad:na Col:ma.
NON  cos difficile lo scrivere in lingua Italiana per una persona, che di questa lingua sa tanto come Vossignoria Illustrissima. E poich ella vuole che io le dia alcun mio avviso per facilitarle la strada all'acquisto di questa facolt, passo, in quanto le mie cognizioni s'estendono, ad eseguire il comando. La prima cosa che deve fare chi vuole scriver bene in una lingua non imparata dalla tenera infanzia,  quella di leggere gli autori pi probati di quella tal lingua, e tra questi sceglierne uno per suo modello. Primieramente si legge ad alta voce e si procura a forza di ripetizione di lettura d'intender bene quella tal lezione che s'intraprende. Quindi si passa a copiarla e poscia a tradurla.
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Fatto per alquanto tempo questo esercizio, fino che ella si trovi giunta a intender quell'Autore, come dicono i musici, a libro aperto, scelga quello argomento che pi le piace per iscriverci sopra, e questo, ben digerito che lo aver nel suo pensiero, si ponga a distendere in Italiano, scordandosi che lo scrive, e figurandosi come se con alcuno di quel tal soggetto ragionasse. La verit in tutte le cose  quella che pi presto conduce a quelle verit, che l'uomo si propone. Dunque non finga argomenti, ma cominci a diffonderne de i veri.
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Per esempio narrando ad un'amico un caso veramente occorso a lei o ad altri, il cui soggetto ella abbia pienamente presente, un viaggio, dove le varie persone incontrate, i luoghi dove la carrozza si ferma, somministrano sempre materia per una specie di Romanzetto. In questo modo facendo ella vedr che, poche correzioni che alcuno le faccia sopra, verr a farsi padrona anco dello scrivere correntemente, siccome lo  gi del parlare. Un giornale che ella faccia di quanto segue nella sua villeggiatura di Tumbridge, dove quei tanti varj individui che vi concorrono devono somministrare continuamente materie di riflessione,  l'argomento pi proprio che ella possa scegliere, e se lo intraprende, ed ha la costanza di proseguirlo, l'assicuro che torner a Londra divenuta scrittora perfetta di lingua Italiana.
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Faccia adunque cos; procuri di avere le opere del Redi, tra quelle scelga le sue lettere, e quelle studj nel modo detto di sopra. Sono lettere dotte, ma facili, e il linguaggio non pu esser pi dolce, n pi elegante, tanto che Ella ne diverr innamorata in brevissimo tempo. Non si scordi del Giornale andando a Tumbridge e mi creda che si trover contenta d'aver seguito il mio consiglio. Ella forse s'aspettava da me qualche precetto, ma oltre ch'io non so indicarle altra via pi facile, e pi sicura per ottenere il fine, che Ella si propone, di quella che le ho additata, i precetti non sono quanto alle lingue buoni ad altro che a evitare gli errori, l'osservazione e la imitazione col lungo esercizio essendo i soli mezzi per imparare a far bene. La Gramatica del Buonmattei, quanto a evitare gli errori,  il meglio maestro che si possa prendere.
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Quanto all'ortografia, questo  un metodo modernamente inventato per distinguere i varj incisi o particelle del discorso, delle quali costano i membri che lo compongono. L'osservazione su quei libri Italiani, che Ella ander di mano in mano leggendo, e molto pi il suo buon senso le indicher le distinzioni necessarie per non confondere la scrittura; e quella ortografia, che l'uso le detta nello scrivere la propria sua lingua, le servir con pochissima diversit anco nell'Italiana. Mi rallegro sommamente con Vossignoria Illustrissima di sentirla tanto parziale di Metastasio.
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Lo legga pure frequentemente, poich quella lettura, non ostante la sua poesia, somministra copia di bellissimi modi di dire proprjssimi anco per la prosa, e spezialmente per le Dame, il cui linguaggio deve essere sempre gentile, obbligante, e grazioso. Dopo di avere eseguiti i di lei riveritissimi comandamenti con dirle il mio parere toccante la norma richiestami sul metodo da tenersi per imparare a scrivere in lingua italiana, mi permetta Illustrissima Signora che io le dica liberamente, come la lettera, onde ella si  degnata onorarmi, mostra chiarissimo che chi la scrisse  di gi tanto avanzato in questo studio, che pu giugnere a suo talento ad ogni maggior perfezione senza il presidio d'ulteriori insegnamenti. Resto con umilissimo ossequio.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al Signor Giuseppe Reghini, a Venezia.
Sul suo ritiro in Campagna.
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Amico e Signor mio stimatissimo
L'INASPETTATA sua lettera degli ultimi del passato mi ha recato un piacere, che non  spiegabile con parole, perch da essa raccolgo la buona salute che ella gode, e la costante amicizia che conserva ancora per me, non ostante i tanti anni di nostra separazione, e lo spazio immenso che ci divide. I libri commessimi furono comprati subito, e passati al Signor Treves. Non posso esprimerle quanto io commendi la bella risoluzione, che ella ha fatto di passare il resto della vita alla sua bella delizia di Valdebiadene.
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Li strepiti d'una Metropoli sono pene da sopportarsi da i soli membri importanti d'una Republica, perch tale  la necessit della loro costituzione, oltre i mercanti costrettivi dal guadagno, e tutti quelli, che campano sui bisogni o su i vizj della societ; ma chi  fuori di questo cerchio ed ha facolt bastanti a farlo vivere senza invidiare il compagno,  un gran pazzo se preferisce, dopo averne conosciuti gli abusi, quello inferno cittadinesco alla beatitudine, di cui ella ha, siccome dalla sua lettera ben comprendo, conosciuto interamente il valore.
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Io le invidio la bella sorte dell'arbitrio di questa scelta, e giacch non mi  permesso dalle mie circostanze il dire un'addio sempiterno al rumore delle citt non lascio di profittare delle occasioni che mi vengono somministrate di campagnare quattro o cinque mesi dell'anno da varj Signori miei amici, che mi sono con somma benignit ospitali di loro villeggiature, delle quali ha questo Regno infinite eleganti a maggior segno e deliziosissime.
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Quello che hanno coteste sue villeggiature sopra di quelle, sono quelle uve dolcissime, quei fichi, e tutti quegli altri frutti che il sole coi suoi bei raggi cost tanto generosamente prepara, e de' quali in questo clima l'arte la pi dispendiosa appena ce ne lascia veder la sembianza, a riserva di certi pochi ricchissimi Signori ai quali una buona pesca costa talvolta quello che a noi costa un vitello: e sono quegli ottimi frutti, che congiunti con quei beccafichi, con quei tordi, e con tanti altri delicati uccellami concorrono a fare nutrimenti delicati e leggiadri; e che il corpo sempre agile e snello mantengono, e il cervello lieto e vivace.
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N mi venga Luigi Cornaro colla sua dieta rigorosa e calcolata diariamente, per fuggire le malattie e prolungare la vita, poich quello studio assiduo e melanconico un duello continuo con la morte io chiamo piuttosto che vita, la quale non merita di essere vissuta a prezzo s caro. Quella che cost ella vive s che veramente pu dirsi vita, poich passando i giorni senza timore che ogni cosa le nuoca, e che il minimo freddo o caldo l'offenda pu l'uomo vivere in una tal qual giovent fino alla morte.
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Con questi pensieri io ho procurato sempre di mantenere in equilibrio il mio spirito, e non ostante qualche malattia e non pochi di quei che il volgo chiama colpi di avversa fortuna, ho conservata sempre e conservo tutta intera quella letizia, che ella in giovent mi conobbe, e sopra tutto quella stima ed amicizia che la sua benignit e il sommo suo merito m'ispirarono per la degnissima di lei persona, alla quale desiderando lunga e prospera vita mi protesto colla maggiore stima, e colla pi collante amicizia.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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A NN,
Che chiede all'Autore l'oroscopo di un Bambino natogli il primo di Maggio.
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Amico e Signor mio.
SONO anch'io a parte delle vostre gioie sul bel primogenito che la vostra Signora vi ha partorito. Ma il chiedermi ch'io ve ne faccia l'oroscopo, non saprei dirvi di quante risa mi sia stato cagione. Voglio contarvi a questo proposito un caso registrato da Fra Fulgenzio nella vita del famoso Fra Paolo Sarpi. Dice Fra Fulgenzio, che Frate Paolo era Teologo stipendiato del Duca di Mantova suo contemporaneo, uomo d'un'umore allegro e bizzarro, siccome la seguente burla chiaramente dimostra. Nacque in una stalla del Duca un muletto d'una cavalla sua favorita.
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Il Duca sapendo che Frate Paolo tralle molte sue facolt professava anco quella della Astrologia giudiziaria, gli fece intendere come la tal notte, alla tal'ora, al tal minuto gli era nato un bastardo, ordinandogli di mandargliene quanto pi presto poteva l'oroscopo, essendo sommamente curioso di sapere qual fato sovrastasse a quel parto. Bastardo e mulo come sapete significano in nostra lingua una cosa medesima, e spezialmente nel discorso triviale si usa un vocabolo promiscuamente per l'altro. Ne abbiamo un'esempio in Dante nel Canto 24 dell'Inferno, ove dice
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Vita bestial mi piacque non umana,
Siccome a mul che fui, son Vanni Fucci.
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Alla rete di questo equivoco credette il Duca di prendere Frate Paolo, e come sentirete veramente gli riesc. Frate Paolo udito il comando impostogli diede il maggior pasto possibile al suo cervello per concludere un'oroscopo che incontrasse il piacere del Duca, e consultato tutto quel buio che l'Astrologia giudiziaria comprende, in pochi giorni fece l'oroscopo comandato e mandollo al Duca. La conclusione di questo oroscopo era che se il bastardo, cui egli teneva per fermo essere un figlio naturale del Duca, avesse preso stato Ecclesiastico, Cardinale o almeno Prelato di somma importanza sarebbe divenuto, e continuando secolarmente, la costellazione sotto la quale era nato gran Generale d'Armate chiaramente lo prediceva.
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Vi lascio considerare che risa facesse il Duca, che tanto di burle si dilettava, leggendo questa maccheronica semplicit del suo Giudiziario. Ma quanto di questa semplicit si divert il Duca, altrettanto si sdegn il Frate allora che seppe come la sua Giudiziaria d'un Mulo nato d'un'Asino e d'una Cavalla lo aveva indotto a creare un gran Prelato ovvero un famoso Generale d'Armate. Non fu solo il Duca, come potete credere, a godere di questa festa, ma essendo quel Signore ottimamente provisto di Buffoni d'ogni genere, ognuno fece a gara a legare a giorno la dabbenaggine dell'ingannato Frate, sicch egli pieno di collera lasci bruscamente il servizio del Duca, senza voler dare orecchie ad alcuna proposizione che questi gli fece fare perch proseguisse nel suo servizio. Un frutto cav Frate Paolo da quella burla, quale fu quello di ricredersi della sua Astrologia Giudiziaria, del cui studio non volle d'allora in poi saper pi nulla.
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Qu il parallelo non corre quanto al parto poich il vostro  una Creatura umana legitima legitimissima. Ma quanto all'oroscopo, asciando dapparte le bagattelle della Giudiziaria, la cui credenza in questi tempi disonorerebbe pi un Galantuomo che non sarebbe l'espilazione d'una eredit, io credo benissimo che nel vostro caso se ne possa fare uno ragionevolissimo. Fortes creantur fortibus & bonis, dice Orazio con quel che segue. Questa regola, sebbene per qualche disposizione straordinaria della Natura nella varia conformazione delle parti degli individui, o per crisi non previste nella Societ alcune volte fallisca,  la pi probabile e anco la pi certa, umanamente parlando, onde predire il futuro d'ognuno che nasce.
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Gli uomini nel venire alla luce sono da considerarsi come specie di piante poco pi poco meno colle medesime disposizioni. I Padri, o chiunque altro abbia cura della loro educazione, sono una specie di Ortolani o Giardinieri, i quali esaminate le loro disposizioni v'innestano sopra quei migliori virgulti che credono loro analogi, tolti da altre piante, le quali abbiano prodotti i frutti migliori. Voi che per natura siete il migliore uomo del Mondo e insieme d'ingegno penetrantissimo, e per educazione sapete dove il Diavolo tien coda al pari di chi ha inventata la polvere, non  da porre in dubbio che ne farete facilissimamente un'altro Voi.
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Aggiugnete a questo la porzione naturale che al Bambino aver dell'ottimo suo temperamento partecipata la madre, e le amabili maniere colle quali lo ander educando, tutto insieme considerato mi tenta grandemente a predire, che il vostro Bambino diventer un'uomo, qualche cosa meglio del padre. Di pi  nato di maggio, onde aver disposizioni grandissime per la musica, nella cui facolt per poco di progresso ch'ei faccia, vedrete quanta invidia voi dovrete portargli. Vi auguro che il piacere presente vi cresca a misura del crescere del figliolino, vi prego di scusare la libert delle burle come corrispondenti alla richiesta che mi avete fatta dell'oroscopo, e pieno di voti per ogni vostra felicit e di tutta la famiglia con tutto lo spirito mi confermo.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al Signor Giacomo Greenville.
Sopra il libro intitolato Esprit des Loix.
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Illustrissimo Signore Signore Pad:ne Col:mo
CONVENGO anch'io con Vossignoria Illustrissima che il libro intitolato Esprit des Loix sia un'opera di molta dottrina, e che vi sieno gran cose dentro. Le osservazioni critiche sopra varie Leggi Greche e Romane non possono essere pi giudiziose. Lo spoglio e lo sviluppo di tante Leggi Barbare de i Popoli Settentrionali, prima e dopo la loro universale invasione delle Terre dell'Imperio Romano, sono cosa laboriosissima e molto ingegnosa, e della quale devono gli eruditi di cose legali, e di storie, spezialmente de i tempi bassi, sapere a questo Autore moltissimo grado.
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Immense sono le notizie che egli ci da de i Governi dell'Asia dell'Affrica e dell'America, le quali devono avergli costato molto della sua potenza(2) visiva per legger tanto, e non poca anche della divinatoria, per separarle da quelle tante visioni, tra le quali la maggior parte delli ignoranti Viaggiatori le suol confondere, troppo rari essendo quei sapienti Filosofi, che per fare tali ricerche si commettano a s lunghi e s penosi viaggi e rarissimi per non dir niuno quei Viaggiatori, i quali da quei respettivi Governi tanto di Religione e di costume diversi sieno ammessi a confidenza, s stretta e s lunga, che basti a penetrare ne i misterj de i loro sistemi politici.
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Lo stile  nervoso, ma per aver voluto forse troppo imitare Cornelio Tacito, cui egli pare che abbia preso per suo modello, da spesse volte nell'oscuro e nello enimmatico, e moltissimo, pel continuo suo cacoete d'arguzia, nello antitetico. Quanto alle sue massime generali molte ve ne sono fondate sopra supposti falsi, e ciascheduna nel corso de i loro dettagli, quale pi e quale meno, in gran parte contradittorie. Per convincersi di questa verit basterebbe levare quella bizzarra farragine d'argomenti, che egli ha posta alla testa di quasi ogni membro de i suoi discorsi, lasciandovi solamente quelli che servono a distinguere i capi delle varie materie, e allora non ci sarebbe bisogno di troppo minuto esame per rinvenire quelle frequenti contradizioni.
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Uno de i fini principali, che l'Autore si  proposto in quest'Opera apparisce chiarissimo essere stato quello di magnificare di l dal possibile l'oggetto de i suoi confratelli(3) Parlamentarj di tutto il Regno di Francia, cui il Monarca debba riguardare come l'ancora sacra della sua propria salvezza, non meno che di quella dello Stato, ponendogli con tutte le cautele pi raffinate della Rettorica in una tal qual vista non molto dissimile da quella del Parlamento d'Inghilterra, non ostante la diametralmente opposta differenza che passa tra questi due corpi, i primi essendo scelti ed amovibili a piacere del Sovrano, laddove i membri del secondo non riconoscono la loro autorit sennon da quei Popoli che la confidano loro.
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Questa tanta magnificazione del per altro rispettabilissimo corpo de i Parlamentarj di Francia ha reso il libro s accetto a quei tanti membri degnissimi, che ci si trovano dentro tanto, per cos dire, piacevolmente adulati, non meno che alla immensa turba de i loro clienti, che l'applauso si  fatto in Francia a un tratto universale, con tanta veemenza, che il resto d'Europa n' rimasto ben tosto generalmente inondato, senza incontrar la minima resistenza.
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Alla veemenza di questo applauso universale del merito di questo libro io devo l'averlo letto ed esaminato con diligenza, merc la quale parendomi di averci trovato gran numero di cose geometricamente dimostrabili quali interamente false, quali erronee, e quali contradittorie, ho pensato di andare tra queste scegliendone alcune delle pi importanti, e partecipare a Vossignoria Illustrissima quelle osservazioni ch'io vi ho fatte sopra, con supplicarla di dirmi con quella libert che  propria del suo gran cuore dove creder ch'io abbia dato nel segno e dove no, acciocch io possa o emendar me stesso, o cogliere il frutto di quella onorata superbia, per parlare il Dialetto d'Orazio, che va annessa al merito di avere corretti gli errori commessi dalli scrittori pi reputati. Resto inchinandomi con umilissimo ossequio.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al medesimo
Sopra la Definizione, che l'Autore dello Spirito delle Leggi fa dell'Uomo nello stato nudo di Natura.
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Illustrissimo Signore Signore Pad:ne Col:mo
L'APPROVAZIONE, che Vossignoria Illustrissima ha data al piano ch'io le feci coll'ultima mia del Libro dello Spirito delle Leggi, lusinga tanto il mio amor proprio ch'io mi sento gi forze maggiori di quelle mi pareva aver prima quando le promisi di procedere a farci delle osservazioni particolari sopra, e di mandargliele a misura ch'io le andassi facendo. Comincio adunque animosamente dicendole, come al bel principio della Prefazione pregando l'Autore chi legge a sospendere il giudizio del libro fino che ne abbia terminata la lettura, io averei volentieri aderito a questa dimanda, se il colpo terribile che mi ha dato la sua definizione dell'Uomo nello stato di natura al capitolo secondo del primo libro non avesse superata la mia resistenza.
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L'Uomo, riducendo al pi breve il senso delle parole dell'Autore   a considerarlo nello stato nudo di natura un'animale timido bisognoso pacifico. Esaminando che cosa sia il timore io non lo trovo esser'altro che un prodotto della coscienza di una forza inferiore a una forza, la quale crediamo superiore alla nostra, pronta ad offenderci, e allora il primo desiderio che succede a questa nozione  quello di essere in istato di superar quella forza, e la resoluzione d'impiegare ogni mezzo per ottener questo fine, che  quello che conclude l'idea, comune a tutti gli animali generalmente, di libert.
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Il bisogno abbracciando in quel primo stato di natura il puro necessario alla vita e alla propagazione della specie, e le cose proprie per alimentarsi e la genial compagnia per la propagazione non essendo ordinariamente isolate, sicch non sieno osservate o bramate da altri individui, ecco la gelosia e il desiderio di poter resistere e superare le forze di quegli altri individui, che quelle cose che noi appetischiamo umilmente appetiscono, e in conseguenza la resoluzione di valerci di tutti quei mezzi che possono condurci a ottener questo intento.
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Ed ecco svanito quel pacifico che da questi due primi dati fa resultare il nostro Autore, contrario a tutto quello che le leggi Divine e umane di tutti i Popoli hanno fin'ora supposto. Militia est vita hominis super terram, dice la sacra scrittura, dovendo l'uomo sempre far guerra a i proprj suoi appetiti, ciocch superato il poter delle leggi pu applicarsi anco alla vita comune, poich l'uomo per respingere chiunque s'oppone a i suoi appetiti ricorre tosto alla forza, che  quello che dicesi guerra, e dove egli opera come se fosse tornato nello stato nudo di natura, omnia geruntur vi, come dice benissimo Ennio, e la ragione, che  il freno delle passioni, trovandosi oppressa dalla forza interamente,  obbligata a dar luogo.
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L'uomo selvaggio trovato ne i boschi d'Annover, che l'Autore porta per esempio, timido e sempre inclinato a tornare nelle sue solitudini, non prova nulla quanto al pacifico, che egli attribuisce a gli individui umani nel puro stato lor naturale, poich in quei boschi ove era stato o smarrito o lasciato appostatamente da chi lo aveva prodotto non aveva individui della sua specie co i quali avesse potuto procedere con eguaglianza d'inclinazioni e di forze, e la societ umana era per lui un nuovo elemento, dove tutti gli oggetti gli dovevano comparire indefinibili e in una vista di spavento e d'orrore, e di una superiorit invincibile.
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Se Dio e gli uomini avessero pensato su questo punto come il nostro Autore, ei non avrebbe avuta materia da beneficare il genere umano siccome ha fatto col prezioso dono di questo bel libro. Alcune pernici volendomi domattina a buon'ora guerriero, chiudo in fretta la lettera, e riserbandomi a esser pi lungo la settimana ventura resto pieno di rispetto e di stima.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al medesimo
Sopra le divisioni che l'Autore dello Spirito delle Leggi fa de i differenti Governi.
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Illustrissimo Signore Signore Pad:ne Col:mo
DIVIDE l'Autore dello Spirito delle Leggi i Governi in tre specie, Monarchia, Republica, Dispotismo. Espelle il Dispotismo, per quello si deduce dal corso dell'Opera, interamente dall'Europa, e lo confina tra i Musulmani e tra gli Idolatri, figurando i Principati d'Europa come necessariamente guidati in massima parte da certe leggi fondamentali delle respettive Costituzioni. Sono veramente in Europa certe Monarchie, come l'Inghilterra, e la Svezia, dove i Governi essendo misti de i tre stati Monarchico, Aristocratico, e Democratico, il Principe non vi pu esercitare che quella prerogativa, la quale dalla Costituzione fondamentale del suo Governo gli viene assegnata.
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Vi sono anco altre sorti di Governi ove il Principe tiene il Principato con alcune convenzioni, che riguardano certi Privilegj, che o Stato si  riservati, come Napoli, il Portogallo, la Sassonia e altri, i quali ogni Principe nello ascendere al Trono giura di mantenere. Ma in generale quando in Europa dichiamo Monarchia s'intende di un Principe, siccome Daniello prediceva quello che gli Ebrei domandavano, padrone assoluto delle vite e degli averi de i sudditi, non sottoposto alla minima contradizione, per la somma delle forze dello stato che nelle sue mani risiede.
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La potenza che i Principi Musulmani riconoscono da Maometto, il quale rinnov tutto, ed esercit quella di Legislatore temporale insieme e spirituale, regolata in pochissimi articoli da certe leggi scritte, e nella maggior parte dal puro arbitrio, gli fa puramente arbitrarj, e in conseguenza Tiranni. Al contrario i Principi Europei avendo ricevuta la benedizione dello Evangelio, le leggi Evangeliche unite a i Precetti santissimi del Decalogo fanno la prima base d'ogni Governo Europeo.
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E siccome Ges Cristo non abol, per quello riguarda la civilt del vivere, le leggi Romane, colle quali l'Europa si governava, queste continuarono fino al passaggio che le Terre de i Romani fecero al Governo de i Barbari, i quali lasciarono quelle leggi tali quali le trovarono, contentandosi di farci quelle addizioni che stimarono necessarie, concernenti alcuni pochi usi loro particolari, con cui intendevano di governare le loro Conquiste. Dunque al Santo Evangelio ed alla continuazione della esistenza delle Leggi Romane, che tutto insieme concludono una morale pi Santa e pi Civile della Musulmana e della Idolatra, devono gli Europei la umanit e dolcezza universale de i presenti Principi d'Europa.
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Ma quanto alla potenza vera e reale delle Monarchie non miste o limitate, ella  dispotica dispotichissima quanto quella di ogni Principe pi arbitrario dell'Asia, tanto che un certo Principe d'Italia, di quelli che ora non ci son pi, usava spesso di dire a i suoi Cortigiani, intendendo di tutto il Popolo, tenete conto dell'anima, che i denari li voglio io. Filippo secondo Re di Spagna deve bastare per ogni altro esempio di arbitrario Monarchico Europeo, non vi essendo topico di dispotismo, che egli secondo gli piacque non esercitasse franchissimamente e spesse volte contro il suo proprio interesse. Se queste mie osservazioni sono fondate, il libro dello Spirito delle Leggi cade molto quanto alla aggiustatezza delle sue Ipotesi, avendone su questa della Monarchia da lui a suo piacere manufatta supposte molte altre e da tutte tirate importantissime conseguenze. Resto al solito pieno di vera stima e di umilissimo ossequio.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al medesimo.
Sopra gl'Inquisitori di Stato della Republica di Venezia.
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Illustrissimo Signore Signore Pad:ne Col:mo
NELLA mia prima lettera a Vossignoria Illustrissima sopra il libro dello Spirito delle Leggi toccai di passaggio il poco conto che possa farsi delle relazioni de i viaggiatori per quello appartiene a i sistemi de i Governi de i Principati de i Paesi lontani. In questa intendo di mostrare quanto poco Monsieur l'Amelot, e con lui il nostro Autore medesimo abbiano penetrato ne i Misterj del Governo della Republica di Venezia, tanto vicina alla Francia, e dove il primo aveva passati moltissimi anni, e il secondo lo spazio di qualche mese.
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Dice al capitolo ottavo del quinto libro il nostro Autore sulla asserzione di Monsieur l'Amelot, che per legge  alla Nobilt Veneziana proibito l'esercitar mercatura, quando il fatto mostra il contrario, essendovi attualmente alcune famiglie Nobili che la esercitano in nome loro, e varie altre sotto nomi di loro amministratori. Se mai la Republica di Venezia avesse fatte leggi che proibissero a i loro Nobili il far mercatura non potrebbono essere di pi alta data, che dopo lo stabilimento delle Colonie Europe nelle Indie Orientali, essendo notissimo che i Veneziani fino a quel tempo furono quasi i soli che per via del Levante facessero quel commercio Indiano per tutta Europa, e mediante il quale erano la Potenza pi ricca di tutta questa parte di mondo.
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Per dare una idea giusta di questa cessazione generalmente parlando del commercio Veneto nelle famiglie de i Nobili bisogna dire, che andato in altre mani quell'Indiano commercio che recava tant'utile, i Signori Veneziani datisi a pensare seriamente a gli acquisti di terra, in compre di terreni impiegarono i loro tesori, dove fissate le loro entrate, non pensano pi da pochi di loro in fuori, siccome  naturale, di arrischiare le loro fortune a i guadagni incerti della Mercatura, E procedendo a parlare delle Persone le quali hanno in quella Repubblica in mano la somma della potenza esecutrice delle Leggi che sono il Consiglio de i Dieci, gl'Inquisitori di Stato, i quali fanno parte di esso Consiglio, compara egli a gli Efori di Sparta, e in certa maniera anco a i Censori di Roma, non censurabili dopo l'amministrazione del loro Magistrato, e molto meno durante il tempo che l'amministrano.
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Venendo a schiarir queste tenebre io le spiegher in poche parole a questo proposito il gran Mistero che quella sapientissima Republica non tiene ad alcuno celato, e per cui ella vedr che i membri venerabilissimi del Consiglio de i Dieci, e tra questi gl'Inquisitori di Stato, n sono simili a gli Efori quanto alla durata del loro imperio, n a gli Efori n a i Censori di Roma quanto al non essere censurabili spezialmente durante il tempo del loro Magistrato. Tre sono i requisiti necessarj per essere eletto membro del Consiglio de i Dieci, i quali in corpo eletti che sono creano privatamente tra loro i tre Inquisitori di Stato, et sopra i quarant'anni, probit conosciuta, fortune sufficienti a sostenerne la dignit. Il gran Consiglio, che  composto da tutto il Corpo de i Nobili,  quello che conferisce tutti i Magistrati dello Stato s Urbani che Provinciali, e si raduna ogni Domenica. Quivi, sennon vi fossero altre materie da discutere,  sempre quella d'alcuno di essi Magistrati da provvedere, essendo la somma di essi Magistrati talmente divisa, che non vi sia nell'anno sessione del Consiglio dove non cada qualche vacanza.
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Il Doge, o in sua mancanza il Consiglier pi vecchio, insieme con quegli altri membri che si dicono comporre la Signora, presiede, e il luogo che questi Signori occupano dicesi il Tribunale. Quivi sono Bossoli pieni di pallottole bianche, e tra queste trentasei di color d'oro e diconsi palle d'oro. Tutti i Nobili nel Consiglio adunati concorrono a cavare ciascuno la sua palla, e quei che la cavano d'oro sono destinati a nominare, e la nomina si fa per via di viglietti serrati, i quali i nominatori, dopo il breve ritiro in una stanza separata, pongono in una borsa e la sigillano, e questa portata avanti al Tribunale si apre e quindi letti i nomi de i nominati si mandano a partito l'un dopo l'altro, e chi ha pi voti rimane eletto. Se mai avviene che un'Inquisitore di Stato, o qualunque altro eminente Magistrato s'abusi della sua autorit, questo abuso non pu rimaner tanto celato, che alcuno de gli altri Nobili non ne resti informato, e allora ben tosto la fama lo rende publico, e la censura publica ne vien subito in conseguenza.
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Il modo che quei Signori tengono per censurare un Magistrato, qualunque egli si sia,  di deporlo, e il modo di deporlo  nel primo Consiglio che viene di nominarlo, e vincerlo in una delle Magistrature pi infime, nel qual caso tosto che  vinto s'intende assegnata la sua persona a quella inferiore Magistratura e deposta da quella superiore che occupava, e subito o poco dopo seguita quella deposizione il Consiglio elegge un successore a quel tale, che quella prima Magistratura occupava. Pu il deposto procurare, come essi dicono, di difendersi dall'essere obbligato a occupare il nuovo Uffizio per via di pratiche col mezo de gli amici e de i parenti, tentando la sua sorte con una nuova ballottazione che lo dispensi, ma se non vien dispensato o bisogna che accetti, o ricusando pagare una pena di circa due mila ducati, e astenersi per due anni dal comparire in luoghi publici, e dal vestir toga Nobile, come un membro reciso per tutto quel tempo dall'esercizio delle prerogative della sua nascita.
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Questo  il massimo castigo, che tiene in timore e tremore continuo i rivestiti di grande autorit in quella Republica, per cui ha ella durato assai pi d'ogni altra della quale ci sia rimasta notizia, e per cui vede anche molto remoti i confini della sua esistenza. Rimedio che se Roma avesse saputo usare in luogo della futile sua Censura, forse non averebbe avuto un Silla, che gettasse i fondamenti della Tirannide, n un Cesare che riducesse il fatale edifizio alla intera sua perfezione.  da avvertire per che quanto mi son dato l'onore di rappresentare a Vossignoria Illustrissima sopra l'abuso che un Magistrato Veneto faccia della sua autorit non comprende i delitti, che nominatamente le Leggi proibiscono, poich in caso di tali delitti la Legge lo perseguita proporzionamente. N  questo il solo articolo dove Amelot nel suo libro sul Governo Veneto fa errore, essendone quella sua Operetta ripiena, parte per ignoranza delle cose come sono veramente, e parte anco per l'odio che quello Autore aveva concepito contro quella Republica. Perdoni Vossignoria Illustrissima il lungo tedio, e mi creda quale pieno di rispetto mi do l'onore di protestarmi.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra .
P. S..
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Oltre lo essere gl'Inquisitori di Stato, non meno che qualunque altro Magistrato Veneto, censurabili nel modo accennato anco durante il loro Magisterio, per via della deposizione, il loro impero non oltrepassa lo spazio d'un'anno, onde vengono a essere rivestiti di tutte quelle prerogative che rendevano gli Efori di Sparta, e i Censori di Roma utili alle loro Republiche, senza veruno di quei pregiudizzj, che potrebbero rendere la loro autorit formidabile o pericolosa alla libert de i cittadini, siccome il nostro Autore erroneamente si  affaticato di fargli credere.
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Biasima in oltre il nostro Critico l'uso che i Veneziani hanno di creare i Magistrati che giudicano de gli averi e delle vite de i sudditi dal loro corpo Aristocratico, come soggetti a giudicare senza stare attaccati scrupolosamente alla lettera delle Leggi, e appunto i Tribunali Veneziani sono in Italia quelli che hanno la pi antica e la pi costante reputazione di retti, tanto che sono frequenti gli esempj di Litiganti non Veneti, andati concordemente a rimettere differenze le pi importanti al giudizio di essi Tribunali.
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Celeberrimo  quello di Cosimo Terzo de' Medici penultimo Gran Duca di Toscana, e del Duca di Parma di quel tempo, i quali avendo tra loro controversie di confini, le rimessero al giudizio di una delle Quarantie Venete, e le composero a tenore della sentenza, che quei Giudici pronunziarono. E quanto al potere che i principali Magistrati Veneti abbiano di saccheggiare a loro talento lo Stato, e disfarsi capricciosamente di qualunque persona abbia la sventura d'incontrare il loro dispiacere, a causa dello aver'essi parte tanto nella potest Legislativa, come nella esecutiva, se il nostro Autore fosse stato al fatto della Istoria di quel Governo averebbe trovato quanti saggi provvedimenti abbiano le Leggi Venete opposti a questo sconcerto, senza i quali gi da gran tempo la Republica di Venezia averebbe cessato d'essere uno de gli esempj pi riguardevoli della umana prudenza(4). 
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Al medesimo.
Della Influenza de i Climi sulla Societ Civile.
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CHE i climi a misura del loro freddo e del loro caldo influiscano moltissimo sulla costituzione de i corpi umani l'esperienza non ci lascia luogo da revocarlo in dubbio.  giusta la riflessione dell'Autore del Libro de l'Esprit des Loix, quando dice che i climi freddi contribuiscono a indurare i corpi, e a renderli pi atti a sopportar la fatica, e meno sottoposti alla delicatezza delle passioni, per un certo torpore che egli assegna a i loro liquidi, non meno che a i loro solidi in comparazione de i nati ne i climi caldi.
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Ma non  giusta la conseguenza che egli tira da queste Ipotesi, che i Popoli settentrionali sieno i pi atti alle conquiste, e sopra tutto i pi suscettibili di libert, e quelli tra i quali abbiano necessariamente pi che altrove da istituirsi Governi liberi. Ostano a questo la ragione e il fatto. E primieramente venendo a parlare della ragione dico, come essendo vero che i climi freddi rendano gli uomini meno suscettibili delle passioni, la libert, che senza dubbio di tutte le umane passioni  la pi delicata, tormenter un settentrionale molto meno di uno che sia nato in un clima pi caldo. Quanto al fatto  chiarissimo che la Germania, cui principalmente l'Autore assegna per l'Emporio della libert, racchiude dentro il suo circuito qualunque sorte di Governi, de i quali le Istorie ci abbiano fin qu fatto menzione.
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Quella stessa Germania contiene Governi di schiavit s perfetta che l'Asia, e le altre contrade del Globo non conobbero mai l'eguale, poich oltre il Sovrano, che  il dispotico Signor loro, quei Popoli sono divisi in tante porzioni, come chi dicesse in tanti branchi di pecore, consegnate a tanti diversi pastori, quali sono i possessori di Feudi, per i quali sono costretti a lavorar terreni, e fare ogni altro servizio a loro disposizione, senza neppure avere la libert di trapiantarsi da una terra in un'altra dentro i confini del loro medesimo Sovrano, e chiamansi col puro genuino nome di servi.
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Questa servit  cos rigorosamente da i respettivi Feudatarj custodita, particolarmente nel Regno di Boemia, che secondo mi ricordo aver sentito dire da un garbatissimo Cavaliere di quella medesima Nazione, un soldato nativo suddito di un Signor Boemo essendo mediante la sua virt militare pervenuto al grado di Generale, tratto dall'amor per i suoi a dare una rivista alla casa paterna, il Signore di quel Feudo l'obblig implacabilmente a quei servizzj edommadarj, a i quali era per la sua nascita sottoposto, senza che il suo Generalato potesse difenderlo da quella mortal servit.
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Questa sorte di Popolazioni compone due terzi, e forse i quattro quinti del Settentrione. Il Regno di Suezia vive sotto una Monarchia composta. Vivente Carlo 11esimo era in una soggezione perfetta. La Polonia, a riserva de i Palatini, e qualche Citt, tutta la Campagna  serva servissima come in Boemia. Di libero non vi sono che le Citt che si chiamano Ansiatiche, ognuna con pochissimo territorio, tanto che tutte insieme non fanno un ducentesimo della Germania. N la libert di questi Ansiatici si deve ad alcuna virt de i Popoli, che la posseggono, per acquistarla, ma bens al bisogno e alla avarizia de i primi Imperatori occidentali, i quali tentati da mercanti, che quelle respettive Citt abitavano, per poche somme di denari la venderono loro, senza che avessero prima d'allora saputo di possederle.
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E sono quei Popoli servi tanto contenti, anzi tanto insensibili a quella servil condizione, che i Signori loro ne fanno talvolta truppe di soldati e gli affittano, o vendono al pi offerente, senza incontrar mai per parte de gli affittati o venduti la minima contradizione. E venendo a parlare della inclinazione de i Popoli settentrionali per la libert, basta osservare tutto quel tratto, che, per la balordaggine de gli Imperatori Romani dopo la loro trasmigrazione Costantinopolitana, occuparono, dove si vedr che non fondarono mai un Governo libero, anzi al contrario introdussero dappertutto quella loro barbarissima nativa usanza Feudale, distribuendo le varie Popolazioni come di sopra accennai pecoralmente a tanti pastori quali furono quei loro Baroni, dalle cui mani molte delle Italiane per via di denaro siccome le Citt Ansiatiche di Germania, si riscossero, alla riserva della Republica di Venezia, la quale alla virt unicamente de' suoi Fondatori fu debitrice della sua libert.
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N  da dire che questa tanta Germanica servit sia di data recente, poich Cornelio Tacito nel suo libercolo de i costumi Germanici, tanto spesso citato dal nostro Autore, parlando de gli usi de gli antichi Germani, descrive la servit di quei Popoli tale quale  quella, sotto di cui molti di loro vivono presentemente. E venendo a i particolari dice che i Padroni non usavano di ammazzare i servi che nel calor della collera(5).
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N questa collera doveva esser tra loro un fenomeno molto raro, usando di passar sovente i giorni e le notti intere bevendo, onde con risse, ferite e morti quelli stravizzj il pi delle volte si concludevano(6). Di pi, quei Popoli Germanici in cui tanto carattere di libert suppone generalmente il nostro Presidente, per quello che nelle seguenti parole dice Tacito, non avevano neppure definita nella loro mente l'idea vera della libert, anzi la riguardavano con tanta indifferenza, e la valutavano tanto poco, che giugnevano a giocarsela, commettendola contro poco denaro alla sorte di un dado(7).
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Dalle quali cose si deduce che essi avevano la modestia di non considerare loro medesimi cosa pi importante d'una pecora o di qualunque altra bestia, e che i Popoli di Germania del tempo di Tacito avevano presso a poco quelle medesime costituzioni che hanno i Pollacchi presentemente, concludendo Republiche e Aristocratiche con un Re alla testa, il quale era primus inter pares, intervenendo nelle publiche Diete pi per persuadere che per decidere(8), e che i loro Sacerdoti avevano tra loro il massimo potere, come quelli che unicamente tra quella estrema barbarie facevano qualche sorte di studio, essi convocavano il Popolo, ed esercitavano nelle adunanze suprema autorit(9); le quali adunanze dovevano farsi di notte, poich contavano per via di notti, e non per via di giorni come facevano gli altri Popoli loro contemporanei(10), il qual computo per notti in vece di giorni doveva derivare dalle date delle sessioni, che tenendosi di giorno le averebbero certamente registrate per giorni, onde d'ogni altro fatto si sarebbe anche detto succeduto il tal giorno, laddove, tenendosi di notte, ne i registri erano notate le date di quelle conclusioni o sentenze la tal notte, e da quelle publiche date prendeva quel rozissimo Popolo la norma delle date di qualunque altro publico o privato avvenimento, e contava per notti.
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Erano probabilmente questi Sacerdoti tra i Germani quello, che i Druidi erano, secondo osserva Cesare ne i suoi Commentarj, nelle Gallie, e medesimamente in Inghilterra, cio la ragione civile di quei barbarissimi Popoli, che vale a dire i Maestri delle Leggi spirituali e temporali, i loro Aruspici, e i loro principali Consiglieri in tutte quelle cose dove bisognasse raziocinio composto. Tenevano anch'essi le loro sessioni di notte, e per notti medesimamente come i Germani contavano, e non per giorni, onde credo rimasto l'uso che anche al presente sussiste in Inghilterra di dire in vece di fourteen days, fourteen night, e di sette giorni seven night, siccome nota nel suo dottissimo Dizzionario il Signor Johnson.
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Ma  ormai tempo di lasciare quei poveri antichi Germani, tanto vantati dal nostro Autore, ed a i quali  debitrice tutta Europa di quella barbarie che sei secoli di buona cultura non sono ancora stati bastanti sennon in picciolissima parte d'estinguere, ed i quali erano tanto bestiali, che spendevano pi volentieri il sangue che la fatica(11), e terminare a Vossignoria Illustrissima il tedio lunghissimo di questa lettera, concludendo che l'educazione assai pi del clima dirige il pensare e l'opere de gli uomini.
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La Grecia che ora  la pi vil serva che mai sotto alcun Principato vivesse, gran parte di mondo per molti secoli resse, e gloriosissime Republiche vi fiorirono dentro; Roma le venne dietro, e l'Italia, dove fa tanto caldo, comand per cos dire l'universo, facendosi eguali fratelli di libert la maggior parte de i Popoli soggiogati; e Cartagine, posta in un clima, ove l'uova si cuocono al sole, tanto vi  possente l'ardor de i suoi raggi, gran parte della terra coperse col suo dominio, e poco manc non subentrasse nelle veci di Roma.
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Quando Roma era Roma vinse pi volte i Germani, e Mario ne riport una delle pi segnalate vittorie. E se ne i tempi appresso essi vinsero Roma, non fu per virt di quei nitri settentrionali, che scorrevano per le loro vene, come suppone il nostro Autore, ma bens per la sciocchezza, prima di Costantino, che abbandon Roma, la quale era l'anima del Imperio, e di poi per quella de i suoi successori, che l'Italia s debolmente guardavano, e soprattutto con soldati Germani, alla vilt e forse infedelt de i quali per esser connazionali di quei Popoli che vennero a invaderla, dov attribuirsi l'evento di quella spedizione.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al medesimo,
Sulla vendita delle Cariche publiche, e sulle private Giurisdizioni Feudali.
CHE il vendere i publici Impieghi sia diametralmente opposto all'interesse d'uno Stato lo dimostra geometricamente il fine dell'azzione della compra, la quale ha per oggetto l'acquisto di una cosa per utile unicamente del compratore. Oltre di ci  da considerare che per l'acquisto d'un fondo o d'un mobile particolare non si richiede che il denaro equivalente, sia chi si vuole il possessore di quel denaro, che viene a essere un requisito; ma nell'acquisto della propriet di un publico Impiego si richiede un secondo requisito quale  quello del merito.
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N questo merito per l'esercizio de i publici Impieghi  unico, ma complicato, consistendo in quei prevj studj che concludono la capacit, in probit di costumi, che presumono la rettitudine della mente, onde il Popolo si creda rettamente giudicato, e in una certa civilt di natali, che suole imporre il rispetto. Gli uomini che per via di buoni studj giungono ordinariamente a una onesta superbia di lor medesimi, trovandosi con tante sostanze che bastino a impiegarne una parte nella compra di un publico Impiego, molto difficile sar che si pieghino a questa specie di vilt di comprare una cosa, la quale uno intrinseco merito abbia dato loro dritto di possedere.
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Dunque, generalmente parlando, Cariche publiche non saranno comprate sennon da chi aver denaro superfluo, per ridurre quello acquisto in uso proprio, per quelle vie che l'occasione ander di mano in mano offerendo, e andando queste Cariche di padre in figlio, quando il primo compratore avesse anco i meriti requisiti, a riserva di quello della nascita, questi meriti raro o non mai continueranno ne i discendenti, sicch il publico con quelle vendite si sar comprato generazioni perpetue di persone malamente capaci di degnamente servirlo. L'Autore dello Spirito delle Leggi pone questa vendizione di Cariche come una massima della quale il Principe abbia a essere grandemente persuaso, come conducente al bene sicuro del di lui servizio e dello Stato medesimamente.
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Questo pensiero viene da un pregiudizio domestico e nazionale dello stesso Autore. Egli era Francese, e in Francia  un tal'uso. Di pi egli era Presidente del Parlamento di Bourdeaus, che vale a dire compratore, o figlio di compratore di quell'Impiego. In Francia, come anco nel resto d'Europa (alla riserva della Inghilterra, ove nobili non sono che i Pari di ciascuno de i tre Regni, e i secondogeniti e altri fratelli sono comuni) qualunque individuo di una famiglia nobile si dice nobile, e ne gode tutte le prerogative.
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Queste prerogative sono tali, che rendono ogni altro individuo Francese non nobile, sia possessore di qualunque maggior richezza si possa imaginare, in molte occasioni, comparativamente a un Nobile, anco della massima povert, sommamente dispregevole. Di pi l'acquisto di Feudi, o di Patenti di nobilt abbisogna di un certo tratto di tempo per lavar quel disprezzo popolare, che importa almeno la generazione vivente di coloro che ti hanno visto di plebeo fatto nobile. Un terzo genere di nobilt  in Francia, come altrove, quello de i publici Impieghi, il quale sennon  equivalente a quella canuta nobilt delle famiglie di spada quanto a certe prerogative, lo equipara quanto a cert'altre, come sono quelle che vanno unite alla prerogativa del giudicare, che porta seco l'autorit e il comando.
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Per redimerli da quella oppressione del disprezzo detto di sopra in confronto della nobilt gentilizia, quei tanti Fermieri Generali e Sotto-Fermieri, i quali hanno in Francia la privativa si pu dir del denaro, oltre qualche Mercante, e alcuni pochi per esercizzj Legali, di Medicina o altro, che sieno divenuti ricchi, comprano a' loro figlioli alcuno di quei publici Impieghi, per immergergli in quella Gerarchia di comando, e torgli da quella bassezza, che gli fa vergognare de i padri medesimi che gli hanno prodotti, e migliorata la loro fortuna, e fargli in una certa maniera passare dallo stato d'oppressi a quello d'oppressorj. Nel capitolo del Principato della mia Istoria Critica della Vita Civile mi ricordo d'aver trattati certi particolari, circa i pregiudizj di questo monopolio, minutamente.
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La brevit alla quale mi confina la legge epistolare fa s ch'io mi contenti di terminare questo discorso con pregare Vossignoria Illustrissima di dare un'occhiata a quei Frondeurs che poco manc non sovvertissero la monarchia di Luigi 14esimo, dove quei Parlamentarj ereditarj compratori, o figli di compratori di quelle Cariche, sul titolo di una specie di Feudalit successiva del loro potere avevano fabricati tali entusiasmi di sovranit, che ognuno di loro si figurava di essere un pezzo di Re di Francia, con tanta insania, che non vi fu mai corpo di persone di quelle che dovevano reputarsi prudenti, il quale facesse nelle Istorie figura s compatibile.
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Le private Giurisdizioni Feudali che tanto il nostro Autore raccomanda a i Principi furono le mine, contro le quali ci volle tutta la prudenza del Cardinale di Richelieus per liberarne quella Monarchia, donde riceverono quei Sovrani per secoli interi tanti disturbi. N il Regno d'Inghilterra si sarebbe mai condotto a quella tanta felicit a cui lo vegghiamo pervenuto, se Arrigo Settimo non avesse tagliato la testa a questo orribile mostro. E mostro orribilissimo veramente sono dentro l'ambito di una monarchia le particolari Giurisdizioni. Imperio in Imperio, che vale a dire che i sudditi soffrono il carico di un doppio imperio. Piccolo Principe massimo Tiranno. Non ci  assioma che si verifichi pi di questo ne i casi di Feudalit.
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Nel comando, generalmente parlando, non ci  altro che l'atroce piacere d'opprimere. Il piacere di far del bene richiede troppe circostanze perch un'uomo che comanda possa gustarle. I Sovrani possono pi de gli altri godere di questo divino piacere, prima perch le loro circostanze li rendono superiori al bisogno, e poi perch sono in istato di avere al loro servizio soggetti prudenti che li consiglino, e probi Ministri che dieno onesta esecuzione a i loro comandi. Laddove i privati Signori sono per lo pi individui bisognosi, sennon del necessario alla vita, almeno quasi sempre per i superflui, ne i quali quando hanno tali giurisdizioni, trovandosi, sebbene in lontananza, simili a i loro Sovrani, sempre sono tentati di eguagliarli, e molti hanno l'impudenza di superarli.
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E finalmente per vedere che effetto producano ne i poveri Popoli, che ci si trovano sotto, queste private giurisdizioni, basta osservare che tutti quelli che possono procurano di trapiantarsi sotto altro cielo, ove respirare qualche maggior libert. Di questa invenzione  debitrice l'Europa a quegli antichi Popoli settentrionali, che il buon Presidente pregia s altamente, e che tiene continuamente inquieti, dove ella regna, i poveri Popoli che ci sono sottoposti, non meno che i Signori che li posseggono, e in terzo luogo il Sovrano, avanti al quale sono continuamente a i capelli i comandati co i comandanti. Resto al solito con tutto l'ossequio,
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al Signor Conte di Plimouth,
Ringraziandolo del dono di una bellissima Spada.
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ECCELLENZA.
LA preziosa spada, onde vostra Eccellenza si  compiaciuta farmi regalo, mi obbliga a farlene i pi umili ringraziamenti. Questo cospicuo dono, il quale decora tanto straordinariamente la superficie di mia persona, inarca ogni giorno le ciglia de i miei conoscenti al primo incontro, vedendomi, fuor del mio solito, s riccamente spadato. Ma io che sono pur troppo informato quanto il mondo sia pieno di sinistri calcolatori, acciocch alcuno non pensasse che mi fosse caduta addosso qualche eredit, o io avessi trovato qualche tesoro, o finalmente svaligiata la guardaroba di qualche Generale d'Armata, corro tosto alla vera apologia per mia difesa, e dico che Vostra Eccellenza ne  stato per mera sua benignit il donatore. In somma Ella mi ha coll'onore di questo dono istallato suo Cavaliere, e io mi dichiaro da ora innanzi suo fedelissimo Campione, preparato a battermi per Lei con chiunque, venendo l'occasione, che il cielo non voglia, fino all'ultimo sangue, e far vedere
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che l'antico valore
Ne gl'Italici cor non  ancor morto.
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Per questo e per tanti altri favori, che la sua generosit mi ha dispensati, io non ho avuta peranco la sorte di alcuna cosa contribuire, onde rendermene in qualche parte meritevole, per supplico Vostra Eccellenza di non lasciarmi lungamente con questo rossore, somministrandomi occasioni da esercitare la mia obbedienza in di Lei servizio, e nello stesso tempo di credermi quale profondamente inchinandomi mi do l'onore di protestarmi,
Di Vostra Eccellenza
Londra.
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Al Signor Luca Corsi a Firenze,
Sopra alcuni Consigli di Mercatura da esso dati all'Autore, e sopra il Libro de i Bagni di Pisa scritto dal Signor Antonio Cocchi.
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Amico stimatissimo,
DOPO un secolo di molesto silenzio mi trovo finalmente favorito del gentilissimo foglio degli undici del caduto. Grandissimo piacere mi ha dato quella lettura, poich mi dice che siete vivo e sano, che state allegro come uno a cui sia morta la moglie brutta, e, quello che  anche per me di massima importanza, non si  diminuita d'un'atomo quell'amicizia, che avete fin da i nostri teneri anni sempre avuta per me. Non ho poi parole bastanti da esprimervi le risa, che mi hanno cagionato i vostri consigli di Mercatura, i quali non mi potevano trovar in disposizion pi contraria. Eccovene la ragione.
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Il Signor Abate N. Segretario di... mi commesse sei mesi sono alcuni libri, tra i quali le Opere di Arrington, con ordine di consegnarli a questi SS:ri Franco, Mercanti ricchissimi, reputatissimi, e nativi Livornesi. Questi mi fecero il favor di riceverli e di mandarli, ma il Signor Abate non si  neppur degnato di accusarmene la ricevuta, e sono gi ben tre mesi, che gli ha nelle mani. La perdita  di circa sei Ghinee. Per voi che non sapete quanti orci d'olio vi abbiano prodotti quest'anno i vostri Regni di Valdarno, senza interrogarne il Fattore, non sarebbe gran perdita, ma per me che ogni Ghinea mi costa il consumo d'un paio di scarpe,  un tesoro.
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Mi stupisco per altro come un Pomponio Attico del nostro secolo, quale io considero appunto voi, attesa la vostra incomparabile accortezza, sia caduto a dar consigli di mercatura a un'uomo del mio temperamento. Primieramente il mestiero del mercante  affatto dilemmatico, o arrichire o fallire. Per arrichire ci vuole esperienza, accortezza, diligenza, ardire, efficacia, e una economia scrupolosissima di credenza. Io di queste qualit mercatorie non ne ho neppur'una, quando non fosse l'ardire, quale  stato quello di mandar mercanzie ad un'uomo, di cui ho aspettato a informarmi dopo cominciato a disperare del mio pagamento.
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Vi rendo nondimeno grazie infinite di questo consiglio, perch scorgo in esso un vostro desiderio di vedermi ricco; felicit, per dire il vero, alla quale io medesimo non ho mai aspirato, e le linee che in tutta la mia vita ho tirate diametralmente contrarie ve ne faranno ampia testimonianza. M'imbattei pochi giorni sono casualmente in una libreria d'un mio amico, dove tra i libri suoi prediletti aveva i Bagni di Pisa descritti dal nostro Signor Antonio Cocchi.
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L'orso non s'avventa con tanto zelo alle pere, come io feci a questo libro, del quale vedendomi il Tiranno della libreria s ghiotto me ne fece subito benignissimo imprestito. Lo avevo gi letto sette anni sono, e publicatane come sapete la mia opinione, ma nella lettura che ne sto ora nuovamente facendo, trovo numero tanto pi vasto di Veneri, che allora non ci trovai, ch'io son certo d'averlo grandemente defraudato di quelle laudi che a s bell'opera sono dovute.
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Io ci ravviso dentro smidollata tutta quanta la medicina in lungo e in largo, con una nobilt, precisione e chiarezza s grande da fare allo Scolastico pi infatuato abjurare a vista la sua Peripatetica. Che pi? un fanatico di Metamsicosi crederebbe che l'anima del Galileo e quella del Redi, i due pi puri, pi eleganti, e pi giudiziosi scrittori di nostra lingua, sieno trasmigrate d'accordo nel nostro Signor Antonio per iscrivere un s bel libro. Quello poi che, quanto alle sue massime Mediche, maggiormente mi tocca,  il gran caso, che egli fa dell'uso dell'acqua, costituendola Taleticamente l'anima universale della Medicina.
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Io me ne rallegro infinitamente, perch gli otto anni del mio soggiorno Napolitano, m'hanno fatto toccar con mano questa verit, ma non so come il nostro amico possa star quieto in coscienza di aver propalato questo misterio prima di sostituire un'equivalente per l'impiego de i poveri speziali. Credo per ch'ei potr salvarsi sulla industria per lo pi fortunata de i Ciarlatani, o Impostori, come vogliamo chiamarli, i quali trovano sempre bastante numero d'ignoranti, che si fanno un piacere di pagare generosamente chiunque gl'inganna. Salutatemelo cordialissimamente, e ditegli che ogni giorno pi m'insuperbisco della sua amicizia, siccome fo e far sempre della vostra.
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Quanto a nuove che possano interessarvi io sono scarsissimo, tutte ristrignendosi al godere ch'io fo d'un'Erculea salute, questo clima confacendo pi d'ogni altro de i da me sperimentati fin'ora alla mia complessione, e alla perdita che abbiamo fatto poco fa del Signor Goffredo Man, per una consunzione Britannica, compianto da un numero infinito d'amici che conoscevano il suo valore. Egli era gemello di cotesto Signor Cav:r Man. Lo stesso abito di corpo, la stessa mansuetudine, le istesse maniere obbliganti e graziose, e in somma s nel fisico che nel morale un'altro lui. Amatemi, comandatemi, e vivete felice.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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A Mylord Pulteney a Richemond,
Sopra il Secolo di Luigi 14esimo.
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Eccellenza.
VUOLE Vostra Eccellenza nuove da me, e io nuove politiche non ho, le letterarie si riducono a una che val per cento. Questa  la publicazione d'un'Operetta Francese in due Tomi fatta poco tempo fa in Berlino da Messieur de Francheville, ma composta da M. Voltaire, siccome lo stile ameno e il parlare ardito chiaramente dimostrano. Il titolo non pu essere pi interessante n pi curioso. Secolo di Luigi 14esimo. Appena sentii parlar di quest'Opera ch'io andai dal Libraro per farne acquisto. Ne lessi ier sera la Prefazione, la quale  la cosa la pi bizzarra del mondo. Eccolene presso a poco il tenore. L'Autore divide i secoli gloriosi del mondo in quattro.
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Il primo sotto Filippo Re di Macedonia, e Alessandro Magno suo figliuolo: il secondo sotto Cesare e Augusto: il terzo sotto Maometto I, che si rese padrone di Costantinopoli, e la Famiglia de i Medici, allora privata, chiam colla industria specialmente di Lorenzo il Magnifico la scienze e le arti a nuova vita: il quarto quello sotto Luigi 14esimo. E perch un Poeta s eccellente come M. Voltaire non pu lungamente procedere o parlando o scrivendo senza lasciar balenare qualche raggio di poesia, spicca tutto a un tratto un volo Pindarico, e fa al suo Eroe col fulgentissimo suo proprio splendore offuscare in un certo modo Alessandro, Augusto e i Medici, affermando aver fatto pi grandi cose egli solo che tutti tre quegli insieme. Modesta Iperbole!
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Ma l'Autore  Francese zelante, e Poeta, non vi  cosa che se gli possa pi ragionevolmente perdonare quanto il corpeggiare pi magnificamente ch'ei pu le imagini del suo soggetto. Scendendo alla enumerazione delle parti, dice che trovati barbari e ignorantissimi i suoi Popoli, li civiliz, gli erud, li rese d'infingardi operosi, di poveri opulenti. Restaur la disciplina militare nel suo Regno perduta, v'istitu la navigazione, vi accrebbe il commercio, ed ebbe la consolazione di vedere tutte tre queste facolt condotte a i giorni suoi al pi alto grado di perfezione. E finalmente d'ogni scienza e d'ogni arte gli successe lo stesso. Sin qu il Panegirico  giusto.
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Ma il pretendere che l'Inghilterra debba rimanere obbligata a Luigi per aver'egli in questi Popoli svegliata l'emulazione  un'enimma ch'io non intendo. Perch se parliamo delle armi e della navigazione, Cromuele fu quello il quale per altri motivi le coltiv tanto che rese il nome Inglese fino ch'ei visse formidabile a tutto il Globo. Se di scienze, un Popolo che aveva avuti di fresco i Baconi, i Boyli, i Milton, e tanti altri uomini eccellentissimi, non aveva bisogno di ricorrere a i suoi vicini per provisioni di sapere.
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Quanto poi ad arti mecaniche  vero che Francesi furono in gran parte quelli che in questo Regno le portarono, ma Francesi venuti a cercare asilo, tratti dalla speranza di far valere quelle arti per sostentar le loro persone e le loro famiglie. Dice anco il Poeta Istorico che Luigi port il buon gusto in Alemagna. Di scienze non puole intendere, poich i Leibenitz, i Puffendorff, i Bustorff, i Bernoulli, che Alemanni possono chiamarsi, non erano prodotti Francesi. Delle armi non parlo, perch la fama de i Montecuculi  tale che non lascia luogo a questo sospetto.
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Dunque bisogna che l'Autore intenda del lusso nel vestire, nelle tavole, e in ogni altro superfluo. Per questa parte l'Autore ha ragione, poich se non fosse stata la semplicit, anzi stolidezza de i forestieri, le manifatture Francesi, principalmente d'argento e d'oro, averebbero a quest'ora dovuto per cos dire serrar bottega. Errore che specialmente in Alemagna ha cominciato a correggersi, essendovene gi stabilite d'ogni genere, e molte condotte a gran perfezione. Non si corregger mai per quello de i vini, e il Claretto e il Borgogna fino che il sole non vitifichi il Nort e questi Regni, feconderanno sempre i calici de gli Alemanni e quelli di lor Signori.
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Anco i cuochi Francesi pare che si sieno fatti una privativa di loro facult culinaria per tutta Europa, come segue de gli Italiani per la musica, con questa differenza, che la cucina Francese con quei diabolici estratti o sughi, e con quelle vivande mascherate, abbrevia i giorni de i mangiatori, con guastar loro lo stomaco, e avvelenare il sangue, laddove la musica Italiana, attesa la sua delicatezza e soavit raddolcisce gli umori, rallegra i pensieri, sospende il sentire i dolori, e molti ne guarisce interamente. Conchiude finalmente il compendio delle lodi di Luigi con dire che egli ravviv l'Italia, in quei tempi languente.
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E la ravviv veramente, perch desolarono le sue armate il Piemonte, al Duca di Mantova fu permesso per aver preso partito Francese di perder lo Stato, Alessandro Quarto e Innocenzio 11esimo furono trattati pi da Vassalli che da Sovrani, e Genova tiene ancora aperte le piaghe del suo bombardamento. Io non decido chi avesse ragione o torto, n son cos stolido di oppormi alla gloria di Luigi 14esimo, che veramente fu un grandissimo Principe, come Vostra Eccellenza pu bene imaginarsi, ma non posso far di meno di non notare il poco giudizio del pittore delle sue azzioni pi riguardevoli, di dar loro un lume cos grottesco, che in vece di caratterizare il ritratto nel suo pi bello, lo sconciano.
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E certo che se avesse detto che Luigi trionf de gli Italiani vendicandosi dei torti ricevuti da loro la cosa passebbe decentemente, e l'espressione sarebbe la comune de gl'Istorici, ma quello aver detto ch'egli ravviv l'Italia non combina troppo logicamente con quelle devastazioni, quegli assedj, quei bombardamenti e tutto quel di pi di calamit che porta seco la guerra. Non ostante tutte queste mie note prevedo che il Libro sar curioso e piacevole, perch lo stile di M. Voltaire  tale, che il lettore pu gustarlo senza curarsi troppo di verit scrupulosa di fatti. Resto in tanto con umilissimo ossequio riserbandomi a darle nuovo incomodo fatta che avr la lettura del Libro.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al medesimo
Sopra il Secolo di Luigi 14esimo.
Eccellenza.
HO FINALMENTE letto, siccome nella mia precedente promisi a Vostra Eccellenza anzi divorato il Secolo di Luigi 14esimo. Questo titolo non mi par veramente appropriato colla dovuta aggiustatezza al soggetto. Secolo d'Alessandro va bene. Alessandro sconvolse gli ordini di tutta la Grecia, della parte pi risplendente dell'Asia, messe sotto Sopra l'Egitto, istitu molti nuovi Governi, fond Citt, e fu ed  ancora l'ammirazione dell'Universo. Anzi lo era tanto nel tempo che i Romani e i Cartaginesi vantavano i pi eccellenti Capitani che mai fossero stati, che nel famoso dialogo tra Scipione e Annibale presso il Re di Numidia, venuta la questione di chi fosse stato al mondo il maggior Capitano, Annibale diede subito senza punto riflettere ad Alessandro il primato.
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Prerogativa alla quale si vede chiaro che Luigi non pretese mai, avendo sempre mostrato di cedere in questo la mano a Cond, a Tourraine, e a molti altri grandissimi Capitani, a i quali commesse sempre le imprese pi decisive, laddove Alessandro le pi importanti sempre personalmente condusse. Lo stesso fece Cesare, lo stesso fece anche Augusto per quelle che decisero del fato della sua grandezza. E quanto alle scienze; Augusto scienziatissimo fu, e d'ogni arte pi colta intendentissimo, e Filosofi e Artisti famosissimi a lui da tutti gli angoli della Terra volarono tratti dalla fama delle sue generosissime liberalit in ricompensa del merito.
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E il suo dominio era tanto vasto, e tanti Re e tanti Popoli s'ingegnavano di seguir le sue tracce in quello che a loro conveniva, che meritamente pot chiamarsi il secolo, nel quale ei visse, Secolo d'Augusto. La memoria d'Agrippa, quella di Mecenate, il Panteone di Roma, e tanti altri stupendi edifizzj, li scritti di Virgilio, d'Ovidio, d'Orazio, sono monumenti che renderanno venerabile sempre il nome d'Augusto, ed a quel secolo nel quale ei visse resteranno sempre associate idee di tanta grandezza in qualunque genere di prodotti dell'ingegno umano, che sempre sar chiamato Secolo d'Augusto, e questo nome risveglier sempre pensieri di grandezza singolare e di maraviglia senza pari.
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Quanto alle scienze ed arti di qualunque genere non perder punto del suo splendore a fronte di quello d'Augusto il secolo nel quale visse Lorenzo de i Medici, poich queste erano gi quasi che morte dappertutto quando Lorenzo si di a coltivare, premiare e onorare quei soggetti ne i quali vedeva disposizione e industria da produr frutto considerabile; e fu opra unica della sua gran mente il redimere che egli fece da una imminente totale distruzzione quei codici e altri monumenti, che i tesori d'ogni sapienza racchiudevano, quando per mezo del Lascari, e con sommo suo dispendio dalle mani de i Musulmani e de i Vandali dell'Asia, che erano per sommergerli in un'oblio perpetuo li riscosse, alle cui preziose reliquie deve Europa tutta quella eleganza, che la fa tanto sopra le altre parti del mondo presentemente risplendere.
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Sotto gli auspicj di questo incomparabile uomo nacquero le scuole di Pittura, di Scultura, e d'Architettura, le quali produssero quei tanti cospicui monumenti, che fecero recuperare non poco del suo antico lustro all'Italia, e tra gli altri principalmente i due mirabili edifizzj della Chiesa di S. Pietro di Roma, e del Palazzo de i Pitti, Regia sede de i Gran Duchi in Firenze, dopo i quali non  comparsa al mondo alcuna altra cosa che emulasse gli antichi, onde pare che queste due maraviglie sieno le colonne d'Ercole, che abbiano fissato il non plus ultra della umana grandezza.
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Quanto fece Luigi, che fu moltissimo in ogni genere, non riguarda che il Regno di Francia, poich a tempo di Luigi, in via d'Armi, aveva l'Inghilterra Malbroug, il gran Vittorio Amedo l'Italia, il Principe Eugenio la Germania, Carlo 12esimo la Svezia, il Czar Pietro la Moscovia, senza parlare di tanti altri reputatissimi Capitani, che tutti insieme non ebbero invidia a i pi eccellenti della antichit. Contemporanea a Luigi era in Firenze l'Accademia famosissima del Cimento, Seminario elegantissimo d'ogni scienza, dove specialmente le Matematiche, la Filosofia sperimentale, la Medicina, l'Anatomia, l'Istoria naturale fecero l'ultime prove, e per tutta Europa si divulgarono.
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 verissimo che Luigi riscosse il Regno di Francia da quella specie d'abiezzione in cui lo trov, e che in questa vece si rese formidabile alla maggior parte d'Europa, poich la maggior parte d'Europa si congiunse contro di lui, e che vicino a esser sommerso da quei tanti nemici, che lo combattevano, sorse glorioso, recuper tutte quelle terre che dentro l'ambito della Francia erano occupate da altri, e di molte altre a i suoi nemici occup; e quindi ebbe la fortuna di porre un suo Nipote sul Trono di Spagna, superando maravigliosamente tante e spinosissime difficolt, che rendevano a gli occhi del mondo quella impresa temeraria e impossibile a riescire.
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Descrive anco M. Voltaire con grazia incomparabile la guerra che il Parlamento di Parigi sotto il titolo di Frondeurs fece a Luigi, e la condotta ch'ei tenne per trionfarne, e riferisce varj aneddoti, che rendono piacevolissima quella lettura. Esalta alle stelle la magnificenza straordinaria di quel Principe, anco in mezo alle calamit pi deplorabili de i suoi sudditi, non saprei con quale accordo di senso comune, e senza rilevare il frutto grandissimo che questo non troppo buon seme produsse e produce tutta via alla Francia, quale fu quello di rendersi il modello di tutti i capricciosi d'Europa, onde le mode Francesi furono le sanguisughe che succhiarono in grandissima copia il denaro delli stranieri, e lo succhiano anco al presente generalmente. Da Luigi venne tra le altre mode in grandissima voga quella delle Parrucche, tanto che si pu dire che quel gran Re parruccasse tutta Europa, per cui in tutta Europa stante la importanza dell'arte un Parrucchiere Francese  stato sempre un soggetto considerabile.
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A Luigi dobbiamo i Galloni, i Ricami d'oro e d'argento, e la rovina della bella, economica, e decente uniformit di vestire, specialmente di color nero, e con una certa ampiezza di panni che decorava grandemente la persona, e i membri vestiva, e copriva analogamente alla loro struttura con comodo e sanit laddove presentemente, a riserva de i Magistrati, che ritengono ancora molte vestigie dell'antica seriet nel vestire, le Corti paiono un mercato di Ballerini di corda, o d'Arlecchini.
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Questa gran variet e bizzarria di vestire fa a i Ricchi superare in ricchezza di vestire i Mediocri e sprezzarli, a i Mediocri invidiare i Ricchi, e procurare con grave incomodo delle loro economie d'imitarli, e separa i poveri da queste due Gerarchie interamente, ciocch tutto insieme viene a scompaginare l'armonia amichevole della societ, la quale anticamente la uniformit del vestire maravigliosamente conciliava. Ma se questa mania delle mode ha invase le menti de gli uomini alla proporzione di otto, quelle delle donne le ha invase alle proporzione d'ottanta. In molte citt d'Italia sono Dame che stanno in giorno delle mode di Parigi, come i gran Letterati fanno de i Libri, che di mano in mano si publicano nelle varie regioni d'Europa.
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Anzi una delle lucrosissime professioni in Parigi  quella di far Bambole o come i Francesi le chiamano Poupes vestite puntualmente a tenore della moda corrente di quell'anno, per mandarli alle Dame d'ogni paese, le quali fanno loro lo stesso uficio de i Giornali de i Letterati a i Bibliotecarj di grandi Librerie, o a Professori d'Universit per provvedersi di ci che faccia per loro.
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Bambole o Poupes si fanno anco per gli uomini, e i sarti e le scuffiare, e mercanti di stoffe, e qualunque altro abbia voce nelle mode, sono in questo tanto sapienti, che lodano il matto e lo fanno correre, perch cambiano di moda, ognuno nella sua provincia, almeno almeno ogni stagione. Che disordine d'economia importino in una famiglia questi capricci Vostra Eccellenza se n'accorger quando si sar associata con una bella sposa, o se mai cadesse nella rete di qualche altra passione. Un'altra gloria ha avuto Luigi 14esimo, che il suo Istorico ha omesso di rilevare, quale  stata quella di rendere la Lingua Francese quasi che universale in Europa, che  quello dove Luigi ha superato i Romani, poich dove essi a gran fatica poterono introdurre la loro lingua in tutte le Provincie del loro Imperio, ei ha avuto la sorte di vedere adottata la sua generalmente anco dalle Nazioni che gli erano maggiormente nemiche. Rende M. Voltaire la dovuta giustizia a tutti quei grandi uomini, che fecero azzioni memorabili anco contro Luigi, e de i Francesi fa con ingenua imparzialit s nel bene, come nel male i caratteri, n passa sotto silenzio le debolezze del suo Eroe.
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Tutto il secondo tomo versa su i varj amori, specialmente rimasto vedovo, di Luigi, e sopra le dispute di religione che durante il suo Regno si agitarono in Francia, e tutto con uno stile delicato e insinuante, onde io credo che Vostra Eccellenza la quale  tanto amante dello scriver con grazia e vivacit, si divertir molto con questa lettura. Tenta in questo libro M. Voltaire di fare qualche alterazione nella Ortografia della sua lingua, e specialmente nell'uso delle lettere maiuscole, non usandole che ne i capi versi; novit ch'io non credo incontrer molto seguito, poich le lettere maiuscole oltre al denotare persone o cose degne di nota, rompono anco molto di quella tanta unit di scrittura che affatica non poco la vista di chi legge. Resto sommamente tenuto a Vostra Eccellenza dell'onore che Ella vuol farmi di rendermi partecipe di cotesta sua amenissima villeggiatura, n mancher di approfittarmene quanto prima, non vi essendo persona colla quale io mi compiaccia tanto di conversare quanto quella di Vostra Eccellenza n luogo che mi rallegri tanto quanto Richemont con i deliziosissimi suoi contorni.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al Signor Dottor la Cour,
In Ringraziamento d'aver curato l'Autore d'una percossa nel cader da cavallo.
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Amico e Signor mio stimatissimo
SE Don Chisciotte cavalcando di galoppo alla china, al corteggio della sua Dulcinea, avesse fatto una caduta precipitosa come feci io, accompagnando a Dover il Signor Businello nostro, il suo fedele Istorico Cervantes l'averebbe certamente registrata tra le principali avventure del suo Eroe. Io per che non professo Chisciotteria me ne dolgo grandemente e non poco me ne vergogno, n mi crederei degno in conto alcuno di scusa se l'accidente non mi fosse succeduto dopo pranzo.
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Basta se ho fatto il peccato ho anche fatta la penitenza, perch soffrii ben venti giorni dolori acutissimi col martirio di molti rimedj in vano, sino che voi tratto dalla vostra incomparabile umanit veniste a vedermi, e mediante quel magnifico vescicantone che mi ordinaste, che io riguardo come l'ancora sacra delle percosse, restituiste le mie costole e me al pristino stato di sanit.  vero che questo rimedio vescicatorio  tormentoso anzi tormentosissimo, perch io a conto di vescicante sono stato ben venti giorni in inferno, ma produce l'effetto subito, sicch non mi maraviglio se in Inghilterra questo rimedio  in tanto gran voga, perch l'impazienza Inglese segue ordinariamente il dilemma o guarir presto o morire.
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In Italia per vescicanti non si usano con tanta franchezza come fate voi altri Signori in Inghilterra, e molto meno tanto voluminosi, e rarissimamente al petto. La ragione credo che venga dalla tanto maggiore efficacia delle cantaridi, che vi nascono, a causa del caldissimo clima soggetto assai pi di questo vostro a infiammazioni, dove se io me ne fossi applicato uno simile a quello che mi ha sanato, chi sa che non mi avesse bruciato vivo come fece d'Ercole la camicia che la leal consorte gli pose indosso. Li speziali Inglesi devono fare un grande spaccio di questa sorte di rimedj, perch per tutta quella Inghilterra che ho permeata fin'ora non ho incontrato Cavaliere o Dama che cavalcassero altro che di galoppo o di trotto serrato alla china egualmente che alla pari.
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Ma quello che deve nutrir molto li speziali e i Chirurgi sono quelle cacce di Lepri e di Volpi, dove la gente corre a gran precipizio senza riconoscer punto il terreno come se avessero squadroni nemici alle spalle, delle belle trenta miglia per volta giovani, vecchi, delicate Damine dietro a un'animale che mai o molto di rado giungono alla venatoria beatitudine di vedere.
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Io sono stato regalato da alcuni gentilissimi amici di questo divertimento due o tre volte, dove ho rischiato il collo come gli altri senza saper perch, e con nessunissimo gusto, perch lepre n volpe non vidi mai, e colla delizia d'un cavallo che andava dove voleva senza che io potessi in conto alcuno regolarlo; ma ora che ho avuto quest'avvertimento, che avevo molto pi meritato allora, ritorno nella mia antica sapienza, e fo proponimento fermissimo di tener maggior conto in avvenire della mia persona, n mai pi commettermi a gli evidenti pericoli della caccia.
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Io adunque vi rendo tutte quelle grazie che merita lo avermi colla vostra sapienza redento da quegli atrocissimi dolori, e da una continua morte tornato in vita, n lascer mai di predicare quelle lodi che sono dovute al vostro gran merito. Ora che vi siete col benefizio di questa guarigione fatta pi che mai vostra la mia persona spendetela in avvenire liberamente, sicuro che niuna cosa mi sar pi a cuore della esecuzione de i riveriti vostri comandi, a i quali dichiarandomi sempre pronto resto pieno di stima e di verace amicizia.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al Signor Cavalier Pecci,
Sul preferire, che egli fa il soggiorno di Londra a quello di Parigi.
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Signor Cavaliere stimatissimo mio Signore,
NON mi maraviglio punto che Ella preferisca il Fracco di Londra alle gale perpetue di cotesta sempre festiva Citt di Parigi. Nata, come Ella , nella Citt di Siena, dove ancora rimangono tracce dalla moderazione della da due secoli e pi estinta Republica, e assuefatta poi a tanti anni di comodissimo Abatesco Romano,  naturale che i galloni, le trine, la incomodissima attillatura della parrucca, lo abituale complimentario commercio Francese sieno meno analogi al di Lei pensar Filosofico del semplicissimo naturale convivere degli Inglesi.
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E neppure mi maraviglio di sentire della stessa opinione cotesti amabilissimi Signori Principi, non ostante, che tanto giovani, quando il bollore della et congiunto a quelle ricchezze vastissime che li circondano, suole esser s vago della pompa e del brio; poich se lo splendore d'un Trono Pontificio non ebbe forza d'alterare la nativa mansuetudine di Clemente 11esimo loro Zio magno, con tutto il rimanente della per ogni conto cospicua famiglia Corsini, non possono a meno questi Signori di aver col latte succhiati semi di moderazione, e sortito un genio portato pi per la natura semplice e ingenua, che per l'arte mascherata e composta.
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Anno lor Signori lasciata in questo Regno fama generalmente de i pi assennati e morigerati viaggiatori che mai vi approdassero, e io vedo spesso due Damine le quali mostrano gran dispiacere della loro partenza, n ho cuore di disingannarle d'una dolce speranza che pare conservino ancora di rivederle, giacch anco questo  nell'abisso vastissimo de i possibili.
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Ma io che, all'uso degli avanzati in et, penso sempre al peggio, non mi lusingo come quelle amabilissime Tortorelle di riveder lor Signori in questi caliginosi mondi, sicch se vorr bearmi di questo piacere mi bisogner far come Maometto, il quale si risolse di andare egli a quei monti, che non pot ottenere andassero a lui, e mettermi come dice il proverbio la via tra gambe, e venire a loro quando gli sentir tornati a consolare e consolarsi con quegli amantissimi parenti, e amici che in Firenze e in Roma gli attendono a braccia aperte.
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Questo che per ora  pi nell'orbe de' miei desiderj, che nel possibile delle mie resoluzioni, intanto ch'io medito, e lo medito seriamente, d'effettuarlo, la supplico de i miei rispetti umilissimi a cotesti Ecc:mi SS:ri assicurandoli della memoria indelebile ch' io conservo de i beneficj che mi hanno dispensati durante il loro soggiorno Londinense, e ch'io porgo fervorosi voti all'Altissimo per ogni loro felicit. Ed ella sia pur certa che niuna cosa io pregio pi dell'onore della sua padronanza ed amicizia, ch'io fo somma stima del suo gran merito, e che in nulla m'impiegher mai pi volentieri che nella esecuzione de i suoi stimatissimi comandi, de i quali sommamente desideroso col pi umile ossequio mi confermo.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al Signor Marchese Paolucci,
Inviato straordinario del Serenissimo Signor Duca di Modena. L'Autore gli da conto della sua Villeggiatura d'Arbury.
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Signor Marchese stimatissimo mio Signore
DAL Signor Caffarena la sento felicemente tornata dal suo viaggio d'Annover, ma con mio sommo rammarico non con quella somma di sanit colla quale si era partita da Londra. Il mio dispiacere si rende anco maggiore per la impossibilit nella quale mi trovo di venir subito a tributarle la mia umilissima servit come vorrei. Siccome Ella esperimenta per prova non vi  uomo, che quantunque si dia ad intendere di essere interamente libero, lo sia poi in realt veramente. Impieghi publici, amiche, amici, qualcuno  sempre il nostro tiranno. Per mia buona sorte io vivo presentemente sotto la pi amabile servit, che mai possa un vivente per sua beatitudine desiderare.
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Il luogo che mi contiene si chiama Arbury nella Contea di Warwick, a sette miglia da Coventry, a cento in circa da Londra. Io riguardo questo mio presente soggiorno come il Laberinto di Creta, alla di cui entrata, egualmente che all'escita, vi  bisogno d'un'Arianna che mi conduca. Le difficolt de i contorni di questa stazione sono le strade, dove l'Armata di Xerse si perderebbe in un d. Basti un'esempio per tutti. Io feci sette miglia per la posta in sei ore, e di queste la met a piede, in pericolo di trovarmi da un momento all'altro sprofondato nel Caos. Superate queste pericolose difficolt mi trovai alla vista del sospirato soggiorno. Un quadro edifizio magnifico, bench Gotico, in fondo a un lunghissimo e larghissimo viale d'alberi si offerse a gli occhi miei, la cui antichit e grandezza maraviglia e riverenza m'ispirarono insieme.
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A misura ch'io m'andavo approssimando il piacere cresceva, poich spazioso bosco di annoso querce all'intorno, che fanno siepe ad ampj verdissimi prati, popolati di un numero immenso di Daini, e quindi un Lago di limpidissima acqua, la quale per via d'una bellissima cascata tra scogli artificiali, che imitano la natura maravigliosamente a uno inferior Lago le sue onde comunica, e di poi in un fiume risolvendosi va a terminare in un Tempio che gli fa ponte, con sotto un Mulino, donde quelle acque scaturendo di nuovo nell'aperta campagna recuperata la primiera libert a loro talento trascorrono. Questi Laghi e questo Fiume, abondantissimi di volatili aquatici e di squisitissimi pesci servono di fossa al venerando edificio, il quale ricco di giardini, e di boschetti ove la natura e l'arte hanno conteso con egual gara concludono la locale delizia di questo soggiorno.
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Ma la delizia maggiore la conclude il degnissimo suo Lucumone che  il Signor Cavalier Newdigate, il quale non vi  topico d'umanit, ch'ei con i suoi ospiti non eserciti. Ha poi questo Cavaliere per consorte una Dama, che non lascia a chi ha l'onor di conoscerla virt da desiderare pel compimento di sue perfezioni, e altre Damine vi sono di tanto merito, che danno l'ultimo finimento a questa elegantissima famiglia.
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Aggiunga a questo una copiosissima libreria, e un numero d'amici del Signor Cavaliere, la maggior parte del suo calibro, che vengono di tempo in tempo a interrompere l'unit della solitudine. Lascio alla di lei benignit considerare se mi resta che bramare di pi beato, quando non fosse l'amabile di lei presenza, cui non potendo godere io qu mi riserbo questo piacere al pi tra un mese, che a tanto ho fissata questa mia stazione. Procuri Ella intanto di liberarsi da i suoi incomodi, ch'io restituitomi a lei non mancher di fare quanto da me dipender onde contribuire coll'aiuto de i sapienti di Medicina all'intero ristabilimento di sua salute. Resto col solito umil:mo ossequio.
Di Vostra Eccellenza
Londra.
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Al Signor Giuseppe Treves,
In risposta al partecipatogli suo Matrimonio.
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Amico carissimo
LA nuova che vi siete compiaciuto parteciparmi colla gratissima d'ieri, toccante il concluso vostro Matrimonio, mi rallegra infinitamente. Non gi perch vi siete accasato, ma perch avete scelto, o per meglio dire, perch vi  toccata in sorte una tanto amabil compagna. Io dico cos perch ho avuto gi l'onor di conoscerla. Ne ho esaminati i costumi, e ammirato sommamente il contegno. Felice voi, che avete fatto l'acquisto di un Paradisino in questo mondo. Voi avete fatto questo passo veramente da uomo prudente, poich laddove dalla maggior parte, e specialmente tra gli individui del vostro ceto, non si sposa quasi mai una moglie, ma solamente una Dote, voi avete principalmente voluto sposare una moglie, bench, con egual prudenza operando, non abbiate lasciato di sposare anche una competentissima dote.
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Bisogna, per dire il vero, che un'uomo abbia ben poca stima di se medesimo, allora che si muove a fare il passo pi importante che abbia la societ, quale  quello di maritarsi, senza essere previamente informato del carattere di quella che deve essere sua compagna indivisibile fino alla morte. Ma questi tali pazzi che sono secondo la moda corrente infiniti, servi vilissimi dello interesse tiranno unico dell'animo loro, ne pagano spesso anzi quasi sempre la pena dovuta, poich, oltre allo essere condannati a vedersi continuamente allato qualche mostruoso cadavere, incontrano spesse volte in naturali cos stravaganti e difficili, che quella vita matrimoniale, che io per voi un Paradisino prognosticai,  per loro un'Inferno continuo.
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Vi replico adunque, che avete fatto benissimo a lasciar quella vita raminga, che fin qu avete menato. Un'uomo pieno d'affari come siete voi, e d'affari mercantili, i quali richiedono una perpetua guerra contro le fraudi e le rapine, che nell'orbe mercantile l'uomo dabbene perpetuamente circondano, per procacciarsi un'onesto sostentamento, ha bisogno tornato a casa di chi lo conforti, e sollievi da quel peso d'inamene occupazioni che tutta la giornata lo hanno tenuto oppresso, e gliene tolga o almeno interrompa per alcun tempo i pensieri; cosa che solo pu conseguirsi da un'oggetto che legitimamente e innocentemente si ami, quale  quello unico di una consorte come quella, che avete scelto voi.
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Che figliuoli nasceranno da questa unione! Voi di un naturale allegrissimo, facilone, piacevolone, la vostra met dolce come il confetto mansueta come un'agnellino, compiacente, cortese preveniente,  facil cosa lo indovinare che i vostri prodotti saranno dolcissimi amabilissimi, pieni di tutte le virt pi desiderabili, e in somma individui del secol d'oro. Affrettatevi dunque a far di molti di questi figlioli, ch'io sono bramosissimo al par di voi di vedere moltiplicata la vostra razza. Vi auguro tutto quel bene che meritate, e pregandovi de' miei rispetti alla vostra degnissima e amabilissima met, resto con tutta la stima, e colla pi verace amicizia.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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A Milady Newdigate a Arbury,
Invitandola a venire a Londra per veder l'Opera del Siroe.
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Illustrissima Signora Signora Pad:na Col:ma
ECCOMI finalmente tornato dopo l'errar di sei mesi per diverse Campagne d'Inghilterra, e spezialmente per cotesta deliziosa ed amena di Vossignoria Illustrissima, a rivedere il fumo della mia Patria, che tale posso intitolar Londra, a cui, poich mi ci trovo benissimo, ho fissato di consegnar le mie ossa. Ier sera andai all'Opera, ed  il Siroe quella che ora si rappresenta. La Signora Mingotti ha cangiata la Gonnella in Giubbone, e in quell'abito maschile l'aura il zeffiretto sono vinti da lei in leggiadria e delicatezza. Ella  divenuta un'uomo, quanto alla figura, quale si trova descritto Paride, allora che adocchi Elena in quelle mal vestite feste di Sparta per condursela al suo Castello di Troia.
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Io trovo in lei due persone, cio l'imitazione perfetta d'un'uomo, coll'aggiunta di tutte quelle grazie che come Donna la Signora Mingotti possiede  Sicch concludo, che occhio mortale non vide mai figura simile, quando non fosse stato Mentore, allora che Minerva n'ebbe vestita l'effigie, se avesse avuta l'apparenza di giovane. Le arie poi che questa musa soprannumeraria canta in quest'Opera non son'arie, sono incantesimi, sono Nepenti da fare scordare i mali pi irrimediabili alla prima battuta.
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Lasci adunque Vossignoria Illustrissima quanto prima ella pu il suo Telaio, i suoi favoriti colori, e fatta tregua col ricamo e colla Pittura venga a sentire questa bell'Opera, certa che Giove non ebbe mai nei suoi Conviti Olimpici un s elegante divertimento. In nuove io non entro, perch non ne so, e poi farei torto a Sir. Roger, il quale pass dalla sedia di posta a dirittura alla Camera de i Comuni, dove potr a quest'ora aver inteso quanti fulmini si sono fabricati nelle varie fucine politiche d'Europa nel tempo che noi ce ne stavamo ad Arbury battendoci a Scacchi colla maggiore ostinazione. Resto facendole umilissima riverenza.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Alla Signora Coniers,
Sopra la di lei applicazione al suono della Cetra.
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Illistrissima Signora Signora Pad:na Col:ma,
ELLA mi reca il massimo de i piaceri col dirmi che ha trovato secondo il suo cuore il Signor Marella, avendole io gi predetto a puntino il carattere di questo soggetto. Non mi maraviglio che a lei paia quella sua Cetra un'incanto, perch gi sapevo che il Signor Marella  di questo istrumento l'Orfeo. Molto manco mi maraviglio di tanta eccellenza del Signor Marella nel maneggio di questo istrumento, essendo egli nato in Corf, che  la famosa Corcira tanto celebrata da Omero pel soggiorno pi delizioso dell'Universo in quei tempi.
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Fu Corcira famosa per la grande umanit d'Alcinoo Re di quell'Isola che la pi elegante ospitalit esercitava colli stranieri, tra i quali esempio cospicuo fu Ulisse, che nudo avanzo delli scogli e dell'onde approdatovi, fu da quel Principe e da tutta la sua famiglia accolto e favorito, e dopo un festivo trattenimento di qualche tempo supplito di tutto il bisognevole, e fatto da una Nave piena di ricchi doni a i lidi della sua Itaca accompagnare. Chiamavansi i Popoli di Corcira Feaci, ed erano famosi per la cultura de i Giardini, e massime per la splendidezza ne i Conviti, nel cui studio impiegavano gran parte della lor vita, e di Musica erano maestri grandissimi, ma spezialmente della Cetra, che era lo strumento favorito delle lor Cene.
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Sebbene gli Stati patiscono coll'andare de i tempi considerabili cangiamenti, pure rimangono ne i Climi certe influenze, e tra i Popoli certe tradizioni di costumi che il flagello delle guerre, n le mutazioni de i Governi giungono mai a distruggere interamente, quando alcuna propagine di quei Popoli vi rimanga da potere a i suoi posteri tramandarle. Per esempio gli antichi Etrusci cacciati, o volontariamente partiti dalla Lidia lor patria, portarono con esso loro in Toscana le Scienze e le Arti tutte pi colte, e in Italia generalmente le propagarono, tanto che i Romani di ogni loro civilt e pulizia si confessarono sempre debitori agli Etrusci, e i discesi da quelli Etrusci due mila e pi e pi anni dopo, quelle scienze ed arti, che la Gotica barbarie per tanti secoli aveva tenute sepolte, dalla tomba si pu dire a nuova vita chiamarono, e all'Italia, e alla Europa tutta nel loro pi bello restituirono.
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E Roma usa per tanto tempo a dar leggi al Mondo, non ostante le infinite vicende che per s lungo spazio ha sofferte, prosegue ancora tal quale ella , ad avere qualche influenza in tutti gli angoli del noto Mondo. Ma dove mi sono io mai ingolfato Signora mia stimatissima a proposito di quella Cetra? Il Signor Marella  un Citaredo perfetto, ed ella prosegua pure sotto la sua direzione, sicura con quella disposizione musicale che ella ha, e mediante uno studio corrispondente, di pervenire a qualunque eccellenza ella si proponga su questo istrumento. Resto intanto inchinandomi divotamente.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al Signor Ruggiero Newdigate Cavalier Baronetto,
Sopra l'Ortografia della Lingua Italiana.
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Illustrissimo Signore Signore Pad:ne Col:mo
L'OPERA del Cardinal Pietro Bembo toccante l'Ortografia della Lingua Italiana,  un lavoro che fa moltissimo onore all'Autore, che la compose, perch rese alla nostra lingua un servizio del quale aveva sommo bisogno. Prima che quest'opera comparisse alla luce gl'ignoranti e li stranieri incontravano difficolt molto maggiori che non fanno al presente, per la confusione della scrittura, a causa del non esser distinta con quelle divisioni, che erano necessarie per renderla chiara a chi non ha scienza ed esperienza bastante da sviluppar dappers la materia che legge.
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Ha per questa scienza o arte che vogliamo chiamarla, siccome tutte l'altre hanno, prima di maturarsi a un certo grado di perfezione, patita da quel tempo in qu grandissima alterazione. La sua invenzione ebbe per fine, siccome ho detto, lo schiarimento della scrittura, ma le regole fissate dal Bembo, essendo assai voluminose, molte non totalmente necessarie, e molte altre un poco intricate non ottennero su quei principj interamente l'intento. Tanto  vero questo, che diedero luogo ad altri Autori di scriverci sopra, i quali, siccome suole d'ordinario accadere de i commentatori, crebbero le difficolt, e la confusione a segno, che li scrittori non pratici si trovavano spessissime volte ambigui a quale autorit appigliarsi, di modo che non se ne trova uno quanto alla ortografia compagno all'altro.
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Delle elisioni.
Il celeberrimo Anatomico Bellini ebbe la pazienza di scrivere anatomicamente sulle elisioni, e altri gravissimi scrittori fecero parimente materia seria di l dalla sua importanza d'altre parti della nostra ortografia. Quanto alle edizioni delle quali  stato ne i tempi addietro fatto tanto caso, presentemente sono ridotte a una facilissima pratica. Tirano la loro origine da quelle de i Poeti Latini, i quali le facevano costantemente nell'ultima sillaba terminante in vocale allora che la parola susseguente per vocale cominciava, ed elisione facevano anche dell'ultima sillaba d'ogni parola che terminasse in m, quando la parola susseguente cominciava con una vocale. Quest'ultima non ha che fare con noi, perch non abbiamo, eccetto il, al, del, con, per, e poche altre parole che terminino in consonante.
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Ma quelle elisioni si facevano per via de i numeri delle sillabe, come Vossignoria Illustrissima sa benissimo, non gi con lasciar fuora quella ultima vocale della parola che si elide, e sostituirvi un'apostrofe come facciamo noi, onde bisogna che nel pronunziare di quella ultima vocale e della prima della parola seguente facessero una sorte di attaccatura, che rendesse il suono d'una sillaba sola, onde il numero rimanesse giusto. I nostri istitutori di ortografia potevano in qualche occasione seguire il metodo de i Latini anco quanto alla Poesia, conservando il giusto numero delle sillabe colla avvertenza della pronunzia, e lasciando il suono pi armonioso e pi grato, come si pu osservare nel seguente verso che  il primo d'una delle pi belle ottave dell'Ariosto,
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La Verginella  simile alla rosa.
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dove sono due esempj che dimostrano la verit di questa mia osservazione, mentre lasciando l'a che fa la finale di verginella, e la e che fa quella di simile si possono fare in tutti due i casi le due elisioni per via del congiugnere insieme l'a e del primo e l'e a del secondo, pronunziandole come se fossero una sillaba sola, laddove elidendole secondo la regola generale dell'apostrofe, verrebbe a farsi il suono mozzo e meno armonioso, come prover facilmente chiunque lo legger scritto colle suddette elisioni,
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La Verginell' simil'alla rosa.
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Questo articolo delle elisioni si  per altro da venti anni in qu molto mutato, mentre li scrittori moderni pi puliti si regolano pi dall'orecchio che da i precetti, e dove lo elidere sconcia ne fanno di meno, siccome ella pu osservare in questo mio presente periodo.
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Degli accenti acuti.
L'accento acuto che  il pi frequente nella nostra lingua, significa a riserva di pochissimi casi, ch'io mi dar l'onor di notarle, sempre mancanza d'una sillaba seguente alla vocale su cui si pone, e costantemente anzi indispensabilmente sull'ultima vocale d'ogni terza persona del singolare del passato indefinito dell'indicativo d'ogni verbo, d'ogni prima e d'ogni terza persona d'ogni futuro singolare parimente dell'indicativo, e della seconda persona dello imperativo quando  monosillaba, siccome d'ogni altra persona d'ogni tempo, la quale sia similmente monosillaba.
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Per esempio, le parole and, port, am, insegn, domand, nella loro origine sono ande, porte, ame, e il popolo Fiorentino anco al presente cos le pronunzia, e lo stesso fa de i futuri, dicendo in vece d'amer ameroe, porteroe, anderae, &c. e cos d'ogni altra, nelle quali l'accento denota mancanza della sillaba che segue a quell'o, o a quell'a su cui  posto, e si pronunzia sempre lungo, tanto che affetta la prima lettera della parola seguente quando comincia in consonante, la quale viene a pronunziarsi come se fosse doppia. Per esempio, andr, o ander via, si pronunzia come se quell'v di via non fosse un solo, ma bens come se fossero due, e le due parole fossero una sola anderovvia.
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I Lucchesi sono dentro l'ambito della Toscana gli unici che non pronunziano con quella attaccatura, e dicono andr via, far presto, in vece di fare il suono come se fosse scritto androvvia, faroppresto, ciocch fa sconcio sentire, non perch in rigor di gramatica essi non abbiano ragione, ma per essere tra la moltitudine tanto pochi nella pratica di tali pronunzie.
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Questa singolarit de i Lucchesi viene a rendersi anco maggiormente notabile, perch oltre il pronunziare gli accenti acuti, come fossero accenti molli, pronunziano viceversa i molli in suono d'acuti, per esempio in vece di dire de' quattrini dicono deqquattrini, in vece di de' bricconi, de' furbi, pronunziano come se fosse scritto debbricconi, deffurbi, e cos d'ogni altro simile, cioch a causa della gran discrepanza da tutto il resto de i pronunzianti Lingua Toscana conclude la pi ingrata e nauseosa pronunzia del mondo.
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Tutti i monosillabi de i verbi ammettono accenti, e denotano mancanza di sillaba appresso h, s, v, d, hoe, soe, voe, doe, e procedono nella pronunzia con raddoppiare la lettera della parola che segue quando comincia in consonante, nel modo detto di sopra, eccetto che tra i soli Lucchesi, i quali anco in questo fanno scisma dal resto del genere umano Toscaneggiante, bench nel rimanente la loro lingua sia similissima a quella de i Pisani, e degli altri Toscani loro adiacenti. Degli accenti acuti quando non denotano una sillaba susseguente.
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Gli accenti acuti non denotano sillaba susseguente omessa quando sono sulla finale d'una parola composta di due o tre parole. Perch sono due parole per e che. Se si scrivessero staccate non occorrerebbe l'accento, mentre la pronunzia sarebbe anch'essa staccata, e verrebbe come deve naturalmente, ma attaccandole insieme, e omettendo l'accento farebbe nella pronunzia perche cio l'ultima breve, e secondo l'uso sarebbe una parola che non significherebbe nulla, laddove scrivendo perch si vede che si deve pronunziare l'ultima vibrata cio lunga secondo noi, e viene a fare la funzione che dall'uso gli  stata assegnata. Dappers, queste sono tre parole congiunte da per se, e congiugnendole insieme si pongono due p per supplire l'accento implicito del da, e indicare la pronunzia di esso da vibrata, e viene a farsi il dappers tutto insieme colla regola e per le ragioni addotte circa il perch.
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Dell'accento molle o dolce.
L'accento molle o dolce, che abbiamo detto usarsi da i Lucchesi al contrario, cio acuto raddoppiando la lettera della parola susseguente, si nota con un'apostrofe, e non richiede come l'accento acuto pronunzia vibrata; ma dolce, e denota anch'esso una sillaba che nella natura della parola intrinsecamente si comprende, come de' originalmente  delli o degli. E denota ei, egli, eglino, essi. S'e' venisse, s'e' sonasse, s'e' cantasse, se egli venisse, se egli sonasse, se egli cantasse; s'e' cantassero, se essi cantassero. Que' denota quelli, quegli.
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Dell'h.
L'h  una lettera, di cui in tutti gli Autori di trent'anni addietro si trova fatto moltissimo uso al principio delle parole, e per verit senza proposito alcuno, perch non si pronunzia. Presentemente i puliti Scrittori la lasciano come superflua, eccetto che ne i due casi della prima persona e della terza del presente dell'Indicativo del verbo avere, ho e ha, sempre quando il periodo comincia per alcuna di queste due parole per evitare l'equivoco delle particole o e a, e nel corso del periodo ne i medesimi casi quando la distinzione  necessaria per non confondere il senso. Nel corso delle parole l'h  sempre necessaria perch si pronunzia, ed  sempre susseguente al c, e queste due lettere fanno le veci del k de i Latini, del quale noi non ci serviamo, e di cui ci sarebbe molto utile il far'uso, perch in vece di due lettere ch che siamo obbligati di sostituirgli, il k solo servirebbe.
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L'Alfabeto Italiano difettoso.
Il nostro Alfabeto Italiano  difettoso in quattro lettere, nell'e, nell'o, nell's e nel z. Le lettere uniche denotano pronunzie costanti di quelle tali lettere, e i Greci e gl'Illirici hanno provvisto ne i loro Alfabeti a questa necessit puntualmente. Giovan Giorgio Trissino pens di far lo stesso nel nostro introducendovi l'omicron Greco per denotare la pronunzia stretta dell'o, e l'e parimente Greco per denotare la pronunzia stretta di esso e, lasciando l'e e l'o Latino per la pronunzia larga, come si vede nel suo Poema della Italia liberata, e nella sua Tragedia della Sofonisba, della prima stampa, e credo anche nelle altre cose composte da lui. Li Spagnoli hanno la zediglia o sia zeta delicata per distinguerla dalla zeta comune vibrata, e il c con una codetta in fondo che fa le funzione dell's vibrato per distinguerlo dall's comune che pronunziano delicata.
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Ma questo giudizioso provedimento del Trissino non  stato abbracciato da gli altri Scrittori, e nessuno ha pensato a quello delli Spagnoli. Coll'aggiunta di queste quattro lettere, e colla introduzione del k il nostro alfabeto sarebbe completo, e uno straniere dotto potrebbe imparare la lingua Italiana anco quanto alla pronunzia senza maestro; laddove anco una lunghissima pratica stando il nostro alfabeto com', non basta a condurre uno studente alla puntualit di esse pronunzie, la qual pratica si trova nella sola Toscana, il resto d'Italia pronunziandole quasi sempre impropriamente.
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Punti e virgole.
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I punti sono per la lingua Italiana, siccome per qualunque altra, il segno del termine d'un discorso, o d'un periodo completo di esso discorso. I punti ammirativi non meno che gl'interrogativi seguono tra noi le regole delle altre lingue. Le virgole separano gl'incisi de i membri del periodo, o sieno i respiri che l'uomo prende parlando o leggendo. Per esempio, Io vado a Venezia a vedere il carnovale, e quindi passer a Firenze e a Roma. Per aver bisogna di prender respiro tra la parola Venezia, e a vedere, bisognerebbe che un'uomo fosse in una consunzione avanzata, onde i polmoni non facessero la intera loro funzione, sicch il mettere una virgola in quello spazio supporrebbe un lettore mal sano.
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Virgola e punto si pone ordinariamente alla fine di un membro lungo, e fa l'effetto d'una pausa in musica, e de i due punti si suol far'uso alla fine d'un periodo, quando la materia che segue, che fa un secondo periodo  tanto congiunta con quella che costituisce il primo, che non ne ammette una intera separazione senza rendere ambiguo il discorso, come seguirebbe se i due periodi si separassero col punto fermo.
Dell'uso presente nella interpunzione.
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Questa invenzione della ortografia, siccome  un prodotto del giudizio umano, che  quello che dicesi buona Logica, per render chiara la scrittura, onde chi legge possa facilmente intenderne il tenore, cos uno scrittore che non manchi di buona Logica, anco straniero colla lettura di alcuno de i puliti scrittori, e coll'aiuto di queste mie brevissime osservazioni potr risparmiarsi l'incomodo della inamena lettura delle tante leggende che sono state composte su questo aridissimo argomento, e scrivere con quella ortografia che basta per essere inteso.
Regola per le elisioni.
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Quanto alle elisioni l'orecchio deve esserne giudice, osservando quando lo elidere sconcia il suono musicale delle parole, e allora astenersene, e usarlo quando serve a evitare una ingrata cacofonia di pronunzia. Per esempio: Andando a Atene. Chi dicesse andand'a Atene farebbe un suono che offende l'orecchio. Gl'Inglesi chi dicesse gli Inglesi sconcerebbe parimente il suono di queste due parole, onde nel primo caso andando a Atene lo elidere va bene, e nel secondo  male approposito.  da avvertire che l'elisione dopo la lettera l quando a questa segue la lettera i non si fa mai sennon quando la parola che segue comincia parimente per i.
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Per esempio, gl'incanti, gl'indizj. La ragione si  perch la lettera l non  liquida sennon congiunta coll'i, e quando dall'articolo gli si leva la lettera i, seguendo l'altro i della parola susseguente quella l rimane sempre liquida, ma se in vece d'incanti ne seguisse la parola amori allora la l per mantenersi liquida ha bisogno di conservare il suo i, onde non deve farsi elisione, ma scriversi disteso gli amori, che altrimente elidendosi quell'i farebbe la l dura, e si pronunzierebbe glamori che renderebbe come Vossignoria Illustrissima vede e sente benissimo la pronunzia di questa parola mostruosa.
Delle elisioni per evitare la giunzione di troppe consonanti insieme.
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La lingua Italiana, che  la pi musicale delle viventi Europe, aborrisce la giunzione di troppe consonanti insieme, e non ne ammette pi di due, e i casi quando ne ammette tre sono solamente quando la terza di esse consonanti  un'l o un'r, e allora queste due sono sempre liquide. Per gli esempj. La r di per e il gl di gli sono tre consonanti, ma quella l essendo liquida non fa durezza di pronunzia, e corre benissimo. Gli strumenti. Della r di strumenti segue lo stesso che della l di gli detta di sopra.
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Per evitare questa giunzione di pi di due consonanti insieme come abbiamo detto nelle parole che cominciano per str, come strada, straforo, come anche in quelle che cominciano con due consonanti solamente, come stordire, quando avviene che sieno precedute dalle particole per e con, che sono le uniche parole, le quali per necessit inalterabile in nostra lingua finiscono in consonanti, allora l'uso ha introdotto di aggiugnere alle suddette parole la lettera i, e si dice per istrada in vece di per strada, per istraforo in vece di per straforo, con istraordinaria grandezza in vece di con straordinaria, per istordire in vece di per stordire, e cos in qualunque altra occasione dove queste due particole vengono a incontrarsi con simiglianti parole.
Delle parole mozze.
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Vi  un'altra sorte d'elisioni che si possono chiamare implicite, perch non si notano coll'apostrofe. Queste si fanno in tutti i vocaboli, e in tutti gl'infiniti de i verbi terminanti in r. Per esempio, amor, dolor, sapor, veder, saper, rider, udir, e simili. Queste si possono anco chiamar parole mozze, perch si mozzano d'una sillaba per comodo dell'armonia ogni volta che il caso lo porta, o lo richiede, tanto in poesia che in prosa. Saper grandissimo, udir cose, rider molto, amor tiranno.
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Queste che tra noi passano, quando sono usate approposito, per finezze ed eleganze di lingua, Enrico Stefano, uomo per altro dottissimo, e ne i suoi tempi scrittore reputatissimo della sua lingua Francese e della Latina parimente, le bestemmia come sconciature di nostra lingua, per cui mostra un disprezzo grandissimo, e un'odio irreconciliabile contro i nostri Autori, de i quali o non intendeva, o invidiava i pregj, esaltando nello stesso tempo la lingua Francese alle stelle, e la Italiana abbassando, come di poco o nessun valore in comparazione della sua.
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In queste sciocchezze, e mancanze di senso comune, negando per cos dire la luce del sole, hanno seguito lo Stefano varj altri Autori reputatissimi della sua Nazione, come Bours, il celebre Boileau, il leggiadrissimo Voltaire, grazie alla verit con pochissimo frutto, perch tutti i sensati d'altre Nazioni, e infiniti anco de i Francesi, come Regnier, e Menagio, i quali sapevano la lingua Italiana assai meglio de i mentovati, e in essa composero gratiosissimamente, ne hanno sempre fatto, e fanno anco al presente quella stima, che alla Venere pi gentile delle lingue viventi  indisputabilmente dovuta.
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De i varj modi d'usare il per e il con.
Del per e del con quando precedono all'articolo lo o la si sogliono per comodo dell'armonia quando l'occasione lo richiede, da giudicarsi per via dell'orecchio, togliere la r e la n, e congiugnerli coll'articolo seguente facendone una parola sola. Per esempio, in vece di dire o scrivere con l'occasione, si pronunzia e scrive coll'occasione. Con il giudizio, si pronunzia e scrive col giudizio. Per il comodo, pel comodo. Con la speranza, colla speranza.
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Delle aspirazioni in occasione di dolore o di maraviglia.
La lettera h che di sopra le dissi non pronunziarsi mai nella nostra lingua al principio della parola, vi sono casi dove e si pone necessariamente e si aspira al fine della parola. Questi casi sono cinque come ho detto che sono le nostre vocali. Al fine dell'a si pone l'h e si aspira per esprimer la maraviglia, e tal volta lo sgomento o la disperazione o il dolore. Ah, non posso sopportar questa pena. Ah, pur troppo  vero che egli mor, Ah, quell'infido non torner pi; e ci si pone una virgola appresso per denotare una breve sospensione di respiro, che suol procedere dalla passione che affetta chi parla. Eh, voi avete un bel dire, ma io non posso fare quello che voi vorreste.
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L'h si pone appresso all'i ordinariamente per denotare la nausea. Ih, che schifezza, che odor cattivo. Si pone anco per denotar la noia. Ih, che uomo tedioso, ih, che vecchio inquieto. All'o s'appone l'h per denotar la maraviglia, per esagerare tanto le virt, che i vizj, e per esprimere il piacere egualmente che il duolo. Oh, che bella cosa, oh, che amabil Donna, oh, che gran Capitano, oh, che gusto, oh, che tormento. All'u finalmente si appone l'h per denotare lo spavento, e lo stupore. Uh, che demonio. Uh, che tempo cattivo; e tutte equivagliano anzi sono prese dall'heu, e dall'hei de i Latini.
Del d e del t quando sono promiscui.
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Un'altra Venere ha la nostra lingua contro la quale lo Stefano parimente si scaglia, e che fa grandissimo comodo quanto all'uso dell'armonia. Questo  la libert di servirsi del d e del t uno per l'altro quando chi parla o scrive lo stima proprio, bench l'uso l'abbia lasciata solamente a i Poeti. La maggior parte delle parole, che gl'Italiani hanno ritenute della lor madre Lingua Latina, sono state gli ablativi singolari facendo colla mutazione d'a in e per i plurali feminini, e in i di quelli della terza generazione, e dell'o, e dell'e in i per denotare i plurali de i masculini.
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Tutti quei vocaboli che finiscono in a con un'accento sopra denotano, come si  detto degli accenti sulle persone de i verbi, una sillaba tolta via. Per esempio, libert nella sua origine secondo il volgar Fiorentino  liberte, poverte, bonte e cos le pronunzia quel volgo anco presentemente. Libertate, paupertate, bonitate  la loro origine Latina. I Poeti Italiani usano quelle tali parole in tre modi, povert, povertade, povertate, libert, libertade, libertate, e cos d'ogni altro simile, facendone il plurale colla mutazione siccome dissi dell'e in i, e tutto questo a misura che l'orecchio detta loro.
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Molte altre minuzie compongono la nostra Ortografia, siccome Ella ha potuto vedere ne i tanti scrittori, che ne hanno trattato, e principalmente nel Bembo, il quale fu il primo a fare una Gramatica ragionata e veramente degna del titolo di Filosofica della nostra Lingua; ma le pi essenziali per guidare uno straniero o un principiante di lingua Italiana a scrivere con sufficiente chiarezza d'ortografia, si riducono a quelle poche ch'io mi son dato l'onor di notarle, la maggior parte del di pi essendosi oramai ridotto pi a negozio di pedanteria, che a materia di serio uso; n saprei, eseguendo i di Lei riveriti comandi, indicarle Libro pi proprio per osservare la pratica che le Opere del Signor Antonio Cocchi da Vossignoria Illustrissima molto ben conosciuto sennon altro per fama, e tra le altre il suo Vitto Pittagorico, e la descrizione de i Bagni di Pisa, opera importantissima, e nella cui lettura Ella, che tanto si diletta della nostra lingua, e ne assapora la delicatezza e la forza, si divertir infinitamente, essendo piena di Filosofia e di profondit di sapere, scritta con una chiarezza e con un garbo, che senza esser paralitico la met de i sensi, non pu chi legge quel libro fare a meno d'innamorarsene.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al Signor Giuseppe Salvadore,
Sopra una commissione data all'Autore toccante l'Opera.
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Signor Giuseppe stimatissimo mio Signore,
HO ricevuta con sommo piacere la commissione, di cui con una sua gentilissima d'oggi Ella si  compiaciuta incaricarmi, onde io le procuri dalla Signora Mingotti lo importare della di lei soscrizione per l'Opera la met in Viglietti di Marted, l'altra in Viglietti di Sabato. In esecuzione di questo comando ho partecipato subito a essa Signora il di lei desiderio, e la Signora Mingotti, che di sua natura  compitissima, n d'altro si studia maggiormente che d'obbligare, ha favorito subito di farmi intendere, che Ella sar servita come desidera, tolto che mandi dal Tesoriere dell'Opera per i Viglietti, avendo gi dato gli ordini opportuni a tale effetto.
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Vossignoria Illustrissima fa molto lodevolmente ad animare colla sua soscrizione, e cos dovrebbe fare ognuno cui la divina Providenza abbia benedetto con tanto superfluo, uno spettacolo s nobile come questo dell'Opera, e tanto proficuo per ogni verso a una Capitale s ricca, e s popolata come  questa di Londra. Vi  un'Atrabilario scorbutico, che in una Gazetta, non mi ricordo quale, non ha fatto per pi settimane che logorarsi le dita a scrivere contro quest'Opera, attribuendole tutti i peccati contro il Decalogo.
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Io e perch sono Italiano, e perch ho gi publicato, come Ella sa, nella mia Istoria Critica della Vita Civile un Trattato sull'utile, che recano al Publico li spettacoli, e perch veggo chiaro la innocenza di questo, e quel bene che fa a tanti privati individui che ci sono impiegati dentro, o vi hanno qualche connessione, non posso a meno di non essere in collera con quello importuno declamatore.
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E giacch Ella non disgrada che io mi trattenga alcuna volta seco epistolarmente, e i miei incomodi non mi permettono di farlo colla presenza, mi prender la libert di dirle alcuna mia riflessione su i beni che questo spettacolo arreca generalmente in Londra.  certo, che in tutta Europa non vi  una Metropoli la quale contenga tanto numero di opulentissimi Cittadini quanto Londra, e dove sieno tante Dame, le quali non sappiano che fare delle loro persone dopo la occupazione della toeletta tutto il rimanente del giorno.
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Non sono pi quei tempi narrati da Omero, ove una Principessa, come Nausicae figliuola d'Alcinoo Re de i Feaci andava al fiume a lavare i panni colle proprie mani, e una Regina come Penelope si occupava tutta la giornata al telaio. E scendendo a i tempi pi prossimi a noi Dante nel Canto decimoquinto del Paradiso si lagna, che le Donne principali del suo tempo non si occupassero pi alla cultura della famiglia, e a filare il lino o la lana siccome usavano quelle di poche generazioni anteriori alla sua.
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L'una veggiava a studio della culla,
E consolando usava l'idioma,
Che pria li padri e le madri trastulla:
L'altra traendo alla rocca la chioma
Favoleggiava con la sua famiglia 
De' Troiani e di Fiesole e di Roma.
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Variando i tempi variano gli usi parimente, e revocare i presenti usi a gli antichi son sogni da Pedanti, ed  lo stesso che pretendere di revocar le correnti de i fiumi alle sorgenti loro, siccome il nostro Atrabilario della Gazzetta pretenderebbe. Intanto le ore oziose devono in qualche modo impiegarsi. Or dico io che cosa pi innocente dello andare a passare quelle tre o quattr'ore oziose della digestione a sentire un'Opera, ove la rappresentazione delle passioni per quei, che intendono il Dramma, il canto, e il suono vi rapiscono piacevolmente i pensieri, e ve li mutano, e calmano grandemente quello splin o sia atrabile a cui i corpi sono in questo clima tanto universalmente soggetti?
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Non  egli un tale divertimento assai pi elegante di quello di chiudersi una moltitudine di amici per tutta sera in una stanza a tirar gli orecchi alle carte, e dar Tartarescamente la caccia al denaro uno dell'altro, dove l'avara ansiet del guadagno, o il dispiacere di perderlo vi guastano la digestione, e l'animo sommamente v'inquietano? Esaminiamo una Dama all'escir del Teatro, e troveremo ch'ella ne esce sempre pi lieta e di miglior colore, che non vi and; laddove all'escire d'una assemblea non si senton che tossi, e non si veggon che volti ove  scritto a chiare note il dispiacere e la noia, e appena pare che abbiano tanta voce da poter dare l'una all'altra la buona notte.
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Ma dice l'Atrabilario ci sono altri spettacoli in Londra da contentare qualunque comodo Cittadino, siccome seguiva prima che l'Opera fosse introdotta. A questo io rispondo che a quei tempi non era ancora introdotta in Inghilterra con tanta voga la musica, e le Dame usavano con assai minor comunione tra loro, e molto meno con gli uomini, che non fanno al presente, sicch vivevano per lo pi solitarie nelle loro case, e qualunque spettacolo di quando in quando le divertiva bastantemente.
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Ma ora la musica  fatta un nuovo elemento di piacere, e molti e molte amano infinitamente meglio l'andare a sentire una mezza dozina di belle ariette, o qualche bel recitativo dalla Signora Mingotti divinamente cantato, che andare a funestarsi la fantasia con vedere una mezza dozina di galantuomini macellati sopra il Teatro. Ma quantunque la mia collera contro l'Atrabilario non sia ancora interamente sfogata, avendo oramai passati pur troppo i limiti della brevit d'una lettera, mi riserbo ad altra volta qualche cosa che mi pesa sul cuore su questa materia. Resto intanto colla solita stima ed ossequio.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al Signor Giovanni Ward, Membro della Camera de i Comuni,
Sopra il non avere l'Autore ancor publicata la sua Istoria della Musica.
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Illustrissimo Signore Signore Pad:ne Col:mo
IL rimprovero, che Ella mi fa col suo gentilissimo foglio de i dieci del caduto Novembre, non pu essere n pi amichevole, n pi obbligante, poich dimostra, che mi crede atto a produr cosa degna della publica approvazione, e capace anco di portarmi del buon'utile con un copioso esito d'esemplari dell'opera. Io le ne sono infinitamente tenuto, e in giustificazione di questa mia non mantenuta parola le dir, come mi sono mancate alcune notizie essenzialissime per lume di essa Istoria, che da amici d'Italia mi erano state fatte sperar prontamente, e per cui sar obbligato a prevalermi d'altri canali.
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Vi  poi anche concorso l'impedimento della lunghissima mia malattia, per cui ho dovuto lasciar l'opera in buona parte imperfetta. Ella per  tanto avanzata, che due mesi di tempo, ch'io v'impieghi ancor sopra, basteranno a terminarla e pulirla. L'opera sar certamente curiosa, affatto nuova, e di gran lume per quelli che imparano la musica, non meno che per quelli che la insegnano, e per i Compositori medesimi.
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Io credo di aver dimostrato geometricamente, che l'error principale, onde la musica non viene generalmente bene insegnata, particolarmente la vocale, venga dal non intendere i Maestri la Poesia, sopra la quale  composta la musica che insegnano. E mi perdonino quelli tali Signori Maestri (intendo solo di quelli che cadono sotto questa censura, e sono la maggior parte) pochissimi ne ho incontrati, che sappiano leggere anco sufficientemente la nostra, anzi loro lingua medesima in Prosa, non che intendere a fondo la Poesia, sulla quale la musica insegnano.
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Questa ignoranza de i Maestri s'attacca, come per contagio, a i loro scolari. Perch? Perch il debito principale di un Maestro di Musica, quando  chiamato a insegnare,  di domandare allo scolare come stia a lingua Italiana, e quando lo trova ignorante di essa, esortarlo a prima imparare bene a leggere, e soprattutto sillabare la lingua, e intendere competentemente la Poesia, e fatto questo applicarsi alla Musica.
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Ma qu anco il Maestro di Musica  scusabile in due maniere: una che lo scolare sarebbe spesse volte vergogna al maestro, l'altra che il pover'uomo ha bisogno di chi prenda lezione subito. Dunque l'errore cade addosso a quelli che imparano la Musica, i quali se cominciassero prima collo studio della lingua, e si francassero nel ben leggere, e distintamente sillabare, i loro chiari solfeggi, e le proprie espressioni musicali ne verrebbero in conseguenza, ed acquisterebbero quello che in lingua musicale dicesi gusto, che altro non significa sennon propriet e giudizio di esprimere il patetico pateticamente, amorosamente l'amoroso, maestosamente il grave, furiosamente il collerico, superbamente il tirannico.
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E facciano i Signori Maestri a questo discorso quante contorsioni vogliono, la scienza della nota  il puro meccanico susserviente della musica, la ragione di essa stando nelle passioni che di mano in mano si rappresentano, e i pi celebri Musici della antichit eccellenti Poeti, e dottissimi Filosofi insieme furono, siccome minutamente la mia Istoria dimostrer. E finalmente non vi  chi revochi in dubbio, che il pregio della nostra Musica Italiana sia principalmente nella nostra lingua, come la pi sonora e la pi rotonda di ogni altra delle viventi, per cui tutte le Nazioni d'Europa si sono universalmente piegate a preferirla nelle loro feste musicali alle lingue lor proprie. Perdoni la sua benignit, se quella tanta musicheria, onde con due o tre anni di studio su questa materia mi sono pieno il capo, mi ha fatto diffondere s lungamente, e pieno di rispetto e di stima mi do l'onore di protestarmi.
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Di Vossignoria Illustrissima
Londra.
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Al Signor Angelo Malevolti,
Sopra un colpo ricevuto da un cavallo nel tempo che lo ammaestrava.
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Signor Angelo gentilissimo.
CON mio sommo cordoglio ho sentito l'accidente accadutovi nello ammaestrare che facevi quel vostro diabolico cavallo Danese; e sommamente mi rallegra la nuova che i Medici vi diano per affatto fuor di pericolo.  certo che la professione cavallerizia  una delle pi pericolose, ma quale  pi pericolosa di quella della guerra? eppure tanti gran Signori, tanti gran Principi, tanti Re ci si commettono allegramente non ostante gli esempj frequenti di tante e tante migliaia di persone, che di continuo vi periscono dentro.
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M'ha poi sommamente edificato la parte che il vostro generosissimo Protettore Mylord Pembroke ha preso nella vostra disgrazia, ma non mi  per giunta nuova, infinite essendo le prove e pi d'una anco verso di me che non ho ancora avuto la sorte di fare alcuna cosa per meritarle, che questo amabilissimo Cavaliere ha date della sua incomparabile umanit. Siccome alla maggior parte de gli uomini la vista, come dice il Berni, non passa gli occhiali, ho sentito pi d'uno che udendo il vostro infortunio vi ha dato gran biasimo di esercitare un mestiere di tanto pericolo, quale  quello di metter giudizio alle bestie, a i quali ho risposto coll'apologo d'un muratore.
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Un muratore interrogato da un'ozioso gentiluomo che mestiere faceva il suo avo, e come morisse, rispose che anch'egli faceva il muratore, ed era morto cadendo da un tetto; e procedendo il gentiluomo a domandarlo medesimamente di suo padre, la risposta fu presso a poco conforme alla precedente. E bene, replic allora il gentiluomo, esempj s funesti di casa vostra non vi fanno prudente, ed applicare ad altri mezzi per guadagnarvi il pane senza continuo pericolo di rompervi il collo? A questo consiglio il Muratore pi saggio del Gentiluomo replic: Signore, come mor il vostro Avo? nel suo letto rispose il Gentiluomo.
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E vostro padre? medesimamente nel suo letto, disse il Signore. E bene disse il Muratore al Gentiluomo, e voi che pretendete di esser tanto pi prudente di me, dopo questi esempj avete l'imprudenza d'andare a letto? Ors io desidero che stiate bene, e giacch la febbre vi ha lasciato adesso  tempo di ricorrere al vescicante. Io parlo per prova perch in un caso simile al vostro, bench cagionato da una caduta, il vescicante fu la mano di Dio, che mi san radicalmente.
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Vi dico cos, perch pur troppo frequenti sono gli esempj di percosse credute guarite, e poi qualche materia stravasata, stata per qualche anno dormiente si  risvegliata, e fatta putredine ha condotte le persone in brevi istanti al sepolcro. Voi siete obbligato in coscienza a pensar seriamente alla vostra salute, prima perch Dio ci vuole diligenti custodi di quella vita, che egli ci ha data per ispenderla in suo servizio, e poi perch avete quell'Angiolino della vostra bellissima moglie che vi ama tanto, e quel vostro bambino, che pare un Cupido in fasce, i quali abbisognano che voi viviate gli anni di Matusalemme; e finalmente un numero tanto grande d'amici, che riguardano la vostra vita come cosa per loro molto preziosa. Tra questi io vi prego di darmi principalissimo luogo, e di credere che niuno prende pi interesse di me per tutto quello che vi appartiene. Resto intanto pieno di stima e di cordiale amicizia.
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Di Vossignoria mio Signore.
Londra.
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Al Signor Guglielmo Skrine a Breatwell,
In risposta a un invito d'andare alla Campagna.
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SAREI gi venuto una settimana fa a godere di cotesta deliziosa Villegiatura, se alcuni affari non mi avessero obbligato contro mia voglia a restare, ma ora che sono affatto libero, subito, cio Sabbato penso d'essere a pranzo con lor Signori. Questo la prego dire in mio nome al Signor Creyle e alla Signora Sorella che tanto mi onorano, rendendo loro le pi distinte grazie. Cavare un'uomo di Londra in tempo d'Estate  lo stesso che cavarlo dalle angustie d'una prigione, ove non si respirano che aliti crassi e puzzolenti, e in conseguenza perniciosissimi.
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Vi  veramente l'aslo del Parco, il quale per se stesso non pu esser pi bello. Ma due cose vi occorrono da qualche anno in qu che minorano, anzi sconciano grandemente la sua bellezza. Una  la licenza, o piuttosto somma indecenza, che a tuttora, e specialmente sul vespertino crepuscolo  lasciata da quei Guardiani commettervi da un numero di bassa gente, e specialmente di femine, le quali colla loro insolenza e impudenza inquietano e scandalizzano ogni sorte di onesti passeggiatori, fino a insultare le Dame della prima qualit, ciocch render un giorno o l'altro quella nobilissima passeggiata deserta di tante leggiadre e belle Damine, che ne fanno la pi vaga delizia. Delle buone verghe in mano di quei Guardiani, con facolt di maneggiarle sonoramente sopra ogni scostumata persona, che inquieti quella ambulante societ, concluderebbono il necessario rimedio.
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Castigare chi s'abusa della libert con indecenze contrarie a i buoni costumi  un preservativo in favore di essa libert. I Romani che della libert avevano fatto il loro Nume pi venerabile avevano specialmente nel Teatro sempre Littori con verghe per contenere dentro i limiti del dovere Musici, Comici, e ogni altro Attore, non meno che qualunque degli Uditori, accioch le rappresentazioni procedessero colla dovuta quiete e decenza. Il secondo inconveniente  quello delle tante Fornaci di mattoni, le quali confinano colle mura del Parco, e che quando il vento spira da quella parte reca un fetore disgustevolissimo, e a mio parere grandemente mal sano.
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Queste Fornaci di mattoni tanto contigue alla Citt contradicono tre prodotti giudiziosissimi della sapienza di questa Nazione, cio a dire quello dello stesso Parco lasciato apposta libero al Publico per delassare i polmoni dal faticoso respiro dell'aria densa della Citt, quello dello Spedale di S. Giorgio, e quello dello Spedale di Chealsea, i cui fondatori pensarono di situarli in luoghi dell'aria pi defecata. Venghiamo al vino che  quello che importa pi. Il vino di Firenze cui lor Signori mi danno plenipotenza di provvedere sar da me con ogni diligenza provvisto. Nel Mercato del Fieno sono due Botteghe che ne hanno dello squisito s di Chianti come di Carmignano. Dicono di averne anco d'Artimino, e lo vendono pi caro dell'altro.
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Quando sia del vero, ciocch non dubito, hanno ragione di tenerlo pi caro, perch  pi raro e a mio giudizio molto pi delicato. Carmignano per essendo contiguo ad Artimino, ne produce del molto consimile, e specialmente quelle vigne che sono nella collina pi alta, tanto che i bevitori pi sapienti prendono spesse volte uno per l'altro. Quanto alla domanda che Ella mi fa, s'io creda veramente che i vini di Firenze abbiano quello astringente che da gli Inglesi viene loro generalmente attribuito, rispondo che anch'io sono di questo parere, con questa differenza, ch'io non credo un tale astringente morboso, come la maggior parte s'immagina.
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Quel mordere nello stesso tempo che bacia delicatissimamente dovunque passa il vino di Firenze mostra chiarissimo che corruga, e costipa; ma quel suo corrugare siccome fortifica nello stesso tempo con accrescer lo elastico delle fibre, viene cos a renderle anco pi atte ad espellere all'esterno gli umori superflui, che vale a dire a facilitare la traspirazione, la quale di tutte le evacuazioni viene da i Medici pi prudenti reputata la pi lodevole, e di cui hanno i corpi che nuotano nella atmosfera sempre umida di questo Regno maggiormente bisogno.
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Dunque secondo ch'io credo in coscienza, e che di continuo esperimento, il vino di Firenze  in Inghilterra, per chi voglia usarlo moderatamente come parte dello alimento, certamente il pi sano di qualunque altro in se stesso, e poi anche, perch non ammettendo adulterio onde moltiplicarne come d'altri liquori la quantit, viene a i labbri de i bevitori vergine e puro; e sar forse questa la cagione perch non , come gli altri vini, sommamente inferiori, tanto generalmente raccomandato.
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Prova evidente della bont de i vini di Toscana sanno i Popoli di Toscana medesima, i quali, e tutti bevono allegramente, e passano la loro vita senza mai la maggior parte ricorrere a gli Speziali, che per iscarsit di commercio Farmaceutico sono obbligati di supplire con quello di zuccheri, cere, spezzierie e altre droghe per provvedere al loro mantenimento.
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N mi si opponga il clima, perch  notissimo che i vini navigando o si guastano interamente, o resistendo al mare si maturano maggiormente, e le loro nocive qualit, se mai ne avessero, perdono moltissimo della loro attivit. Ed  tanto vero quello ch'io dico della virt del vino di Firenze, e particolarmente di quello di Chianti, di rinvigorire le fibre, e restituir loro la perduta elasticit, ch'io ho veduti idropici, specialmente sul principio della infermit, guariti coll'uso di questo vino, un bicchiere o grande o piccolo a misura dell'et dell'infermo, la mattina a digiuno, in quindici giorni.
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L'Italia come Ella sa fu detta Oenotria, produttrice di vini da arciantichissimo tempo, e il Clusinum vinum del quale erano tanto ghiotti i Galli, che i Toscani lo proposero loro per premio se andavano a soccorrergli contro i Romani,  lo stesso stessissimo vino di Montepulciano d'oggi, che il Redi chiama nel piacevolissimo suo Ditirambo R di tutti i vini. Io vedo che Ella se la ride a pi potere vedendomi aver fatto un discorso serio sul vino di Firenze, ma io dir quello che disse il famoso Alessandro Marchetti, traduttore di Lucrezio, a uno che rideva come un matto vedendo pianger lui alla morte di Pulcinella sopra un Palco di Burattini: Rida pure Vossignoria ma le non son cose da ridere, perch il povero pulcinella muore innocente.
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Torno dunque a dirle che di tutti i vini, che si bevono in questo Regno, i soli di Firenze sono quelli che esilarano piacevolmente, e rendono eloquente il bevitore e sincero. Sommo piacere ho nel sentire il numeroso popolo di pernici che abita presentemente coteste colline, e io mi sento gi infiammato del pi ardente furore per combatterle, e credo che colla di Lei Aleanza concluderemo un corpo de' pi formidabili. Resto intanto pieno di stima e d'ossequio.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al Signor Antonio Cocchi a Firenze,
Sopra un suo raccomandato all'Autore.
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Amico e Signor mio stimatissimo,
RICEVEI un mese fa in Parigi la gratissima vostra anzi le gratissime vostre, poich nello stesso foglio erano due articoli, uno in data di Novembre, l'altro di Maggio. Rispondendo al primo, ove mi parlate de i vostri Chirurgi Greci prossimi a publicarsi, vi dico che me ne rallegro sommamente per Voi, e per quei tanti curiosi che in questo Regno gli aspettano con ansiet. Se me ne indirizzerete alcuno esemplare, cio una dozzina o due, mi comprometto di esitarveli quanto prima.
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Quanto al secondo articolo, dove mi raccomandate il Signor N. N. vi dir come il caso port che egli, seguendo il Personaggio che lo conduceva, venisse a sbarcare all'Albergo di Sassonia, dove io era allogiato in Parigi, e presentatami la vostra lettera potete immaginarvi con quanta letizia lo accolsi, e quanto piacevolmente e quante e quante volte dialogizzai seco sul fatto vostro. Fu anche una sorte per lui il trovar me l, poich a causa dell'esser meno forestiero in quella Citt, potei contribuire in gran parte a rompergli quella solitudine malinconica, nella quale averebbe dovuto rimanere involto quelle due o tre settimane che vi rest.
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Qu in Londra ei vive all'ombra d'ali tanto possenti, quali sono quelle del suo Signore, che ogni altra assistenza gli sar inutile; nondimeno la immensit e la confusione, per uno che giunga nuovo, della vastissima carta di Londra gli faranno aver bisogno di chi gli serva da principio di Bussola, e di questo siate pur sicuro ch'io m'ingegner di servirgli quanto vorr egli, come anche d'introdurlo da qualche uomo di lettere che intenda l'Italiano o il Francese, tanto ch'ei possa prender lingua e rendersi cittadino.
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Londra, siccome voi averete dapper voi stesso sperimentato,  un paese per la giovent massimamente pericoloso, perch pone l'uomo in una intera libert di fare esperienza de i sensi, e, come direbbe un cavallerizzo, scapestra. Non si conosce in questa Citt ombra d'ippocrisia, perch non ha nessun premio lo esercitarla, sicch qualunque acquista fama di giusto, di sobrio, di liberale, in somma di uomo eccellente in qualsivoglia virt morale, non la scrocca, siccome potrebbe avvenire in ogni altra parte del mondo, essendo sicuro il Publico che quelle virt ei realmente esercita di sua spontanea volont, e senza la minima maschera o belletto.  finalmente venuto alla luce il tanto desirato Dizionario di Johnson.
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Opera veramente maravigliosa, per la ricchezza delle etimologie, analogie, e definizioni de i termini d'ogni arte, e finalmente per la copia de gli esempj, che si pu giustamente chiamare un tesoro inesausto d'erudizioni di ogni genere. Quello poi, che compisce la maraviglia di s gran libro,  il breve spazio di sei anni, che l'Autore ha impiegati a comporlo, laddove a compor quello della Crusca concorsero ben quaranta soggetti, e fu opera di oltre a trent'anni.
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Il merito per di essere stati gli Accademici i primi a comporre un Dizionario ragionato e metodico di lingue viventi non si potr mai distruggere, ed a questa contemplazione pensa il Signor Johnson di fare all'Accademia presentare uno esemplare del suo, ciocch credo far per mezzo di cotesto Signor Cavaleier Mann Ministro Britannico. Vi rendo grazie delle lodi, che mi fate sulla mia Istoria Critica, la quale per mano del gentilissimo Signor Cavaliere suddetto mi dite d'aver ricevuta, e venendo da voi che avete il cuore di Colomba, e la mente d'Aquila, e siete Maestro di color che sanno, tanto maggiormente mi piacciono, perch son certo che sono purissime.
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Lo approvare poi che voi fate tanto lo stile delle mie lettere, e i conforti continui del Signor Luca Corsi e d'altri amici perch'io le stampi, mi hanno gi fatto pensare a eseguire i vostri comandi; ciocch non si potr far cos subito, perch il raccorne per la stampa d'un tomo, per piccolo che sia,  negozio assai lungo, e pi lungo e faticoso  il comporne delle nuove. Tutte queste difficolt io penso nondimeno a dispetto della mia pigrizia di superare, e cavarvi come si suol dire la sete col prosciutto, onde se non incontrano l'approvazione del Publico, il debito rimanga in gran parte a conto vostro.
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Non offenda la vostra modestia quello vi dir il Signor Corsi toccante i vostri Bagni Pisani, che ho riletti col massimo de i piaceri ultimamente, perch oltre che quelle lodi sono verissime, non aggiungeranno mai in minima parte a quelle che realmente voi meritate. La vostra fama  in questi Regni universale spezialmente tra gli eruditi di Medicina, e tra i Viaggiatori del vostro tempo, tra i quali non si trova uno in cento che in un modo o nell'altro non vi professi solide obbligazioni.
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 anco il Signor Lami moltissimo nelle bocche de i sapienti di cose Ecclesiastiche con laude e ammirazione, e lodato e ammirato  il nostro Matematico Perelli da quelli che lo hanno personalmente conosciuto, e ognuno vorrebbe, ch'ei non privasse il mondo di quel grandissimo frutto che pu produrgli mediante l'uso delle vastissime sue cognizioni. Seguite ad amarmi, comandatemi, e vivete felice.
Di Vossignoria Illustrissima
Londra.
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Al Signor Paolo Celesia a Genova,
Sulla sua venuta a Londra in qualit di Ministro per parte della sua Republica.
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Signor Paolo stimatissimo Signore
LE rendo infinite grazie dell'onore che Ella si  compiaciuta dispensarmi dandomi avviso della imminente sua venuta a Londra in qualit di Ministro per parte della sua Republica. Gran pascolo  stata questa nuova per l'animo mio che tanto la desiderava, n lo  stata minore per la mia vanit di averla da gran tempo prevista.
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Quella scorsa che Ella diede l'anno passato in queste contrade m'accorsi benissimo, che non aveva per unico oggetto una curiosit viatoria, e in quelli esami giudiziosi e minuti che andava facendo delle cose e degli abitatori di questo Regno lessi a chiare note ci che Tito Livio dice del giovane Scipione circa il suo continuo rivolger gli occhi mentre stava sulla costa del mare verso Cartagine, che non tantum oculis, sed & animo circumspectabat Africam.
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Ora un'altro vaticinio ardisco colla maggior sicurezza di proferire, ed , che siccome la Republica di Roma ebbe gran ragione di applaudirsi d'aver preferito ad ogni altro Capitano per quella spedizione Cartaginese Scipione, cos non avr punto da pentirsi la sua di avere scelta la di lei Persona per questo Ministero. E veramente Ella ha aggiunta a tutte quelle cognizioni, che rendono un soggetto capace di qualunque Incarico, la prevenzione della lingua di quella Nazione colla quale  destinata a trattare, ne ha prima esplorato il Governo, le connessioni, i costumi, ed ha procurato colle sue buone maniere di acquistarne la stima.
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Cos facendo Ella  venuta a dare naturalmente l'esclusiva ad ogni altro in questa scelta, e a porre per cos dire in necessit la prudenza publica di dare a Lei la preferenza, e si  fatta un modello per qualunque altro soggetto s'incamini per questa carriera. Me ne rallegro infinitamente per amor suo, perch son certo che dar ogni giorno pi nuovi saggi della sua sapienza, e terr sempre vivo quel credito, che gl'Italiani hanno da tanti secoli stabilito presso le Nazioni estere di prudenti e di serj, e me ne rallegro anco sommamente per mio proprio interesse per quella opportunit che la sua presenza mi somministrer di goder sovente dell'onore della sua compagnia, non meno che per la dolce lusinga che se le offeriscano frequenti occasioni di spendere la mia debolezza in suo servizio.
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Desidero ardentemente di sentirla quanto prima in cammino, e pregandole dall'Altissimo un felice viaggio con tutta la stima ed ossequio mi protesto.
Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al Signor Francesco Zon, Residente di Venezia,
In risposta a un suo invito a passar qualche giorno seco in campagna.
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Signor Residente stimatissimo mio Signore
L'INVITO gentilissimo che Ella mi fa di venire a passar seco qualche giorno di campagna  per il mio cuore un problema, poich la mia ragione non sa ancora decidere se sia maggiore il piacere di vedermi da lei tanto benignamente favorito, o l'amarezza di non essere in istato di godere presentemente delle sue grazie. Io mi trovo in quella villeggiatura di Richemond colmo di tante benignit da Mylord Pulteney del quale ho l'onore d'esser'ospite, ch'io non potrei separarmene prima del tempo concertato senza comparire ingrato e villano.
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Averei desiderato di poter conciliare quello, che ora  divenuto un'impossibile, cio a dire di esser con lei a un tempo senza lasciare d'esser con lui. Questo averebbe potuto seguire con prendere Ella quello appartamento che io le aveva proposto contiguo alla casa ove siamo noi, e allora io averei potuto essere come si suol dire fava di due piccioni.
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Ma lo avere ella preferite le proposizioni di Amstead fa s ch'io debba rimaner privo di questa consolazione. E a dire il vero se mi fosse data la scelta tra Amstead e Richemond io sempre quest'ultimo preferirei. Primieramente i contorni di Richemond sono molto pi varj e teatrali di quelli di Amstead, pi belle e pi agevoli le passeggiate, e il Tamigi che a guisa di un Meandro fende il deliziosissimo territorio lo rende uno de i soggiorni pi desiderabili. Ma io lasciavo il meglio, cio a dire il vastissimo Giardino del Re. O a questo s che non hanno i parziali di Amstead delizia da vantare che in minima parte lo agguagli.
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Il Giardino incantato d'Alcina non c' per nulla, poich se in quello della Maga le persone diventavano bestie, in questo di Richemond di molti che inclinerebbono a esser bestie altrove diventano tutti buone persone, accausa della decenza e del rispetto che la dignit del luogo richiede. Egli  un luogo veramente divino, gli uccelli vi fanno i loro armoniosi concerti senza temere i lacci del cacciatore, le lepri non incontrano cane che le perseguiti, i Fagiani non sentono mai rumore di schioppo che li spaventi, e in somma ogni animale vi ha porto di sicurezza.
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I Filosofi poi non hanno solitudine pi dolce da desiderare per le loro meditazioni, mentre i venti a cagione de i grandi e frondosissimi alberi, che lo circondano e intermezzano dappertutto, ci soffiano con assai maggior placidezza che altrove, e ritiri e riposi s'incontrano in ogni parte senza trovar vivente che gl'interrompa. Per un poeta poi  fatto apposta. Se io avessi la sorte di essere una adozione delle Muse tanto da poter tessere alcuna cosa poeticamente in vece d'incomodarla con questa mia rozza prosa, potrei comparirle davanti con un leggiadrissimo Poemetto, un maraviglioso accidente che in questo giardino pochi giorni sono m'occorse, non potendo somministrarmene argomento pi ricco.
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Due amabili Damine passeggiavano con un gentiluomo loro amico per uno di quei viali, dove incontratesi in me, che stavo immerso nella costruzione Dio sa di quale aereo castello, mi riscossero con una gentil chiamata da quella mia profonda o stupida meditazione, e mi vollero con dolce violenza per quarto di loro compagnia. Giunti in un boschetto che l'arte fa comparire opera unicamente della natura nel suo pi vago; l'amenit del luogo c'invit a posarci.
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Quivi una delle Dame, spiritosa, bella, e molto erudita di Musica cominci a gorgogliare soavemente una canzonetta amorosa, quando appena ammezzata una strofa ecco un popolo numeroso di tordi, di merli, d'usignoli, di pettirossi, e di molti altri generi d'uccelletti, indigeni tutti del luogo, i quali quasi intendessero il linguaggio, o piuttosto la materia che la Signorina cantava, accorsero sopra di noi a d'intorno, e cominciarono ad accompagnarla con un mormorio ciascuno in sua cantilena maraviglioso.
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La novit e piacevolezza dello accidente fu tale che ognuno per se dubitava del fatto, quindi presa come da estro l'altra Damina divenne compagna del canto, e i due Cavalieri cominciarono a musicare ancor essi. Fattasi questa comunanza di canto di bestie e di persone il furor musicale divent divino, sicch ci scordammo tutti quattro, che l'ora era ormai avanzata, e nessuno s'accorse d'un nuvolo foltissimo d'acqua precipitosa prima di sentirsene un croscio rovinosissimo addosso. Data un'occhiata all'intorno non appariva tetto sotto cui ricoverarsi, quando una delle Signorine pi topografica d'ogni altro di noi in quelle parti si fece nostra guida, e ci condusse alla grotta, che chiamano di Merlino, ove non giunsemo prima d'esser bagnati ben bene da capo a piedi.
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Appena fummo giunti alla tomba del gran Profeta, che tuoni e lampi cominciarono a farci altra musica che quella degli uccellini del boschetto tanto che le povere Signorine convertirono le loro strofe amorose in gemiti e in sospiri di profonda paura, e a balbettare iaculatorie le pi devote, temendo che quelli non dovessero essere i momenti estremi della lor vita, e accostandosi strettamente a noi chiedevano aiuto quasi a campioni che potessemo difenderle dal furore di quella orrenda tempesta.
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Quando il Cielo, il quale spesse volte prende particolar cura delle belle Signore, in mezzo a questo forse di loro scampo, e quando meno ognun di noi se l'aspettava, istantaneamente s'aperse, e ripreso il suo bel sereno rese alle timorose Damine lo spirito, e liber noi erranti Cavalieri dal tormento e dalla compassione de i loro sospiri. Spiacemi sommamente di non poterle esser socio in cotesta sua Villegiatura, ma spero di rinfrancarmi in qualche parte di questa perdita con qualche visita di tempo in tempo, s breve essendo quello spazio che divide Amstead da Richemond. Resto intanto pieno di stima e d'ossequio.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al Signor Francesco Martellacci, Nipote dell'Autore, a Pisa.
L'Autore gli da alcune istruzioni sopra i Costumi.
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Signor Nipote carissimmo,
CON una affettuosissima sua del prossimo scorso Dicembre mi preg il vostro Signor Padre istantemente di darvi qualche istruzione non solo toccante la vostra condotta circa i costumi, ma anco toccante gli studj di Medicina, ne i quali mi dice che vi ha gi incaminato. Io averei creduto di far torto alla sua prudenza se avessi preteso di metter la mano in questa sua messe paterna, particolarmente sapendo che voi siete ogni sua cura, e ch'ei lascia qualunque altra occupazione per esservi compagno fino nelle vostre lezioni, per liberarvi da tutti quegli inciampi giovanili, che gli studenti spesse volte distraggono, molte volte corrompono, e pur troppo spesso rovinano.
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Ma poich egli cos vuole, e l'amore che ho per voi mi tiene sempre disposto a occuparmi in utile vostro, vi dir tutto quello che le mie osservazioni di ben vent'anni su gli andamenti de gli uomini, e la mia pratica stessa mi hanno insegnato, desiderandovi dal Cielo tutta l'assistenza della quale averete bisogno per potervene approfittare.
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La cosa principale da raccomandare a un giovane  il timor di Dio, come principio di tutta la umana sapienza. Su questa insinuazione io non m'estender maggiormente, essendo certo che un tal sentimento averete bevuto col latte, e vostro Padre cui avete anco la sorte rarissima e preziosissima di avere in un certo modo per condiscepolo, ve lo ander sempre pi fissando nell'animo. Ma perch questa paterna compagnia o per qualche non previsto accidente, o a causa della et e dell'esercizio della vostra professione un giorno o l'altro dovrete perderla, o grandemente intermetterla, vi dir qualche cosa circa i doveri della vita, nell'esercizio de i quali pi o meno delicato dipende in massima parte l'umana felicit.
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 tra gli uomini generalmente un'inganno che la umana felicit consista principalmente nel possesso di molte ricchezze. In questo peccano tutti gl'ignoranti, e non vi  uno in cento di quelli, che volgarmente sono chiamati saggi, il quale ne sia esente. La ragione di questo error generale viene dal credere che la libert dell'animo consista in una vastissima facolt che abbiano i sensi di sodisfare qualunque si sieno i loro appetiti, e che il solo denaro sia il veicolo per ottener questo fine. Per non cadere in questo errore di fare del denaro l'unico sommo bene, non vi  altro segreto che il farsi pi che l'uomo pu arbitro de i proprj sensi.
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L'unico mezzo di pervenire al comando de i sensi  quello di coltivare la mente per via de gli studj che conducono alla cognizione del valore delle cose semplici, le quali sono quelle che per concludersi hanno minor bisogno del concorso di altre cose. Per esempio quello che potete far dappervoi, in modo che convenga al vostro stato, non lo fate mai coll'aiuto d'un'altro. Quei cibi semplici che possono mantenere il vostro individuo vigoroso e sano, preferiteli sempre a i composti e delicati, i quali vi costeranno pi denaro, e turberanno la vostra salute. Cos de i vestiti, e di qualunque altra cosa, o che dipenda da voi nello stato nel quale di mano in mano vi troverete, o l'acquisto della quale importi somma fatica, e molto meno se ci volessero mezzi equivoci per acquistarla.
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Fatto un'abito a questo modo di ragionare facilmente conserverete la pace dell'animo vostro avendola gi, o ne farete sicuramente di nuovo acquisto se mai per qualche errore di mente l'aveste perduta. Ed  questa pace dell'animo appunto quel sommo bene, al quale pu un'umano individuo in questa vita aspirare. Un'altra cosa  necessaria per mantenere, o pervenire all'acquisto di questo inestimabile tesoro, Questa  una vittoria completa che l'uomo riporti di qualunque rispetto umano. Essendo voi quello che unicamente dovete render conto a Dio che v'ha creato delle vostre azzioni,  necessario che di ognuna di esse facciate voi stesso unico Giudice, n d'altri vi curiate che di voi stesso nell'operare.
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Con questo metodo la giustizia e la verit che sono sorelle indivisibili saranno sempre il vostro scopo. Sono queste due virt le linee pi dritte, e in conseguenza le vie pi corte e le pi sicure, e anco le pi facili che l'uomo possa calcare. Avendo prese cos la giustizia e la verit per l'unica guida delle vostre operazioni, e creato voi stesso Giudice unico della vostra condotta, ne seguir che occorrendovi due strade da calcare o la retta o la obliqua, quantunque siate sicuro che altri non potr venire alla scoprimento che voi abbiate lasciata la prima per calcar la seconda, onde la vostra fama sia al sicuro, in tal caso non bilancerete un momento a sceglier la prima, come quello che sapete la condanna che la vostra coscienza irremissibilmente vi dar se mai sceglierete l'obliqua.
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Ed  questo il punto critico di tutti quelli che non hanno fatto se medesimi supremi Giudici delle loro azzioni, e che sicuri di non essere scoperti in quelle pratiche oblique, onde sono pervenuti a grandi fortune, si scroccano la fama di giusti, ma non lasciano di vedere continuamente nello specchio di loro coscienza, che mai non mentisce, oggetti di disprezzo e di rimorso, e d'invidiar di continuo quelli che la via retta hanno sempre costantemente calcata, che  appunto quella pace d'animo, nella quale vi dissi consistere la vera, anzi unica felicit umana, che manca loro, e per la cui mancanza vivono sempre martiri de i loro errori.
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Adottato, che averete questo divino sistema, ne i vostri discorsi procurerete sempre di avere per oggetto la verit. Renderete il dovuto ossequio a i Potenti, ma nello stesso tempo vi guarderete dallo adulargli, e dal confettare i loro errori sia in detti che in fatti, che questo sarebbe uno offendergli, e non, come gl'ignoranti e i cattivi credono, un corteggiargli. Sentite che bella pittura fa dell'adulatore l'Abate Anton Maria Salvini nel quarto de' suoi Discorsi Academici, parte terza.
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Ma il mostro pi fiero fra tutti questi, perch pi dolce, si  l'adulatore, che qual Sirena insidiatrice alletta i naviganti pel mare di questo Mondo, e s gli fa pericolare, e gli annega con quel canto che pi de gli altri incanta, cio colla lode. Compatirete cristianamente li scelerati, ma vi metterete sempre come ricorda Pitagora dal partito delle Leggi. Occorrono nell'umano commercio due terze sorti di verit, una scandalosa, l'altra ingiuriosa. Eccetto il publico giudizio, dove niuna verit proferita pu essere ascritta a errore a chi la dice, per tutto altrove vi asterrete dal proferire queste sorti di verit. Questi sono i casi, ove la prudenza umana grandemente si distingue per via della dissimulazione e del silenzio.
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Un'Oratore poco saggio cominci un sermone chi non sa fingere non sa vivere. Proposizione pi erronea e pi dannabile non esc mai di bocca a uomo che pretendesse a morale. Dunque voi che non vorrete esser falso o bugiardo guardatevi come dalla peste dal fingere. Il cacciatore finge colla lepre per ingannarla. Voi che non dovete mai volere ingannare non fingete mai, ma bens dove la prudenza lo vuole dissimulate, e tacete. Averete moltissimo a cuore la gratitudine, procurando di ricompensare pi che potrete i vostri benefattori.
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Chi ci aiuta con opere, con consigli, con istruzioni, ci da parte di quel tempo, e di quei sudori che ha impiegati per pervenire all'acquisto di quei talenti ne i quali  divenuto capace di renderci quei tali beneficj, e il non ricompensarlo alle occorrenze, per quanto le nostre forze s'estendono,  lo stesso che il negare di pagare un debito, e chi pu pagare un debito e non lo paga  ladro egualmente che uno che rubi: n l'Abate Metastasio, Apelle vivacissimo de i caratteri umani, poteva esprimere con maggior grazia di quello fece nella sua Isola disabitata l'ingrato:
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D'aborrimento  degna
Ogni anima spietata,
Ma l'orror de i viventi  un'alma ingrata 
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Voi al contrario, prevenuto che l'esercizio delle virt morali, e specialmente della gratitudine,  rarissimo al mondo, fate sempre del bene a chiunque potrete, senza per attenderne alcuna umana retribuzione, che cos non averete a pentirvi del beneficio fatto; e quando avviene che alcuno vi sia grato vi rallegrerete, che tra tanti malvagi avete la sorte d'incontrare un buono. Procurate di esser vero e costante amico, essendo l'amicizia una delle pi squisite delizie dell'umano intelletto, e come pare che Cicerone voglia chiamarla il sole della societ qui amicitiam tollunt videntur solem  mundo tollere, ma nello scegliere amici osservate la regola presso a poco dello ammogliarsi si vis nubere nube pari, perch cos eviterete gl'incomodi e i disgusti che portano seco le differenze de i gradi e delle condizioni, ed esaminate quanto potete minutamente l'indole e i costumi de i soggetti prima di legarvi in amicizia con alcuno.
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Non crediate di trovare tra gli uomini alcuno senza qualche difetto, perch dove  umanit  vizio, e quelli terrete per perfetti, ne i quali scorgerete minor numero d'imperfezioni che nel comune di tutti gli uomini insieme, pur troppo essendo vero il proverbio solo Dio senza difetto. Per mostrarvi che la vita semplice, e la verit sono gli unici fondamenti su cui  situata la vera felicit, osserverete che niun ricco, e specialmente se sia avaro,  contento in alcuna maniera della sua sorte, e che non vi  Principe per grande che sia, il quale non senta e maledica spesse volte il peso tormentosissimo della sua soggezzione principesca, e quando avviene che alcuno abbia talento di rallegrarsi, procurano di spogliarsene pi che possono, affratellandosi talvolta co i loro Cortigiani pi infimi, e fingendo per quei momenti di eguagliarsi al grado loro, ed  allora che giungono a gustare qualche saggio di una vera felicit.
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Papa Leone decimo della famiglia de i Medici, che intendeva benissimo l'anatomia del cuore umano essendo Cardinale era un giorno nella campagna di Roma cacciando, e ritiratosi a prender riposo sotto l'ombra d'una frondosissima quercia, per disingannare alcuni scioccarelli suoi Cortigiani che lo stavano adulando sulla sua grandezza, vedendo a una certa distanza tre poveri Villani che se ne stavano colla pi giuliva allegria divorando un piatto di fagiuoli, disse loro: Signori adesso adesso vi voglio far toccar con mano quanto errore sia in cotesti vostri pazzi discorsi: vedete voi quei tre Villani quanto sono allegri e festivi su quel misero piatto di fagiuoli?
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In un momento mi basta l'animo di convertire la loro allegria nella maggior tristezza del mondo. Quei Cortigiani sentendo Leone parlar cos temerono ch'ei volesse far qualche burla tragica a quei poveri lavoratori, e mentre stavano in questo timore disse Leone, datemi tutti i denari che avete in tasca, quindi aggiunti a quelli quanti ne aveva egli and e gettogli davanti a quei Villani dicendo: tenete ve li dono.
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A questo strano accidente attoniti i Villani cessano di mangiare, divengono taciti e melanconici, guardano fissi quella moneta, n fanno per qualche ora che Leone da lontano si trattenne a osservargli pi bocca da ridere, rimanendo immobili e sospesi, come se un fulmine gli avesse tocchi. Attoniti e sospesi rimasero anco quei Cortigiani, a i quali Leone dopo un lungo silenzio disse: guardate sciocchi a che vagliono le ricchezze.
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Ricchezze di mente procurate d'acquistare pi che potete, Nipote mio, per via di buoni studj, e colla frequente conversazione de i savi, disprezzo della falsit e delle ricchezze, nelle quali non  altra verit, che il necessario alla vita, rispetto e compassione per i poveri, che sono la verit e il sostegno della societ con portarne tutti i pesi pi gravi, amore per la verit e per la giustizia, nemicizia coll'ozio, e poi la felicit vostra sar tale, che potrete dirvi, quanto d'umano individuo possa mai, Rex denique Regum. Un'altra volta compir l'altra parte della mia promessa, intanto addio, amatemi, comandatemi, e vivete felice.
Napoli.
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Al medesimo,
Sopra il metodo da tenere ne i suoi studj.
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Carissimo Nipote.
LA stima che ho per vostro Padre, e l'amor vero ch'io porto a voi mi fanno passar sopra a tutti quei riguardi, che averei per ogni altro, di entrare in materia d'istruzioni a uno studente di Medicina, come voi siete, io che non son Medico. Primieramente vi dir come  vero ch'io non istudiai Medicina con quel metodo che ci vuole per esser Medico, ma  anco verissimo ch'io ho letti i libri capitali di quella professione con un piacere infinito, le materie della medicina essendo le pi vaghe e le pi ragionevoli di tutta quanta la letteratura, ed ho sempre conversato co i pi eccellenti Medici di quelle contrade, che sono state molte, ove ho di mano in mano fatto soggiorno.
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Io suppongo che siate gi avanzato nello studio della lingua Greca, ma se mai non aveste fatto per anco questo studio entrateci dentro subito con tutte le forze e mettetevi in corpo quanto mai Greco potete, perch a niuno altro proposito  mai tanto vero quel detto aureo dell'Abate Anton Maria Salvini in uno de' suoi discorsi Academici senza la lingua Greca  palpitante e semivivo il sapere quanto a quello d'un Medico, i libri Maestri di quest'arte, donde si beve il primo latte Medico, essendo Greci, e principalmente Ippocrate Areteo e Galeno. Oltre di ci i termini Medici e Anatomici i Latini ce gli hanno tramandati tali quali gli riceverono da i Greci, onde senza Greco sapere non se ne intende mai il genuino significato, sicch vedete che mostro d'ignoranza deve essere un Medico il quale non sappia a fondo il significato de i termini dell'arte sua.
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Vorrei che emendaste ne i vostri studj l'errore generalissimo in quello di qualunque altra arte o scienza, quale  quello di omettere o serbarsi all'ultimo l'Istoria della vostra professione. Per questo vi raccomando di pregar vostro Padre di provvedervi subito di quella che compose cinquant'anni fa Daniello Clerico, da me personalmente conosciuto.
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Da essa imparerete in quanta stima fosse tra gli antichi la Medicina, quanti Re, Regine, e altri Signori grandissimi s maschi che femine la praticassero, e quanti Legislatori si sieno fatti riguardare da i Popoli come Profeti per mezzo de i miracoli di quest'arte: come i Romani fossero in questa parte grossolani e barbari di lasciare il magistero di s nobile e importante professione alli stranieri e alli schiavi, e come Augusto per gratitudine verso Antonio Musa che lo cur d'una malattia creduta per la sua ostinazione incurabile, rend alla Medicina e a i Medici l'antico lor lustro: e sar questo libro per voi un Teatro, dove vederete schierati nella propria lor sede tutti i Medici reputati della antichit, e via via scendendo troverete i moderni, e vederete quella ornatissima e beneficentissima Dama della Medicina nascere, crescere, abbellirsi mediante le giudiziose osservazioni di quei Filosofi dottissimi, che vi hanno spesi lodevolmente gli anni pi utili della lor vita, e quindi giugnerete a trovarla deformata e guasta dalla ignoranza, temerit e fraude de gli Impostori.
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Qu vederete le varie sette, i varj rimedj che si sono andati di mano in mano parte dal caso, parte dalla natura mediante gli appetiti degli ammalati, e parte dalle speculazione inventando, e perverrete al Redi, che trovandola ridotta al miserabile stato della simpatia, della spargirica, e della superstizione, la richiam un'altra volta all'antica sua semplicit per via delle sue naturali inquisizioni, ed esperienze, e finalmente verrete al gran Boerave, il quale ha saputo far come suo tutto il buono de i passati, e lo ha condito adornato e arricchito colle sue maravigliose scoperte, onde ha per cos dire fatto delle sue Opere uno equivalente di tutto quello che  stato scritto di buono sulla materia Medica da i suoi predecessori. Ed  questo quel libro il quale una volta che averete alle mani, e vi esorto a farne acquisto quanto prima, non lascerete mai di leggere fin che vivete.
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Vorrei che mentre studiate la Teorica vi applicaste medesimamente alla pratica andando allo spedale, e vedendo cogli occhi del capo quello che con quei della mente andate di mano in mano osservando su i libri, che  il vero metodo di correre a passi di Gigante la vostra carriera Medica, restando sempre mentre si leggono i libri qualche nube, la quale non si squarcia mai totalmente prima di giugnere a verificar quelle ide coll'atto pratico. L'Anatomia sia uno de i vostri scopi principalissimi, poich essendo l'arte che volete imparare meramente congetturale, pessimo Profeta deve per necessit esser sempre colui, il quale non sia alla maggior perfezione possibile informato della istoria de gli organi che compongono il corpo umano, egualmente che delle loro funzioni.
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Della Geometria provvedetevi quanto basta a non esserne creduto ignorante, portando pericolo se mai v'ingolfaste troppo in questo studio di rendervi innamorato di questa scienza immensa di possibili, e disprezzatore di quei veri che realmente accadono, e per i quali vi destinate, frequenti essendo gli esempj di studenti di Medicina, i quali portati via dalli studj delle Matematiche, non hanno potuto mai scendere alla pratica di quest'arte, per la nausea che quelle nozioni speculative hanno dato loro del mecanico, ma per vero di questa Professione. Della Botanica parimente farete bene e della Chimica a tenere lo stesso conto ch'io ho ricordato della Geometria.
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Farete negozio grandissimo della dottrina di Pitagora per tutto dove la troverete, come di quell'ingegno divino che fu il primo a seminare in Italia i principj pi veri di ogni umana sapienza, e da cui si presume, come troverete ne i migliori Storici, con molto fondamento che Numa apprendesse tutto ci che avevano di pi prudente i regolamenti che egli apport alla costituzione del Governo di Roma, e che Platone attignesse egualmente dalla dottrina Pitagorica tutto quello che di pi vero e di pi utile troviamo nelle sue Opere, delle cui penne come ravviserete leggendogli, Cicerone, Orazio, e tutti gli altri maggiori ingegni Romani gloriosamente si rivestirono.
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A questa verit vi sar di guida quell'aureo libretto che il Signor Antonio Cocchi public pochi anni sono, nel quale con mirabile eloquenza e dottrina compendi tutto quello che da Pitagora pu impararsi, e specialmente toccante la Medicina, mostrando come egli fu il primo a provare l'inutile, anzi il pernicioso della maggior parte de i rimedj adottati dalla Farmacia, e che in loro vece una dieta sobria e regolare, sostituendo all'uso delle carni quello de i vegetabili, e dell'acqua a quello del vino,  pi atta a mantener l'uomo in salute, e a guarirlo de i mali, di qualunque altro presidio inventato dall'arte. Farete molto conto delle esperienze, senza le quali ogni filosofica speculazione quanto a i segreti della natura riesce puerile, e rimane qualunque Filosofante nella nativa sua ignoranza, e per via delle quali coll'andare de gli anni troverete sempre pi esser vero quel detto di Dante:
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dietro a' sensi
Vedi che la ragione ha corte l'ali,
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cui il Redi, uno de i padri pi venerabili della moderna Medicina, non meno che della Filosofia sperimentale, dopo averlo a questo proposito riportato rischiara e illustra colle seguenti parole: Ha corte l'ali la ragione andando dietro a' sensi; perch pi oltre di quello, che eglino apprendono ella in cotale inchiesta non pu comprendere. Istorie d'ogni sorte leggete continuamente, sieno di costumi di Popoli, d'arti, di scienze, quantunque non direttamente della vostra Professione, ricordandovi che tra loro hanno tutte le scienze e tutte le arti quale pi stretto e quale pi lato parentado, e che chi non esce co i suoi studj fuori della Provincia dell'arte o scienza che intende di professare rimane sempre un Dottor Provinciale, cio bambino e nuovo in tutte l'altre cose, e raro o non mai diviene eccellente nella sua Professione medesima.
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Non trascurate lo studio de i Poeti, mentre lasciamo andare che vi sia chi trova in Omero il sugo di tutte le scienze non meno che di tutte le arti, ei sono i pi giulivi, e i pi eleganti compagni d'un'uomo di lettere, e specialmente d'un Medico, il quale bisogna che comparisca ne i suoi discorsi sempre erudito e adorno, e alcuni ottengono anzi scroccano questo intento con un paio di dozzine, e forse meno, di passi di varj poeti, i quali procurano tutte le occasioni d'incastrarle ne i loro discorsi.
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Quando averete terminati i vostri studj Teorici in cotesta Universit, anderete naturalmente a fare i Pratici a Firenze. Quivi vi porterete subito dal Signor Antonio Cocchi, il quale sentendovi mio Nipote v'accoglier con quella umanit, con cui suol procedere verso tutti li studiosi, e specialmente verso quelli che hanno qualche correlazione co i suoi amici. Fatto l'acquisto di un tanto Maestro, non avete da pensare ad altro che ad imitarlo, e a seguire in tutto e per tutto le sue istruzioni e il suo esempio, essendo egli uno specchio lucentissimo nel quale leggerete nel loro pi puro tutte le possibili verit Mediche, e non averete da temere l'imboscata de i pregiudizzj. Due sorti di mali abbiate sempre in vista principalmente, come quelli che sono i pi comuni e i pi susceptibili del presidio della prudenza Medica. Questi sono le febbri in generale, e il Celtico.
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Per questo vi fermerete pi che potrete sullo studio delle facolt dell'acqua, e di quelle del Mercurio, specifici maravigliosissimi come la pratica v'insegner per queste due sorti di disordini, e tra i pochissimi, cio tra i sette o otto, che possano veramente chiamarsi colonne della Medicina. Siccome non dubito che vorrete esercitare la Medicina signorilmente, quale troverete che fa il vostro futuro modello Signor Antonio Cocchi, tanto pi che le vostre comode circostanze non vi tenteranno di alcuna avara venalit, averete sempre in mente ci che osserv Celso, cio che un Medico il quale voglia esercitare la sua professione da galant'uomo non pu avere che pochi ammalati per volta sotto la sua cura, bisognandogli molta osservazione sopra qualunque malattia che ha alle mani per pervenire a concludere le pi analoghe congetture onde conoscere la qualit e la sede di quel tal male e apportarvi l'oportuno rimedio.
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Questo credo che dica Celso, perch i corpi raro o non mai accadendo in natura, che sieno in tutte le pi minute loro circostanze affatto simili uno all'altro, una tal variet deve per necessit occorrere anco ne i mali, e per conseguenza ne i rimedj loro. Dunque penserete pi a medicar bene che a medicar molto. Vi sieno soprattutto a cuore i poveri, i ricchi trovando mediante il loro denaro sempre pronto il soccorso.
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Un'altro vi raccomanderebbe una voluminosa parrucca per concludere la Medica Maest, un volto e un parlar misterioso in presenza de gli ammalati, e specialmente de i potenti, per ingannargli e farsi credito, ma io che vi desidero Medico onesto, e son certo che volete esser tale, v'esorto di dir pure Apostolicamente ad ognuno il pensier vostro tale quale la vostra coscienza vi detta, senza mai tradire in minima parte n per qualunque rispetto quella innocente donzella della verit, e in somma procurerete quanto mai potrete di farvi un'altro Cocchi, che  quello che per vostro bene ardentemente vi bramo. Una guerra vi bisogner sostenere a misura che v' ingolferete nel mar delle cure, e sar questa contro i Ciarlatani o Impostori, i quali hanno sempre amica la ignorante moltitudine, siccome pi simili ad essa.
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Frequenti saranno i casi dove sarete obbligato di trovarvi a fronte di questa sorte di Carnefici anzi di assassini, che non ostante la coscienza di non aver fatti li studj necessarj che soli conducono alla conclusione delle Mediche verit, penetrati che sono al letto d'uno ammalato, la impresa loro principale  distruggere per ogni via ci che il Medico galantuomo ha fatto, e promettendo guarigione istantanea di mali pi disperati. In questi casi direte l'animo vostro come al solito, e vi darete la pace la pi filosofica quando vi troverete posposto tanto indegnamente ad alcuno di costoro.
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Accader anco che una volta in mille o in molte migliaia uno di questi guastamestieri riesca mediante la sua temerit e senza veruna ragion conosciuta operando laddove tutti i vostri presidj Medici secondo tutte le regole pi esatte vi averanno mancato; abbiate anche allora pazienza ricordandovi di quella giudiziosissima osservazione del Redi, che tutta la prudenza umana non pu mai preveder tanto che i sensi non s'ingannino spesse volte. Gradite il picciol dono di questi miei avvertimenti siccome figli d'un vero affetto, amatemi, comandatemi, e crediate che niuna cosa pu essermi pi gioconda quanto lo impiegarmi in vostro servizio.
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Di Vossignoria
Napoli.
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Al Sign:r Conte d'Orford,
Sopra Dante.
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Eccellenza.
IL comando, che Vostra Eccellenza mi da perch io le faccia un dettaglio della condizione di Dante, e in che principalmente consista il merito del suo Poema,  un principio di quel lodevolissimo metodo in cui mancano quasi tutti gl'insegnatori d'ogni Lingua, e specialmente della Latina, quale  quello d'informar prima lo studente del carattere e delle circostanze dell'Autore, de i motivi ch'egli ebbe di scrivere le cose che scrisse, e quindi in grosso del contenuto di essi, e dove consiste principalmente il loro valore. Un dettaglio consimile sarebbe un gran preparativo per la mente di chi studia, onde intendere pi facilmente quell'Autore che di mano in mano s'insegna, avendo presenti quei motivi che lo mossero a comporre quella tal'Opera, ed i fini, che in quella ei si propose.
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Io non seppi mai chi fosse Virgilio tutto quel tempo che alle scuole vi studiai sopra, ne intesi sempre pochissimo, n ho mai saputo se non tornato a leggerlo in et pi matura, che quel Poema non fosse in gran parte che una elegante adulazione fatta ad Augusto per illustrare la famiglia de i Giulj, da cui era quel Principe maternamente disceso, e imparentarla co i Numi. Venghiamo a Dante.
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Nacque Dante in Firenze di una famiglia principalissima in quella Republica. Erano allora i Fiorentini divisi in due partiti, Guelfi e Ghibellini. I Guelfi tenevano dalla parte del Papa, i Ghibellini da quella dell'Imperatore. Dante era del partito de i Ghibellini, i quali essendo prevalsi da i Guelfi Dante fu tra i mandati in esilio.
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Quindi vagando in varie parti d'Italia Cane della scala Signore di Verona lo tenne un tempo presso di se, dipoi il Signor da Polenta Principe di Ravenna lo ricover, e finalmente gli di sepoltura. Verso l'et di trent'anni, prima d'andare in esilio compose Dante parte del suo Poema, l'altra parte termin essendo in esilio. Dante diede al suo Poema il titolo di Comedia per aver'in esso descritta la vita privata, siccome col titolo di Tragedia chiam quello della Eneade per aver quivi Virgilio cantati eroici avvenimenti, a immitazione d'Aristotele che al capitolo 4. della Poetica da ad Omero tra gli altri attributi quello di Tragico, stato prima da Platone chiamato Padre della Tragedia.
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Divise Dante il suo Poema in tre parti, Inferno, Purgatorio, e Paradiso, figurando un suo viaggio in ognuna di queste tre regioni, condotto per le prime due da Virgilio, per la terza da Beatrice, che fu una sua innamorata passata gi tra i Beati della famiglia de i Portinari. La sua discesa in Inferno  in gran parte una immitazione di quella d'Enea, ma la divisione ingegnosissima di questa prima regione, non meno che delle altre due  parto tutta della fantasia imaginosissima di questo Autore.
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In quei luoghi di pene di purgazione, e di beatitudine pone Dante quelle Persone che le storie ci hanno additate secondo le azzioni loro meritevoli di occupare quei luoghi che Dante assegna loro,  per da avvertire che Dante siccome abbiamo detto era del partito de i Ghibellini, e non potendosi vendicare altrimenti de i Guelfi suoi nemici, che lo avevano condannato all'esilio, ei condanna molti di loro all'Inferno. Tre sono i sistemi, che imprende il Poeta a spiegare in questo Poema, il Teologico, il Filosofico, e l'Astronomico, quali correvano come pi ricevuti nei tempi che egli viveva.
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Agguaglia Dante in questo Poema quanto alla cognizione delle arti d'ogni sorte qualunque de gli anteriori, ma in profondit di sapere, e la forza d'imaginazione supera ognuno. Egli oltre a questo prova d'aver superato qualunque altro Poeta anco in ingegno, poich laddove Omero e Virgilio cantarono in lingue di gi adulte, e che allora si parlavano nella maggior perfezione, essendo la lingua Italiana ancor bambina Dante fu obbligato di creare la maggior parte di quella, colla quale form il suo Poema, ci che fece con tanta felicit, che laddove dicevano di Virgilio che cavava oro e stercore Ennii, oro finissimo sono ancora dopo quattro secoli i versi di Dante, tanto che leggendo il Petrarca l'Ariosto il Tasso, che venendo a proposito, come per dar maggior luce ai loro Poemi ve ne incastrano de i versi dentro, quei versi incastrati sopra gli altri, che sono loro dappresso, assai maggiormente risplendono.
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Concluder adunque con dire che Dante ha dati i primi momenti al bello, e al sublime della lingua Italiana, e ne  ancora riguardato come il principale sostegno, ed ornamento. Di Dante non si pu dire come generalmente si dice di ogni altro Poeta, che non sono ne i loro Poemi bellezze o invenzioni, le quali in Omero non sieno, perch Omero resuscit al mondo Letterario in Italia in tempo che Dante era morto. Le sue similitudini in grandissima parte sono bellissime e sforzo unicamente del suo ingegno, le sue definizioni vivaci all'ultimo segno e sommamente originali, e il suo sublime resulta dall'altezza e insieme profonda verit di pensieri spiegati con parole le pi comuni, ed  questo quel sublime, che Longino sopra ogni altro commenda. La critica ordinaria, che i superficiali della Letteratura Italiana fanno dello stile di Dante,  di duro e d'oscuro.
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Oscurit pi o meno si trova in tutti gli Autori antichi, che non si possono intendere, se prima il lettore non si erudisce de i fatti che essi trattano, i quali posti in chiaro l'oscurit cessa subito. Quanto a una certa durezza particolarmente nel libro dell'Inferno Dante ve l'ha usata con arte maestrevolissima, non essendo decente il trattare di Demonj, di peccatori e d'atrocit di pene con uno stile molle e delicato. Vostra Eccellenza colla lettura di pochi canti mediante la perspicacia del suo ingegno trover questa che i falsi critici chiamano durezza essere veramente eleganza e maest di parlare propria massimamente di questo Poeta, e in mezzo a quel tanto lugubre, quando il soggetto lo porta, trover anco un tenero Tibulliano, ma pi efficace e pi interessante il lettore nella passione che rappresenta.
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Un'esempio solo baster alla penetrazione di Vostra Eccellenza per darle un'idea del rimanente. Trova Dante alla fine del canto V. dell'Inferno, nel luogo ove sono puniti i carnali, Francesca figliuola di Guido da Polenta Signor di Ravenna, maritata a Lancillotto uomo deforme di corpo, figliuolo di Malatesta Signor di Rimini, insieme con Paolo avvenentissimo Cavaliere fratello di Lancillotto, e da esso uccisi ambidue in adulterio. Dante fa dire a Francesca chi ella fosse, e quale il fallo che la condusse in quel luogo.
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Siede la(12) terra, dove nata fui,
Su la marina, dove 'l Po discende
Per aver pace co' seguaci sui.
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Amor che al cor(13) gentil ratto s'apprende,
Prese(14) costui della bella persona,
Che mi fu tolta, e 'l modo ancor m'offende.
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Amor(15) ch'a null'amato amar perdona,
Mi prese del costui piacer s forte,
Che, come vedi, ancor non m'abbandona.
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Amor(16) condusse noi ad una morte:
Caina(17) attende chi 'n vita ci spense:
Queste parole da lor ci fur porte.
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Da ch'io 'ntesi quell'anime(18) offense,
Chinai 'l viso, e tanto 'l tenni basso,
Fin che 'l Poeta mi disse: Che pense?
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Quando risposi, cominciai: O lasso(19),
Quanti dolci pensier, quanto disio
Men costoro al doloroso passo?
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Po' mi rivolsi a loro, e parla' io,
E cominciai: Francesca, i tuoi martri
A lagrimar mi fanno(20) tristo e pio.
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Ma dimmi: Al tempo de' dolci sospiri
A che, e come concedette amore,
Che conosceste i dubbiosi desiri?(21)
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Ed ella a me: Nessun maggior dolore,
Che ricordarsi del tempo felice
Nella miseria, e ci sa 'l tuo Dottore(22),
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Ma s'a conoscer la prima radice
Del nostro amor tu hai cotanto affetto,
Far come colui che piange e dice.
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Noi leggevamo un giorno(23) per diletto,
Di Lancillotto, come amor lo strinse:
Soli eravamo, e senza(24) alcun sospetto.
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Per pi fiate gli occhi ci sospinse
Quella(25) lettura, e scolorocci 'l viso:
Ma solo un punto fu quel, che ci vinse.
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Quando leggemmo(26) il disiato riso
Esser baciato da cotanto amante,
Questi(27) che mai da me non fia diviso,
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La bocca mi baci tutto(28) tremante:
Galeotto(29) fu il libro, e chi lo scrisse:
Quel(30) giorno pi non vi leggemmo avante 
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Mentre(31) che l'uno spirto questo disse,
L'altro piangeva s, che di pietade
I' venni men cos com'io morisse,
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E(32) caddi, come corpo morto cade.
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Vostra Eccellenza adunque non si lasci ingannare dal discorso vano, arbitrario e falso che ha pubblicato toccante questo venerabilissimo Autore, Monsieur Voltaire, i cui errori, e forse anco non picciola invidia alla gran fama di s grand'uomo io penso di porle in chiaro con altra mia, a fine di dileguarle qualunque erronea opinione le potesse aver fatta concepire di questo veramente divino Autore la inetta critica, o piuttosto insipida maldicenza che Voltaire in quella sua mal connessa lettera ebbe la semplicit di dare alle stampe.
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La penetrazione e la prontezza che Ella ha mostrato nella intelligenza del Boccaccio, mi rendon certo che Vostra Eccellenza non istar lungo tempo a scoprire le bellezze anco di Dante, e a dilettarsene grandemente, onde si faccia pur'animo che io mi far un'onore e un piacere d'esserle scorta, sicuro che non si pentir d'aver seguito il mio consiglio, e che collo acquisto della intelligenza di questo Autore potr da se scorrere liberamente senz'altra guida tutto il rimanente della regione della lingua Italiana, senza incontrare il minimo intoppo nella lettura de gli altri Poeti, e molto meno in quella delli Storici, e cos di qualunque altro libro Italiano. Resto intanto inchinandomi con umilissimo ossequio.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al medesimo,
Sullo stesso soggetto.
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Eccellenza.
MONSIEUR Voltaire per non lasciare niuna delle Provincie della letteratura intentata ha voluto abbracciare anco quella della Critica. I Poeti Italiani sono stati uno de i principali articoli, su i quali, scostandosi da quello che di loro hanno pensato i pi sapienti e i pi giudiziosi d'ogni nazione, si  a suo modo largamente diffuso. Dante che gl'Italiani hanno sempre da che ei comparve alla luce riguardato come il padre pi venerabile della loro lingua, e il fonte d'ogni sapienza, alle mani di questo Minosse de i Poeti pi celebri  divenuto un'oggetto di ridicolo, un'Autore di bassissima sfera. Entra Voltaire in questa Arena con una perfetta ignoranza del significato del titolo.
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Dante intitol il suo Poema Comedia, e chiam Tragedia l'Eneade, siccome mi diedi l'onore di dire a Vostra Eccellenza nella mia precedente, secondando cos il parere d'Aristotile, il quale, parlando d'Omero, dice come egli fu lo inventore della Tragedia nel suo Poema della Iliade, dove tratta azzioni Eroiche di Nazione con Nazione, e della Comedia in quello della Odissea, dove canta occorrenze private.
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Ebrio di questo maiuscolo errore Voltaire procede a porre in ridicolo il Poeta per non trovare nel suo Poema quel burlesco che egli puerilmente suppone doversi di necessit contenere in un Poema che porti il titolo di Comedia. Passa quindi colla pi allegra franchezza del mondo a ridersi de gli Italiani per aver posto Dante nel rango de gli Epici, come se l'Odissea d'Omero non avesse da Platone, da Aristotile, e da tutta la sapienza antica e moderna conseguito giudiziosamente un tal titolo.
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Dice che la reputazione di Dante procede da una ventina di tratti che vanno per le bocche di molti, ma che nel resto nessun lo legge, proseguendo colla pi solenne contradizione a osservare, che i Fiorentini eressero una Catedra apposta per un Professore che lo spiegasse publicamente. Giovan Batista Pasquali nella sua edizione che ne fece in Venezia l'anno 1751 col commento del P. Venturi Gesuita, che  il pi breve e il pi giudizioso di tutti gli anteriori, nota cinquanta sette edizioni di Dante oltre la sua. Lascio considerare a Vostra Eccellenza se d'un libro che non si legge sia possibile che i librari smaltiscano tante edizioni.
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Per fare un pasticcio ricchissimo di spropositi entra il nostro Critico a parlare de i partiti che erano a tempo di Dante in Firenze, e dice che non bastando a i Fiorentini le loro fazioni di Bianchi e Neri vollono anco quella de i Guelfi e Ghibellini. La verit  che i partiti che divisero i Fiorentini, poco dopo che si furono ricomprati dalla soggezione de gli Imperatori, e fatti liberi, siccome Niccol Machiavelli e altri nelle loro storie di Firenze diffusamente raccontano, furono Guelfi e Ghibellini, i primi aderendo al Papa, i secondi allo Imperatore, e quindi fattesi due Fazioni anco tra i Pistoiesi, una delle quali si diceva Bianca, l'altra Nera, i Fiorentini per sedarle obbligarono i capi di esse a passare a Firenze, dove i Bianchi si congiunsero co i Ghibellini, i Neri co i Guelfi.
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Ma Mr. Voltaire non ha letto le cose che riguardano Dante che sul Dizionario di Bayle, o d'altri, le notizie de i quali sono la maggior parte spurie, e deformi, non avendo avuto gli Autori di essi n comodo n tempo da leggere i libri originali da i quali per chi vuol dire il vero  necessario cavarle. Dice anche come Dante essendo in esilio and in Francia, e pass alcun tempo presso Federico d'Aragona Re di Sicilia.
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Ma Leonardo Aretino Istorico esattissimo, e che pi accuratamente d'ogni altro ne scrisse la vita, e not ogni sua peregrinazione, non fa la minima menzione di queste due. In Parigi e in Sicilia fu per alcun tempo il Boccaccio, e questo credo che sia l'errore del nostro Critico, che secondo appare dal rimanente tutti li sbagli li da per giunta. Per rendere la sua Istorietta di Dante completa in via di spropositi dice che Dante compose il suo Poema essendo in esilio. Leonardo Aretino nella vita di Dante dice cos: Questa sua principale opera cominci Dante avanti la cacciata sua, e dipoi in esilio la fin.
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E circa lo essere questo Poema stato sempre letto da pochi, come gratuitamente Voltaire asserisce, chiunque si dar la pena di leggere le Novelle 114, e 115 della prima parte di Franco Sacchetti trover come non solo si leggeva il Poema di Dante mentre ei visse, ma trover ancora che quella parte la quale egli compose prima di lasciar la patria era saputa a mente e cantata per le strade dalla plebe pi infima, mentre nelle suddette novelle sono mentovati due casi, dove un Manescalco, e un Contadino che detto libro di Dante cantavano publicamente storpiandone, come il volgo fa d'ogni cosa, la dizione, Dante non potendo tener la collera li batt tutti due, vituperandogli e riprendendogli acerrimamente perch il suo Poema in siffatta maniera guastassero.
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Non contento il gentilissimo nostro Critico di publicare tutte le falsit notate di sopra toccante questo veramente maraviglioso Poeta ha voluto coronar l'Opera, fermo stante nel male accorto pensiero, che Dante, accausa dello avere al suo Poema dato il titolo di Comedia, avesse inteso di trattare il suo soggetto burlescamente, con tradurre un pezzo del canto 27 dell'Inferno, dove l'Autore introduce il Conte Guido da Montefeltro a narrare le colpe per le quali  condannato, senza punto seguire la verit del senso, e in uno stile pulcinellesco, dove l'originale ha in molti luoghi grandissima propriet e maest di pensieri non meno che di espressioni. Per non tediare Vostra Eccellenza con troppo lunga diceria mi contenter di riportare, un sol passo dell'originale di esso Canto, e quindi la versione che Voltaire ne ha fatta.
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Mentre ch'io forma fui d'ossa e di polpe,
Che la madre mi di, l'opere mie
Non furon leonine, ma di volpe.
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Gli accorgimenti e le coperte vie
I' seppi tutte, e s menai lor'arte,
Ch'al fine della terra il suono usce.
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Quando i' mi vidi giunto in quella parte
Di mia et, dove ciascun dovrebbe
Calar le vele, e raccoglier le sarte,
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Ci che pria mi piaceva allor m'increbbe,
E pentuto e confesso mi rendei;
Ahi miser lasso, e giovato sarebbe.
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Or senta per amor del Cielo Vostra Eccellenza la stupida traduzione che Voltaire fa di questo passo,
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Quand j'tois sur la terre
Vers Rimini je fis longtems la guerre
Moins, je l'avoue, en Hros qu'en fripon.
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L'art de fourber me fit un grand renom,
Mais quand mon chef eut port poil grison,
Tems de retraite o convient la sagesse,
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Le repentir vint ronger ma vieillesse,
Et j'eu recours  la confession.
Oh repentir tardif & peu durable!
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E perch Ella veda di quanto pi seria versione sia suscettibile questo bellissimo passo abbia la benignit di vedere come il P. d'Aquino Gesuita, che intendeva l'originale nel suo vero senso, e non era un buffone, lo tradusse in Latino.
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Cum primum licuit jucund munera lucis
Carpere, fallacis rapuit me calle sinistro
Fraudis amor; turpes stus artesque pelasgas
Doctius haud ullus mendace obtendere fuco.
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Nec latuere doli totum quos fusa per orbem
Fama tulit. Monuit sed cum maturior tas
Utiliora sequi votorum & turpida vela
Cogere & in portum dubiam subducere cymbam
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Desipuere prius cca qu mente sequebar,
Indoluique simul, & sacro malefacta ministro
Cum gemitu pronus relego penasque reposco.
Spes veni a lacrimis nec vana fuisset. &c.
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Da quanto ho esposto fin qu a Vostra Eccellenza toccante l'Istoria e il giudizio che Voltaire ha francamente publicato di Dante Ella vede che conto debba farsi di una tal Critica, dove cominciando dal titolo e procedendo sino al fine del rimanente non si trova una sillaba di verit. Tutti i Critici pi giudiziosi osservano che la Logica  un dono della natura, e che ogni studio  vano per impararla. Ma lasciando con quella compassione, che meritano le baie Volterriane su questa materia terminer questa lettera con riportare la critica che in poche parole conclusero di questo supremo Autore, cio di Dante, il Redi, uno de gli ingegni pi puri e pi accorti di tutta la letteratura, e quindi il Salvini, conosciuto in tutta Europa per uno de i pi dotti soggetti di questo secolo, e presso de i quali comparisce Voltaire quanto a sapere e giudizio uno innocente bambino.
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Il Redi in una sapientissima lettera che scrisse a Carlo Dati intorno alla generazione de gli insetti parlando di Dante dice cos: Quindi avviene che niuno  in oggi nelle filosofiche scuole s giovane, e che non porti un cos fatto parere istillato dalla natura stessa e dettato da quegli antichi savissimi uomini, che nelle cose della Filosofia sentirono molto avanti, tra' quali quel grandissimo ingegno che tutto seppe e di tutto maravigliosamente seppe scrivere. E pi sotto: Parendomi sempre di sentirmi intonare a gli orecchi ci che gi dal nostro divino Poeta fu cantato: e in un'altro luogo, e quel sovrano Poeta che nelle sue divine Opere
Mostr ci che potea la lingua nostra.
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E venendo a dire del Salvini, avendo egli in moltissime occasioni parlato di Dante mi contenter di riportarne un sol passo, come l'equivalente di quanto di pi possa dirsi da qualunque altro, facendo l'elogio e il vero carattere di questo Autore. Ecco ci che il Salvini dice di Dante ne i suoi Discorsi Accademici al novantesimo terzo, parte seconda: Venutomi  adunque in animo di discorrere alquanto della sovraumana mente di Dante, Signore, si pu dire, dell'Altissimo canto(33), mostrando colle naturali forze del suo ingegno in tempi che non s'era accesa tanta face a gli studj, e il bel paese, o per dir meglio nuovo mondo della Poesia Greca non s'era da gli eruditi viaggiatori ancora scoperto, essere egli tant'oltre arrivato, che si trova non lo sapendo aver molti de i pensieri di quegli antichi felicemente indovinato. Ha scoperto l'evento, per cui va superba l'et nostra, di tanto mondo ritrovato, non essere state belle fantasie di mente da divino immaginato furore commossa e riscaldata, ma manifesti presagj, e predizioni apertissime.
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Cos il nostro Dante, come  notissimo, la nuova costellazione, Tramontana, per cos dire del Polo di sotto, non adombr solo co' suoi versi, ma quel che  pi maraviglioso, individualmente espresse il numero delle stelle, che quell'Asterismo compongono, che dalla loro situazione e forma detto  la Crociera in quei versi al primo del Purgatorio:
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I' mi volsi a man destra e posi mente
All'altro polo, e vidi quattro stelle
Non viste mai fuor che alla prima gente.
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Confesso anch'io che il tedio di queste mie lettere  stato molto lungo, ma l'amore e la venerazione ch'io porto a questo Poeta, il quale fa tanto onore a i secoli moderni non che a Firenze che lo produsse, nella cui lettura cominciata fino dagli anni della prima mia discrezione in questa mia avanzata et trovo sempre sempre pi maravigliose bellezze, congiunto col desiderio che io ho di vedere Vostra Eccellenza intrapprendere un s nobile studio, spero che mi renderanno presso il suo magnanimo cuore bastantemente giustificato, e che Ella vorr sempre avere la benignit di considerarmi quale con umilissimo ossequio mi protesto.
Di Vossignoria Illustrissima
Londra  Al Signor Conte di Pembroke,
Sull' uso dell'Acqua fredda.
Eccellenza.
L
'ACQUA fredda come rimedio essenziale atto a guarire diversi mali non si trova nelli scritti de gli antichi Greci alcun Medico che l'abbia raccomandata. Ippocrate non parla che dell'acqua comune, e preferisce per gli ammalati quella attinta di fresco da chiare sorgenti. Il primo tra gli antichi ad usar l'acqua fredda come rimedio essenziale fu Antonio Musa, il quale scostandosi in molte cose dalla pratica delle varie sette de i Medici anteriori a lui, ebbe l'ardire, secondo racconta Dione, di consigliare Augusto, il quale era afflitto da pertinace malattia, ed aborriva i rimedj, di bagnarsi nell'acqua fredda e di berne.
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Curato per questo rimedio Augusto colm di doni il Musa, gli di facolt di portare l'anello d'oro, e con lui ad ogni altro Medico, e a contemplazione del Musa furono tutti i Professori di quest'arte fatti esenti da ogni gabella. Dice Suetonio che anco il Senato volle mostrarsi grato al Musa d'aver guarito l'Imperatore, ciocch esegu con erigergli una statua di rame presso a quella d'Esculapio; quindi soggiugne come tornato Augusto dalla sua spedizione di Biscaglia con un male nel fegato, di cui disperava la guarigione, Antonio Musa gli propose un rimedio pericoloso, e fu di cambiare le fomente calde in fomente fredde, che sono una specie d'equivalente al bagno.
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Lo stesso Dione dice, che ammalatosi gravemente Marcello Nipote, e anche figlio adottivo d'Augusto, il Musa gli amministr li stessi rimedj che aveva amministrati al padre, e che Marcello mor. E venendo lo stesso Autore a giustificare in un certo modo i rimedj, dice che Livia gelosa di vedere Augusto preferir Marcello a i figli di lei avesse subornato il Musa (almeno esser questo il sospetto comune) ad amministrar quel rimedio a Marcello in modo che in vece di salvarlo gli togliesse la vita, come segu. Altri dicono che Marcello morisse a i Bagni di Stabbia, ora detto Castell'a mare nel Golfo di Napoli. Non ostante per questo accidente o naturale o propinato di Marcello l'uso de i Bagni freddi fu adottato da molti Medici contemporanei del Musa, non meno che da molti altri venuti dopo.
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Quanto all'acqua fredda in bevanda Celso il quale visse poco dopo il Musa l'us nelle febbri ardenti dopo il quarto giorno, assetando prima grandemente l'ammalato, dipoi abbeverandolo d'acqua fredda oltre la saziet, e quindi evacuandolo con un vomitivo, ciocch dimostra, che quell'acqua fredda non era calcolata da lui per un rimedio essenziale, capace di curare un febricitante da se.
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Ma quello che tutta la facolt insieme dell'arte non ha saputo indagare in tanti secoli d'esame, la natura, che per lo pi suol fare a gli ammalati appetire i rimedj, ciocch Ippocrate sagacissimamente osservando pronunzi quel divino aforismo seguir le chiamate della natura colle debite cautele, la natura adunque dappers scoperse nel Regno di Napoli coll'aiuto d'uno accidente favorevole come Vostra Eccellenza intender la divina possanza dell'acqua fredda specialmente per curare le febbri ardenti, e diede luogo dopo sofferta una lunga guerra a i prudenti Medici di farvi sopra altre scoperte maravigliose onde costituirla rimedio capitalissimo, anzi il pi possente e sicuro tra i sette o otto che in tutta la Medicina non meritino il titolo di fallaci e pericolosi. La cosa adunque mi fu da varj accreditatissimi Medici in Napoli raccontata cos: Tornando circa quarant'anni sono in Calabria sua patria un Cappuccino che veniva da Malta approd a un piccolo Villaggio non molto lontano da Reggio.
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Accolto quivi da un'onesto benestante del luogo preso cibo quanto gli bisognava se n'and in una camera a riposare. Sul pi bello del prender sonno fu il Cappuccino interrotto da i lamenti anzi dalle strida di qualcheduno che giaceva in una stanza contigua. Continuando il rumore a interrompere il Cappuccino dal prendere quella quiete onde avevano tanto le sue stanche membra bisogno, questi esc di camera e incontratosi colla padrona di casa domandolla che fossero quei gemiti che venivano dalla camera appresso, i quali gli avevano impedito di prender sonno.
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A questo rispose la donna, Padre quei gemiti vengono da un povero mio figliuolo, il quale  tormentato da ardentissima febbre, e insieme da una sete per cui si sente morire, e chiede acqua gelata, che io non ardisco di dargli, avendomelo il Medico espressamente proibito. Deve Vostra Eccellenza sapere che in tutto il Regno di Napoli, in quello di Sicilia, e nell'Isola di Malta tutto l'anno i comodi cittadini bevono in ghiaccio o in neve, e i poveri bevono in neve durante il caldo, senza il qual presidio morirebbono tutti arsi dal calore ardentissimo di quei climi; e gli Appennini che traversano il Regno di Napoli suppliscono di neve quei Popoli agevolmente tutto l'anno, lo stesso fa il monte Etna alla Sicilia, e di Sicilia partono ogni sera bastimenti carichi di neve per Malta, dove quando qualche burrasca impedisce per due o tre giorni l'andata gran febbri infiammatorie tormentano, e talvolta ammazzano moltissima gente.
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Sentendo adunque il Cappuccino la calamit di quel povero febricitante, e mosso o da ragion naturale che gli facesse credere l'acqua ghiacciata bevanda propria a sollevarlo, o dal desiderio di quietarlo perch non gl'impedisse il dormire, consigli francamente la madre a condescendere alla domanda del figlio, e insistendo il figlio a replicar la dose il Cappuccino gli fu tanto pietoso, che confort la madre a porgliene un'ampio vaso vicino al letto acci potesse saziarsene a misura del suo desiderio. Avuto l'ammalato l'intento bevve di quell'acqua quanta il suo stomaco ne pot contenere, e poi s'addorment.
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Anche il Cappuccino prese contemporaneamente all'ammalato il desiato riposo, anzi ne prese tanto che non si dest sino alla mattina assai tardi. Escito di camera il Cappucino per mettersi in ordine onde proseguire il suo viaggio verso il Convento che forse dodici miglia distante era da quel Villaggio, se gli fece incontro la buona donna e baciatogli l'abito pi e pi volte lo ringrazi e benedisse di averle restituito in piena sanit miracolosamente il figliuolo.
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Il Cappuccino, al quale una buona mangiata e una buona dormita avevano fatto obliare molti passati, non intendeva a prima vista ci che quella buona femina volesse con quei ringraziamenti e benedizioni significare, e rimase molto maravigliato quando sent che il giovane ammalato dopo di aver bevuto e ribevuto a piena sua voglia di quell'acqua gelata, come la sua paternit si era compiaciuta concedergli, si era felicemente addormentato, e in quel sonno avuti tutti quelli sgravj onde la natura abbisognava, e specialmente un sudor copiosissimo, per cui il giovane si era trovato libero affatto da quella febbre, che per pi giorni lo aveva tenuto nelle maggiori angoscie del mondo. A questo racconto della donna sommamente siccome dissi maravigliatosi il Frate non ebbe altro che soggiugnere sennon che si rallegrava assaissimo dell'evento fortunato di quella sua suggestione, e che tanto essa che il figliuolo dovessero riconoscer da Dio grazia s segnalata.
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Andatosene il Cappuccino la donna propal a i vicini l'efficacia di quella sua ordinazione, e l'esito pronto e felice che aveva avuto con restituire al suo figliuolo, si pu dire istantaneamente la pristina sanit, onde correndo, siccome segue per lo pi nella state in quelle parti febbri ardenti compagne a quella, di cui il giovane era stato coll'uso dell'acqua gelata liberato, ognuno pens di ricorrere al Cappuccino stato ordinatore di quella ricetta, del quale non sapendo la donna il nome, poich era a lei venuto da Malta, lo disse un Cappuccino Malteso, e col nome di Cappuccino Maltese, non ostante che nativo di Calabria proced egli sempre d'allora in poi a esser chiamato.
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 Ricorsi adunque al detto Cappuccino varj parenti di febricitanti di quel Villaggio pregandolo ch'ei volesse fargli la carit di andare a sanare quei loro ammalati, avendo ferma fede che egli per propria sapienza, e non gi per mero accidente avesse quel giovane da quella febbre sanato, il Cappuccino si pieg alle loro domande, ed ebbero quelle sue cure esito fortunatissimo. Successe che furono varie e varie cure di tal natura al Cappuccino felicemente la sua fama di eccelso Medico crebbe in breve spazio grandissima, tanto ch'ei venne chiamato da lontani paesi, e da personaggi di rango pi riguardevole.
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Fino che il Frate fece le sue aquarie esperienze sopra povera gente, colle quali i Medici egualmente che li Speziali averebbono perduto, come si suol dire l'opera e l'olio, le facolt Medica e Farmaceutica si tennero in silenzio, ma sentito il Cappuccino penetrato oramai ne i Santuarj pi utili alla loro professione quali erano i ricchi, ognuno cominci a scagliarsi contro la di lui ignoranza della Medicina, della quale era per verit vergine come l'acqua limpida del corrente rivo, e a declamarlo per uno sfacciatissimo Ciarlatano. Ma intanto che i Medici e li Speziali gracchiavano il Cappuccino proseguiva a far cure maravigliose, e i guariti da lui a cantar le sue lodi, e a chiamare ignoranti, impostori, e carnefici tutti quei Medici che in vece di estinguere i loro mortiferi calori colla indulgenza dell'acqua ghiacciata, gli avevano tormentati con una sete perpetua crudelissimamente, asserendo che senza l'aiuto del Cappuccino sarebbono da quelle febbri rimasi oppressi.
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Avendo questa nuova pratica del Cappuccino cominciato a prender gran piede varj Medici rientrarono in loro stessi, e in vece di maledire questo nuovo metodo dell'acqua gelata si diedero a esaminare ocularmente le cure del Frate, e trovatane la semplicit e gli effetti divini in poco tempo convennero tutti ad adottarla generalmente.
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N si ferm qu l'uso dell'acqua gelata secondo le applicazioni del Cappuccino, mentre avendone cominciato i Medici pi giudiziosi a calcolare il valore, trovarono per le reiterate esperienze, che quello che rendeva l'acqua maggiormente efficace era il nitro che  nella neve e nel ghiaccio, e alcuni ci scorsero dello astersivo, altri del sedativo, altri del corroborante, altri del refrigerante, altri dell'incidente, onde dividere e separare le parti glutinose, tanto che divenne in poco tempo un elixir vit universale, e pochi furono quei mali, specialmente ove si trattasse di fermento, per i quali non fosse creduta un farmaco maraviglioso.
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In ultimo ci furono di quelli che ci trovarono anco del nutritivo, sicch l'acqua ghiacciata giunse ad essere amministrata in luogo di cibo, tanto che lasciando ogni altro esempio dapparte io fui testimone oculare del Dr. Shadwell Medico Inglese poco meno che settuagenario, il quale fu curato in Napoli d'una febbre infiammatoria, che lo portava all'altro mondo, colla sola dieta d'acqua gelata di presso a quaranta giorni, tre o quattr'once per volta secondo l'ordinazione de i Medici senz'altro cibo prendere, dopo aver'egli acerrimamente declamato contro una tal pratica, prima di essere assalito da quella febbre. Io parimente fui guarito di febbre simile con tredici giorni di tal dieta senza prendere alcuno altro cibo, e senza ordinazione di Medico, sicuro nell'animo mio per le tante esperienze vedute che un tal rimedio mi averebbe guarito.
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E il Signor Antonio Cocchi verso l'anno 1730 guar d'una febbre maligna con questo rimedio essendo Professore a Pisa il Signor Cavalier Buondelmonte, che vi era a studio, ed a cui tutti gli altri Medici di quella Citt ignoranti allora della virt dell'acqua gelata, vistolo gi curato, davano brevissima vita, per gli effetti violenti e fatali, dicevano essi, di un tal rimedio, e che vive per anco al presente in Firenze vegeto, lieto, spiritoso, e benissimo portante, e da Vostra Eccellenza particolarmente conosciuto. Ma io mi trovo di avere incomodato Vostra Eccellenza con un volume molto superiore al consueto d'una discreta lettera, onde per dividerle il tedio mi riserbo a esporle un'altra volta ci che mi resta toccante questa curiosissima e utilissima scoperta, facendole intanto umilissima riverenza.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al medesimo,
Sullo stesso soggetto.
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Eccellenza.
CONTINUANDO a esporre a Vostra Eccellenza quello mi occorre toccante l'uso dell'acqua fredda mi do l'onore di dirle, come non alle sole febbri ardenti o infiammatorie si  fermato in Napoli questo rimedio, avendone quei Medici provato l'esperimento in qualunque altra febbre, e specialmente nelle provenienti da ostruzioni di fegato e di ogni altro viscere, ed essendogli nella maggior parte riescito felicemente  passato in uso comune. E tornando alle osservazioni fatte sulla attivit e penetrazione del ghiaccio e della neve dico che sono giunti a curare ogni sorte di colica con questo rimedio coprendo di neve da cima a fondo la superficie del corpo dello ammalato.
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Da tutto questo mio racconto risulta che la natura con chiamare quel primo ammalato Calabrese a bere dell'acqua gelata, e la sorte che men in casa sua quel Cappuccino che col venerabile della sua presenza pot piegare la dubbia madre a concedergliene, fecero rivivere il sistema del Musa quanto all'uso dell'acqua fredda internamente, e le osservazioni de i Medici Napolitani detti di sopra ha parimente resuscitato quello dell'uso di essa acqua fredda quanto all'esterno.
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Franco Sacchetti Scrittor di Novelle poco dopo il Boccaccio, racconta di un certo Bernardo di Nerino Fiorentino vocato Croce il quale era di s forte e disprezzata natura, che si metteva scorpioni in bocca, e con gli denti tutti li schiacciava, e cos faceva delle botte e di qual ferucola pi velenosa. S'egli era di diversa natura ciascuno il pensi, che per accesa continua e mortal febbre sfidato da' Medici, veggendolo molto ardere vollono far notomia di s fatta natura, addimandandolo egli il feciono mettere nudo in una bigongia d'acqua fredda come esce dal pozzo, e preso costui cos ardente nudo ve l'attuffarono dentro, il quale cominciando a tremare e schiacciare li denti stato un pezzo lo rimisono in letto, e subito cominci a migliorare e spegnersi l'arsione in forma che guerio.
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Da questo racconto del Sacchetti Vostra Eccellenza vede benissimo quanto stupore fosse in quei Medici che assisterono il Nerino, mentre per poco di prudenza Medica che avessero avuto, averebbono da quella esperienza riescita s bene, ed a cui era il paziente stato chiamato dalla natura, averebbono dico dovuto concludere che quel bagno freddo era il pi semplice, il pi efficace, il pi analogo, e il pi spedito per curare febbri di quella natura, e replicare quella esperienza, tanto che finalmente l'uso averebbe, siccome ha fatto a Napoli, adottato un tanto rimedio.
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Nel qual caso bisogna dire che il Cappuccino Calabrese, quantunque non istudiante Medicina, raziocinasse su quella sua casuale esperienza assai meglio de i mentovati Medici, mentre ei proced innanzi con farne nuove esperienze, ed essi che ne averebbono avuto maggior ragione, e sarebbe stato lor debito, se ne astennero. Ma il mondo  spesse volte come una moltitudine a uno spettacolo, la quale ammira e applaude quello che non intende intitolandolo di stupendo e di sublime, e ci che  analogo al verisimile cio alla natura non lo cura, e spesse volte lo sprezza. Anco il valor del Mercurio non fu creduto allora che in Napoli stesso ne furono fatte le prime esperienze contro quel male, che chi non si affretta a debellarlo presto,
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Va ricercando le midolle e l'ossa,
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e ci  bisognato che i Francesi ne facciano esperienze ed osservazioni per farlo adottare come rimedio efficace e sicuro a noi Italiani medesimi che ne abbiamo fatte le prime scoperte. Ma tornando all'uso dell'acqua fredda io mi sono sempre maravigliato, che in una Nazione cos virtuosamente curiosa come la Inglese, non vi sia stato fin'ora chi si sia preso la pena, anzi (trattandosi di dotti Medici che ve ne sono tanti e tanti) il piacere il diletto di fare un viaggio apposta in Italia e fermarsi tutto un'Inverno a Napoli non facendo altro che esaminar cure d'acqua gelata. E dissi in Inverno, perch gli obietti ch'io mi sento fare da ognuno contro quest'uso  il clima, come se in Toscana, di cui narrai a Vostra Eccellenza nella mia precedente l'esempio del Signor Cavalier Buondelmonte, e poco sopra in questa mia quello del Nerino, non facesse nell'Inverno assai pi freddo che in Inghilterra.
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E tanto maggiore  la maraviglia quando considero che in Inghilterra pi che in ogni altra regione si  adottata la prima parte del sistema del Musa che  quella dell'uso dell'acqua fredda all'esterno, la cui filosofia considerandola colle debite riflessioni  la medesima di quella che serve anco per l'uso dell'acqua fredda internamente. Veramente Sir William Maynard vedde nella pura sua luce questa verit e la espose al Publico qu in Londra non molti anni sono in un suo libretto sull'uso dell'acqua fredda, ma con niuno o pochissimo frutto, tanto che sono ormai i fogli di quella sensatissima Operetta ridotti a servire d'involto al cacio e alle acciughe.
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Conosco anch'io che un Medico averebbe molto da fare a introdurre l'uso d'un simil rimedio in Inghilterra, essendo io ogni giorno testimone della mortale avversione che la Nazione ha in generale a bever'acqua, essendomi stato sempre risposto ogni qual volta ch'io ho per qualche accidente parlato di un tal rimedio oh Dio l'acqua m'ammazzerebbe! risposta ch'io non ho sentito mai dare alla proposizione di qualsivoglia pi violento medicamento, o del liquore pi spiritoso. Dico di pi, che il non essere in Inghilterra l'uso dell'acqua comune nella dieta ordinaria del vivere, credo che sia dimostrabile facilissimamente come l'uso di essa specialmente gelata ne i casi convenienti di febbri o altro secondo la pratica Napolitana, opererebbe ne i corpi Inglesi con maggiore efficacia, nella stessa maniera che l'uso del vino riesce talvolta rimedio salutarissimo per quegli che non hanno costume di berne ordinariamente.
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E dico anche come non vi  clima in Europa dove l'uso comune dell'acqua o ghiacciata, o fredda naturalmente o tepida o calda secondo l'occorrenza de i mali, convenga tanto come in questo d'Inghilterra, dove le gotte, le epilessie, le paralisie, le apoplessie e ogni sorte di coagulo d'umori sieno tanto comuni. Comuni vi sono anco le morbose pinguedini, le Idropisie e li scorbuti a causa delle bevande spiritose, e dell'abuso delle carni salate, o mezze crude alle quali qualunque sorte di persone  in Inghilterra tanto inclinata, e finalmente de i legumi secchi, cose tutte, che gridano dappers stesse acqua acqua acqua.
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Prima di porre sotto gli occhi di Vostra Eccellenza questi miei discorsi, non fidandomi interamente della suggestione della mia memoria, ho voluto partecipargli al Signor Principe di San Severino, Inviato Straordinario di S. M. Sicil. per sentire se egli avesse alcuna cosa da suggerirmi per mio maggior lume su questa materia, e Sua Eccellenza avuta la pazienza di scorrerli, si  benignamente compiaciuta soggiugnere che appunto coll'ultima posta aveva ricevuta una lettera molto consolatoria dal Signor suo Fratello, della cui vita era in forse, a causa d'una febbre acuta che fortemente lo minacciava, nella quale gli annunzia di suo proprio pugno la perfetta sua guarigione mediante la dieta assoluta dell'acqua ghiacciata.
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Soggiunse ancora come in Napoli l'acqua ha quasi ridotto al nulla ogni altro argomento di medicina, usando quei Medici di amministrarla o tepida o calda nelle Pleuritidi, e che a qualunque male si offerisca la prudenza Medica non versa che sopra l'esame se convenga usar l'acqua ghiacciata, naturalmente fresca, cio tal quale viene dal fonte o dal pozzo, tepida o calda. Non creda per Vostra Eccellenza ch'io presuma a una perfetta esattezza sopra quanto mi son dato l'onore di rappresentarle toccante questa invenzione dell'uso dell'acqua fredda, e molto meno nella pratica ulteriore di esso rimedio quanto alle circostanze, bisognando per questo un soggetto consumato nella Medicina, ma quanto alla verit de i fatti Ella si assicuri che non sono da porre in dubbio, e chi volesse certificarsene troverebbe nello esaminarli ocularmente assai maggiori maraviglie di quelle la mia non medica penna potesse mai raccontarle.
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Spero che Vostra Eccellenza come quella che d'ogni usuale erudizione tiene curiosit e vaghezza mi perdoner facilmente il lungo tedio di queste mie bagattelle, e vorr sennon altro gradire il fine che se ne propose quei che le scrisse, quale  quello di mostrare in qualunque incontro la somma stima ch'ei fa de i venerati comandi di Vostra Eccellenza alla cui obbedienza sempre pronto con umilissimo ossequio mi rassegno.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al Signor Conte di Coleredo,
Inviato Straordinario e Ministro Plenipotenziario di Loro Maest Imperiali.
L'Autore gli manda una sua traduzione della prima Satira d'Orazio.
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Eccellenza.
L'ONORE che Vostra Eccellenza mi ha fatto di mandare a informarsi sovente dello stato di mia salute nel tempo medesimo che eccita nel mio cuore i sensi pi vivi di gradimento, vi eccita anche quelli della maggior confusione, mentre considero di non aver contribuito cosa veruna da farmi meritare che un Personaggio di s alta sfera rivolga la sua benevolenza e compassione verso un soggetto di circostanze s picciole come son'io.
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L'amore che io ho scorto in Vostra Eccellenza pel moralissimo Orazio cui Ella ha scelto per indivisibile compagno de i filosofici suoi ritiri, m'invita a porre sotto il suo purgatissimo esame una traduzione, che ho fatta della prima Satira pi per divertire in qualche parte la mente dall'atrocia di quelle pene, che continuamente martellano la mia umanit oltre tal volta il valor delle forze per sopportarle, che per presunzione di condur tanta impresa a grado alcuno di perfezione.
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 questa traduzione anche uno esperimento che io ho voluto fare per mostrare a Vostra Eccellenza co i fatti ci che nelle amene passeggiate di Hampstead mi diedi l'onore di dirle, che la lingua Italiana usata da soggetto che abbia una piena intelligenza del suo potere,  la sola delle viventi atta a tradurre forse con numero equivalente di parole qualunque Autor Greco e Latino, e renderne la traduzione non solo intelligibile e fida, ma anche venusta e piacevole a gli intendenti pi critici di quelli originali. Le ricordai che gl'Italiani e specialmente i Toscani hanno resi gentilissimamente nel loro Idioma tutti gli Autori Greci tanto Poeti che Istorici, e come i pi eruditi di lingua Greca si servono di quelle traduzioni per facilitarsi la intelligenza pi puntuale de i loro testi.
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Quanto a i Latini le ricordai la traduzione che Annibal Caro fece dell'Eneade di Virgilio, la quale considerata astratta dall'originale ha un sapore deliziosissimo d'originale ella stessa, molto pi quella di Lucrezio fatta da Angelo Marchetti, e finalmente quella di Stazio fatta dall'ultimo Cardinal Bentivoglio, di cui non si pu legger componimento che abbia pi di maest e di grazia.
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E quanto alli Storici le ricordai la versione che il Nardi fece di Livio, quella che di Tacito fece il Dati, opere tutte che recano diletto grandissimo e schiariscono a maggior segno i loro Testi, e sopra ogni altro le vantai il Davanzati il quale tradusse lo stesso Tacito con un numero di parole corrispondente, o poco meno, a quello dell'oltre modo laconico originale: opera che spaventa e riempie insieme di maraviglia, per la sua incomparabile difficolt a porla in esecuzione, qualunque anche mezzanamente erudito delle due lingue. Non creda per Vostra Eccellenza ch'io pretenda di paragonarmi in verun conto con questo piccolo saggio di traduzione a quei grandissimi Traduttori, alle virtuose fatiche de i quali deve tanto la nostra lingua. So benissimo che il rendere Orazio fedelmente, degnamente tanto da non dovere arrossire a fronte del Testo
 d'altr'Omeri soma che da' miei.
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Quello che io intendo con questa mia traduzione  di mostrarle, siccome chi si desse l'incomodo di contarle troverebbe in effetto, come le parole che io vi ho impiegate sono presso a poco equivalenti in numero a quelle dell'originale, e che molte cose si possono spiegare in Italiano pi brevemente che in Latino, a causa di quel fraseggiamento obbligato che hanno in gran parte i Latini, laddove noi Italiani possiamo con Greca libert acconciar le parole a nostro talento. Trover che i miei versi eccedono di quaranta in circa quelli del Testo, ma  da considerarsi che i versi esametri quando non avessero che cinque spondei e un sol dattilo, il che segue meno che una volta in cento, sarebbero sempre di tredici sillabe, che vale a dire due di pi de i nostri endecasillabi, cio che costano d'undici sillabe costantemente, all'eccezzione rarissima di quando il verso termina con parole accentate o sia mozze dove il verso  di dieci sillabe, come in quello di Dante alla met del canto ventesimo dell'Inferno
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Ci che 'n grembo a Benaco star non pu,
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l'ultima sillaba che  formata da quel monosillabo pu, che in origine  puole o puote, equivalendo quando  in fine sempre a due a motivo d'esser tronca; ovvero quando il verso  sdrucciolo dove la penultima  breve e cadente, nel qual caso il verso  di tredici sillabe, come nell'Egloghe del Sannazzaro, ove tutti i versi sono di tal natura, e la prima comincia.
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L'invidia figlio mio se stesso lacera.
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Io non istar a incomodare Vostra Eccellenza con ulteriore apologia sulla debolezza di questa mia traduzione, essendo certo che Ella riguarda nella picciolezza del dono l'animo riverente del donatore, il quale supplicandola d'un benigno compatimento si da l'onore di rassegnarsi con umilissimo ossequio.
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Di Vostra Eccellenza.
Londra.
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Al Signor Dottor Marsili a Oxford,
In risposta ad una sua dove da all'Autore ragguaglio di quella Universit.
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Amico carissimo
CON sommo piacere ho letta la vostra de i cinque del corrente. Non mi giugne nuovo il diletto che voi trovate in cotesta forbitissima Universit, perch anch'io ci ravvisai quella magnificenza Fiorentina che voi notate ne gli edifizj, quella quiete Patavina, che io intitolai Pisana, e finalmente quella sapienza e incomparabile umanit de i Professori, per cui voi saggiamente pensate di tornare tra poco a passare due mesi beati tra loro. Poich voi dite di nuotare in quel piacere filosofico, al quale tutti li studiosi come voi di continuo agognano non vi desidero di ritorno s presto, e vi ricordo di fare quando venite una visita alla magnifica Villa di Blenheim, monumento tanto venerabile, perch tra i rarissimi eretti ne i nostri secoli in ricompensa e in memoria perpetua della virt.
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Fu veramente quel Duca di Malbourough uno de gli Eroi pi fortunati di tutti i secoli, perch oltre lo essergli tutte le sue imprese riescite felicemente, tanto che si dice di lui che vinse tante battaglie quante ne diede, e prese tante fortezze quante ne assedi, mor colmo di doni e d'onori dispensatigli dalla sua patria in premio delle sue grandi azzioni. Non vi devierete molto dal vostro cammino passando da Stow, sede amenissima di Mylord Temple, dove vedrete il pi bel Giardino, o almeno uno de i pi belli di tutta Inghilterra, la cui magnificenza oltrepassa d'assai l'economia d'un privato, essendovi una quarantina di monumenti, il costo d'ognuno de i quali o almeno della maggior parte sarebbe bastato a costruire il ritiro d'un comodo Gentiluomo.
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Vedrete un Tempio tra gli altri, che ve ne sono molti, ove Mylord Cobham, zio del presente Signore, che ne  stato l'erede, pose i busti rappresentanti gli amici suoi prediletti, e un ponte copiato da un disegno di Palladio, che unisce le due parti del Giardino, le quali rimangono tramezzate da un fiumicello che colle sue limpidissime acque vi nutre e mantiene una verdura perpetua e deliziosissima.
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Io ci fui col Signor Businello quando era qu Residente, e con altri quattro Cavalieri Italiani quel giorno istesso che Mylord Cobham vi spir. Due giornate ci tenne piacevolmente occupati la visita di quel Giardino, e chi ci trovava della somiglianza con quello di Circe descritto da Omero, chi con quello d'Alcina descritto dall'Ariosto, chi co gli Orti di Lucullo, chi con quelli di Mecenate, ed io lasciando i Giardini de i Poeti e de gli Storici lo assomigliai in gran parte a quello di Boboli(34), dove la magnificenza de i Gran Duchi Medicei trasport tutto il pi bello che dalla Poesia e dalla Storia in fatto di Giardini si trova ricordato.
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Ed ho poi con mio piacer sommo trovato parlando co gli eruditi di Giardinesimo che i primi Inglesi, i quali quel puerile che al presente si vede ne i Giardini di Francia e d'Olanda abbandonando, si diedero a quel rurale elegante erudito e filosofico che ora tanto dalli stranieri generalmente s'ammira n i Giardini Inglesi, ne presero le prime ide da Boboli, il quale fu e rimane anco al presente uno de i pi magnifici e deliziosi dell'Universo. E qu fo una riflessione, che quella sempre gloriosa famiglia de' Medici per non lasciare alcun topico della grandezza ed eleganza de gli antichi inespilato, anche ne i Giardini volle il pi bello della elegante e magnifica antichit richiamar dall'oblio, e nel suo antico splendore nuovamente riporlo.
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Di nuove guerriere  superfluo ch'io ve ne parli, poich cost sono le stesse gazette che abbiamo noi. Quanto alle nuove diarie del paese che possano interessarvi elle si ristringono tutte ad una, ed  che questa matina ha terminato il suo umano pellegrinaggio il Signor Vincenzio Pucci Ministro di Toscana a questa Corte. Cinquanta e pi anni ha vissuto in questa Capitale, parte de i quali fu Segretario, e quindi nel 1719 creato Ministro con carattere al Re Giorgio Primo.
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Egli ha fatto il corso della vita felicemente, moderato ne' suoi desiderj, allegro anzi che invidioso dell'altrui fortuna, liberale co gli amici, pietoso co i poveri, amante de i buoni, compassionevole delli scelerati, e in somma l'integer vit scelerisque purus, desiderato da Orazio piuttosto che sovente incontrato. Un'esempio assai raro d'illibatezza di questo onoratissimo galantuomo mi  stato pi volte ripetuto da un grosso Mercante tanto pi onorevole per lui, che non era ricchissimo, ed  il seguente.
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Quel Mercante adunque mi raccont come immaginando egli che il Pucci potesse stante il suo Ministerio essere tra i pochissimi, i quali in Londra avessero i primi odori della pace che doveva succedere alla guerra del mille settecento trenta tre, and a trovarlo e gli propose di dividere seco un guadagno grandissimo che egli averebbe potuto trarre dal sapere quella notizia una settimana prima de gli altri Mercanti, comprando un numero considerabile d'azzioni, il cui prezzo al publicarsi di essa pace sarebbe alzato un dieci per cento e forse pi. A questa proposta non si scompose d'un'atomo il Pucci e con una calma da Fabricio all'aspetto improvviso de gli Elefanti di Pirro si sbrig dalla tentazione con uno equivalente di quella magnanima risposta che il Tasso fa dare da Goffredo a quello Altimoro che gli offerse ricchissimi doni se lo salvava,
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Guerreggio in Asia e non vi cambio o merco.
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Ha vissuto il Pucci circa ottanta due anni, e senza vedere i forieri rincrescevoli della morte  insensibilmente trapassato
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come l'uom cui sonno piglia.
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Voi state sano e allegro quanto vi permette il martello Ulisseo di rivedere il fumo de i cammini della casa paterna, amatemi, comandatemi, e crediatemi quale sono e sar sempre pieno di stima e di verace amicizia.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al Signor Carlo Townsend,
Sopra il libro della origine e fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini, publicato da Mr. Rousseau.
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Illustrissimo Signore Signore Pad:ne Col:mo
SE le sacre Scritture non avessero tutto quello autentico che lo stesso Dio, che le ha dettate, ha dato loro colla verificazione innegabile delle Profezie, e co i miracoli evidenti di Ges Cristo Redentor nostro, sicch per un momento potessemo figurarcele apocrife, grandi obbligazioni dovrebbe avere il genere umano a chi ne fosse stato l'inventore, per lo appagare che fanno l'umana curiosit, su qualunque quesito faccia l'uomo a se stesso circa il principio del mondo, circa quello di se medesimo, come pure di ogni altro vivente su questa terra, come essa terra fruttifichi, e finalmente come sia e con ordine s maraviglioso mantengasi tutto quello Universo che ci circonda.
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Niuna cosa prova pi chiaro il solido di questa mia osservazione quanto la perpetua vanit delle filosofiche inquisizioni su queste materie, al termine delle quali anco gl'increduli pi sconsigliati sono obbligati di chinare umilemente l'intelletto, e confessare, che oltra il lume delle sacre Scritture qualunque umana indagine lascia i Filosofi in quella pretta ignoranza, dalla quale pensavano di pervenire a risquotersi filosofando. Monsieur Rousseau, uno certamente delli ingegni pi penetranti del nostro secolo, in quella sua operetta che public due anni sono della origine e fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini s' ingegnato quanto ha potuto di penetrare nel profondo di questa origine e di questi fondamenti, ed ha detto tra via cose bellissime, ma giunto all'origine dello ergersi che abbiano fatto gli uomini dal tenersi per terra in quattro, e camminar su due piedi, a quella delle lingue, non meno che di molti altri fenomeni umani, si  perso in quei vastissimi pelagi n ha saputo ritrarsi a riva che col presidio unico delle sacre Scritture.
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E venendo a parlare della educazione, che egli riguarda come il fabro di ogni umana infelicit, pare che intenda di darci per modello della possibile umana beatitudine i Caraibi e i Selvaggi, cui egli assomiglia in gran parte alla gente beata di quell'aureo secolo, da i Poeti, come della Fenice, non mai veduto, e tanto ingegnosamente descritto.
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Questa operetta di Monsieur Rousseau ha per fine di sciogliere un Problema proposto dall'Accademia di Digione quale sia l'origine della disuguaglianza tra gli uomini, e se ella sia consentanea colla intenzione della natura. Mi perdoni il Signor Rousseau, e mi perdonino anco i Signori Accademici di Digione, io son di parere che il contenuto di questo problema ne descriva chiarissimamente la soluzione, mentre supponendo che disuguaglianza sia generalmente tra gli uomini, essendo gli uomini parti immediati della natura, e da essa corredati di ogni loro facolt, qualunque loro andamento non pu essere che naturale. Dico anche di pi che la stessa educazione, dalla quale, perch nella maggior parte pregiudicata, sono anch'io daccordo col Signor Rousseau che ci vengano molte delle nostre sciagure,  dettata dalla natura, poich da essa natura ci sono state date le facolt di raziocinare.
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Consente il Signor Rousseau che Dio ha dato a gli uomini, a distinzione de i bruti, la facolt dello scegliere quei varj oggetti che la natura colle sue chiamate ci propone, che  quello che se dice libero arbitrio, e dice che pi frequenti sono i casi ne i quali l'uomo sceglie a suo pregiudizio, ma tutto questo niuno potr porre in dubio proceder da altro che dalla natura. Che l'educazione moltiplichi e sublimi talvolta oltre il loro natural numero e dose i mali da i quali siamo circondati  chiarissimo, e senza ricorrere a i Caraibi e a i Selvaggi ogni Nazione ne ha tra se infinite comparazioni. Esaminiamo un povero abitatore della campagna, e particolarmente alcuno di quelli che vivono nelle parti pi solitarie e pi remote dal commercio delle numerose Popolazioni, quindi compariamolo col pi ricco e pi importante abitatore d'una Citt.
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Troveremo il primo compresso e circoscritto nella conchiglia d'una perfetta ignoranza, insensibile alla maggior parte di quelli che volgarmente si dicono piaceri o dispiaceri, e in somma una specie d'Ostrica della umanit; quasi poco o nulla vedessero gli occhi, alla stessa proporzione esser gli orecchi, insensibile il tatto alla ruvidezza o delicatezza delle cose che se gli appressano, senza far differenza da gli encomj a i biasimi, indifferente al modo del vestire e dello abitare, e contento del cibo pi grossolano che gli venga somministrato per sostentarsi. E venendo a enumerare le facolt de i sensi del ricco Cittadino noi lo troveremo, comparato con quel solitario, l'Argo e il Briareo della favola, abbracciando col desiderio e coll'esame tutto l'orbe delle delizie tanto mentali che corporali, e trasportandosi ogni giorno coll'animo ne i confini pi remoti del Globo.
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Egli  certo che questo nostro mostro di facolt, a cagione del suo continuo immergersi in un vortice immenso di combinazioni, deve per necessit esser soggetto a un numero infinito di mali, e menare una vita assai pi tormentosa del solitario, e ci sar anco di pi che il Cittadino sentir a ogni momento il martello della sua infelicit, laddove il solitario non aver mai fatto alcuna riflessione sul proprio stato, n aver mai detto a se stesso io son felice. Che la natura non ci abbia fatto uno del tutto simile all'altro lo dimostra chiaramente l'evidenza qualora s'esaminino le facolt del corpo non meno che quelle dell'animo di ciascuno, le quali non istanno mai quelle d'uno individuo con quelle d'un'altro sulla bilancia del pari.
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Queste naturali disuguaglianze di forze di corpo, e di mente, congiunte con quel progressivo che Dio ha infuso a differenza de i Bruti nel cuor dell'uomo, sono state quelle che hanno necessariamente concluso, siccome saggiamente osserv anco l'Autore della mentovata operetta le propriet e i dominj, e chi ha potuto e saputo pi quegli ha anche occupato pi, e quindi lo armarsi per mantener quei possessi, e invadere per vendetta o per sete d'acquisto lo occupato da altri, che  quello che volgarmente dichiamo guerra. Tra le tante facolt che ha l'uomo superiori a quelle de i Bruti ha egli massimamente quella della imitazione, la quale non va mai disgiunta da quella della curiosit e d'uno illimitatissimo desiderio.
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Questa facolt imitativa nel nostro solitario qualora ei persista ad abitare nella sua solitudine lontano dalla tentazione della variet de gli oggetti rimarr rinchiusa nell'animo senza mai sbocciar fuora, ma subito che egli muter di sito e verr tra noi, il contagio imitativo gli si attaccher pi o meno a misura della et nella quale si staccher dal suo nido nativo, e secondo anche la capacit del suo ingegno. Questa imitazione, per cui l'uomo viene a essere scimmia d'ogni altro vivente, e specialmente de gli altri uomini, lo conduce ad adottare tutte le necessit di sua primitiva natura a lui forestiere, le quali formano i suoi superflui, moltiplicano tutte le sue cure, i suoi diletti e molto pi i suoi dispiaceri. Quanto alla perfetta eguaglianza che il Signor Rousseau suppone ne i Caraibi e ne i Selvaggi io dubito molto, che realmente ella regni tra loro.
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A volere che questi Popoli rimanessero in una perpetua quiete, sicch non fossero disturbati dalla avarizia d'altri Popoli bisognerebbe, che il suolo, il quale essi abitano, fosse di una perfetta sterilit, sicch non tentasse gli estranei a farne acquisto, e fosse anche inaccessibile, poich se il suolo non tentasse altrui alla occupazione stante la sua perfetta sterilit, chiamerebbe in quelle parti la rapacit de i conquistatori il desiderio di predar le persone, delle quali come l'esperienza giornalmente ci mostra si fa la stessa mercatura che delle cose.
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Allora quei Popoli dovrebbero essere in perpetua difesa contro chi pensasse di assalirgli, ed i pi forti e i pi sagaci verrebbero per necessit a essere loro capi, che vale a dire loro superiori, ed ecco distrutta quella uguaglianza che secondo il Signor Rousseau costituisce la loro felicit. Ma supposto anche uno inaccessibile perfetto di quelle contrade per quei che vanno in traccia d'acquisti, e che il suolo abitato da quei Popoli fosse fertile a segno da somministrar loro da se tutto il bisognevole senza l'aiuto d'alcuna industria per mantenerli, pure qualche variazione deve occorrere nelle stagioni onde carestia sopravvenga delle cose necessarie al vitto, e allora deve per necessit seguire l'industria d'essere il primo a provvedersi, che  quello che fa la gelosia e la gara, e che produce necessariamente la guerra, da cui tutti gl'investigatori delle origini delle cose convengono ch'ella sia derivata, onde si deduce l'impossibile della costante supposta eguaglianza.
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Poco dissimili dallo stato inoperoso, povero, e affatto naturale, in cui Rousseau figura i Caraibi e i Selvaggi costa per le Istorie che tutte le contrade del Globo fossero trovate dalle prime Colonie che le occuparono, e che tali principalmente fossero la Grecia e l'Italia, allora che quei fuorusciti di Lidia essendosi divisi in due parti, l'una della prima l'altra della seconda s'insignorirono. Tale o poco presso pare anche essere stata l'Inghilterra allora che col nome di Pitti si chiamavano gli abitatori; e tali le immense contrade d'America, le quali fanno presentemente il pascolo pi ricco dell'ambizione Europea, onde si tocca ogni giorno con mano l'impossibile o il poco durabile di questa uguaglianza.
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Provato che noi abbiamo la necessit della disuguaglianza tra gli uomini prodotta unicamente dalla natura, viene a cader subito il dubbio se questa disuguaglianza sia consentanea colla stessa natura. Pi naturale parrebbe che potesse essere il dubbio, se questa disuguaglianza o prepotenza tra gli uomini fosse consentanea colla ragione? Ma a questo son certo che Socrate ripeterebbe la sua solita modesta e verace risposta scio me nihil scire, essendo questo un perch da domandare a Dio e alla natura che hanno fatto l'uomo con queste necessit, e sarebbe lo stesso che domandare se sia ragionevole che l'Italia produca il dolce fico, l'uva, l'uliva e simili, e che i poveri Lapponi sieno in necessit di cibarsi di pesce secco tutta la vita.
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Incolpi Vossignoria Illustrissima l'astrazione sublime della materia, che non m'ha prima d'ora lasciato ricordare quanto prezioso sia per lei il tempo s rispetto alle cure pubbliche come alle private, onde riserbandomi ad altra occasione a parteciparle quanto mi resta sopra questo nobilissimo soggetto col pi umile ossequio mi protesto.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al medesimo,
Sullo stesso soggetto.
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Illustrissimo Signore Signore Pad:ne Col:mo
RIPIGLIANDO il filo dove nella mia precedente lasciai Vossignoria Illustrissima toccante le osservazioni di Monsieur Rousseau circa l'origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini mi do l'onore di dire come il medesimo ha con molta sapienza esaminato, se la cultura dell'ingegno produca a gli uomini pi mali che beni? e pare di sentimento che ella sia stata e sia in assai maggior copia produttrice de i primi che de i secondi.
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 certo che volendosi l'uomo sollevare dalla nuda semplicit della ignoranza, che  lo stato puro della natura bisogna che combatta se stesso con gran costanza per risquotersi da quella inerzia, nella quale sono da principio le membra di piegarsi a qual si voglia fatica, quindi da quella avversione naturale che  insita in loro di sottomettersi a qualunque legge alla quale vogliamo sottoporle, e per superare tutte le difficolt che s'incontrano per aprir  gli occhi dell'intelletto, e condurli a ravvisare gli oggetti nel proprio lor lume.
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Queste per sono difficolt e fatiche puramente materiali, perch l'uomo nella tenera et  quanto all'animo assai confusamente suscettibile di pene egualmente che di piaceri. Ma tutti questi incomodi vengono oltremodo compensati da quel contento che l'uomo prova giunto in et pi adulta, e aperti gli occhi dell'intelletto a un lucido discernimento de gli oggetti. Quel vedersi entrato nel cerchio del minor numero, divenuto uno de gli Ottimati della societ, e come salito sopra un'alta Torre rimirare al di sotto schierato l'immenso gregge delli ignoranti, fatto capace d'istruirlo, di beneficiarlo e di reggerlo, mi perdoni il Signor Rousseau, ma io lo credo un piacere che centuplichi mille volte la compensazione delle fatiche durate e delle pene sofferte per condursi a un'altezza s riguardevole.
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Che cosa pu mai tutto l'uman genere inerte oppor di bello e di piacevole al bel Teatro filosofico, in cui l'uomo studioso s'occupa giocondamente a esaminare i prodotti innumerabili e tanto varj della natura, la struttura e le inclinazioni stesse dell'uomo, la stupenda armonia de i Globi celesti, e finalmente a contemplare quell'Esser supremo che di tutte queste maraviglie fu Creatore ed Architetto?
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Chi sono stati quelli che hanno mansuefatti gli Antropofagi e Lestrigoni delle Istorie e delle Favole, altro che Filosofi, e insegnatori di belle arti, e sboscata tanta parte di mondo addomesticando colle leggi, e colla cultura dello spirito tutti quegli enti ferini, i quali prima di questa metamorfosi facevano le funzioni pi di Leoni che d'uomini, e di cui l'Affrica, parlando di quella che un tempo fu colta, perduto il presidio delli studj,  tornata a riprodurre la specie, tanto che quella Nazione  l'orrore e il disprezzo del rimanente del Globo?
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E lo stesso seguirebbe di tutta Europa se i buoni studj che ora vi sono in tanta copia venissero a perdervi il loro Regno.  vero anche, siccome osserva Rousseau, che l'arte fa molto spesso deviar l'uomo dalle intenzioni semplici e benefiche della natura. Per esempio il Commercio, il quale nella sua origine tenendosi a i dettami ragionevoli della natura che lo ha suggerito, ha avuto per oggetto una semplice permuta come di vino per grano, di lana per seta, e simili, onde provvedere scambievolmente a i bisogni d'una provincia con quello che di pi del suo necessario bisogno produce l'altra.
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Ma questa intenzione rimane solamente nella mente de i Governi che lo proteggono, i particolari che lo esercitano non pensando che a provvedere anzi ad arricchir se medesimi, ci che pongono in esecuzione a costo talora di riempier di fame e di miseria gli abitatori della propria lor patria, siccome hanno visto quest'anno i nostri occhi medesimi in Inghilterra, e quindi a introdurre nelle loro respettive Provincie l'uso de i prodotti di tutto il Globo, che vale a dire a moltiplicare i bisogni, da i quali nasce il lusso distruttore di qualunque semplicit. La Politica, invenzione veramente divina,  stata introdotta per tenere colle leggi e colla buona morale insieme gli uomini pacificamente, e farne tutta la possibile felicit.
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Eppure sono infiniti gli esempi che occorrono giornalmente di Politici i quali in vece di buoni Pastori di quel Popolo che governano, si abusano della ignoranza di esso Popolo, usando della loro autorit in utile proprio, a pregiudizio spesse volte fatale de i governati da loro. La Medicina ha per oggetto la conservazione della salute del genere umano, eppure i rimedj medesimi, che da tanti e tanti per sete di guadagno si amministrano sono la causa di molti mali, che il mondo se fosse medicato onestamente non patirebbe.
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E la Filosofia che ha per oggetto principale la ricerca della verit onde risulta ogni maggior contentezza d'animo, tanti e tanti ne adulterano l'uso, e si servono di quei lumi che essa gli somministra per argomenti onde ingannare e tormentare altrui e se medesimi insieme. E finalmente le ricchezze, che pongono l'uomo in istato di fare a se stesso e a gli altri tanti benefizj, in che mortifero veleno non sono convertite da gli Avari per tormentarsi con un vorace desiderio di sempre maggiormente accumularne, e farsene un'oggetto perpetuo d'idolatria, negandone l'uso a se medesimi, e a tutta quella societ alla quale, secondo l'intenzione della Provvidenza, ei doverebbono esserne dispensatori?
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E dall'altro canto in che peste non le convertono i Prodigi, impiegandole nello sfrenato esercizio de i vizj pi distruttivi della loro salute, nutrendone la feccia della umanit, ed affamandone crudelmente coloro, a i quali in ricompensa d'onorati servizj sarebbono tenuti di farne parte? Da questo confronto de i beni e de i mali della educazione costa chiarissimo che i beni i quali da essa provengono alla societ per renderla maggiormente felice superano di molto i mali che ne provengono per abuso che i cattivi e li stolti ne fanno, e costa anche stante la necessaria naturale disuguaglianza tra gli uomini, ch'ella  un forte impedimento perch quelli mali non sieno in maggior numero e pi fatali. Facciamo adesso uno esame delli stati differenti de gli uomini d'Europa, che tra tutte le altre parti del Globo  la pi colta, e anche la pi corretta e la pi felice.
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Primieramente i lavoratori della campagna, i quali compongono il maggior numero di tutta la societ, noi troveremo, a motivo della loro rurale educazione, e della lontananza dalla variet de gli oggetti, dalle cui tentazioni rimangono esenti, che menano una vita moralmente felice, compensando giocondamente le fatiche durate nella settimana colla innocente delizia d'un pasto un poco pi lauto i giorni di festa, e delassando lo spirito con qualche ballo di quando in quando o con qualche altro villesco rallegramento, donde gli amanti con un vestito un poco pi colto dell'ordinario tornano a casa contenti della loro comparsa come uno che avesse riportata la palma ne i giuochi Olimpici.
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A questi i pi vicini sono tutti gli artefici puramente manuali, e presso a questi quelli che al lavoro delle mani aggiungono quello dell'ingegno, i quali congiunti colli studiosi d'ogni arte pi sublime e di scienze formano pi di diciannove ventesimi del totale della societ, il di cui stato obbligandogli a una continua occupazione , quanto umanamente pu essere, generalmente felice, alla riserva di quei pochi, che rispetto alla somma del tutto sono pochissimi, i quali come notammo di sopra rivolgono in uso contrario alla intenzione della natura l'acquisto de i loro lumi.
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Ed ecco secondo questo calcolo il quale son certo che Vossignoria Illustrissima trover molto vicino alla sua esattezza, riscossi diciannove ventesimi della societ per via della buona educazione, cio di quella che conduce l'uomo a essere occupato di corpo o di spirito tutta la vita, da quella perpetua infelicit, nella quale se fossero lasciati crescere come le piante selvagge senza cultura, sarebbono necessitati di passare tutti i periodi della lor vita.
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Resta da considerare lo stato di quel ventesimo d'uomini, il quale  dal possesso delle ricchezze reso esente dalla necessit di applicarsi seriamente a qualche arte o scienza per professarla, e fabricarsi coll'esercizio di essa il proprio sostentamento. Questi certamente sono in generale i pi infelici di tutto il rimanente della societ, e sono tali appunto perch manca loro quella educazione che gl'istruisca del modo di usare quelle loro ricchezze, e di porre un limite a i loro desiderj, i quali a motivo di quel progressivo che  insito generalmente nel cuore umano, col fomento perpetuo di quelle ricchezze si moltiplicano e si sublimano in infinito, e non trovando necessarie occupazioni che li frangano e li dividano come lo stomaco fa del cibo, fanno nella mente una indigestione, e una confusione tanto grande, che mirando sempre ad oggetti lontani, non si arrestano mai con quiete a calcolare alla dovuta proporzione lo stato per sua natura felice nel quale sono stati dalla Provvidenza situati, onde nasce la loro perpetua mentale infelicit.
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La prima felicit alla quale aspirano quei diciannove ventesimi che abbiamo notati consiste in pervenire all'acquisto di quanto basti il presentaneo sostentamento, quindi a quello del giorno appresso, poi a quello di tutto l'anno, e successivamente a tutta la vita, e finalmente a quello di tutta la generazione della famiglia in infinito. Il ricco nato al termine di tutte le fatiche durate da tante generazioni de' suoi antenati per fabricargli quel tesoro di felicit che egli possiede, non essendo obbligato di far le scale di quelle fatiche, alla cima delle quali voltandosi indietro possa considerare le immense difficolt di quella salita cogli occhi del capo, se non ha la fortuna di essere illuminato del bello della sua sorte, e di quante obbligazioni egli debba alla divina Provvidenza d'averlo fatto nascere in quello stato, dal presidio d'una buona Filosofia, e da essa istradato nell'uso ch'ei debba fare di esse ricchezze, deve per necessit esserne sempre uno ignorante amministratore, e convertirle piuttosto in istrumenti di dispiacere che in argomenti di una vera felicit.
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Quindi il disprezzo di quelli ch'ei reputa inferiori a se in ricchezze, la stupida vanit della nascita, nella quale ei non ha contribuito cosa veruna che glie la possa render lodevole, e la puerile ambizione di trascorrere tutto il regno vanissimo de gli onori, e la stoltissima sete di dominar l'Universo, nelle quali cose tutte non  bene equivalente a quel suo stato nativo d'indipendenza, s'ei lo sapesse conoscere, laddove in quegli acquisti immaginarj i quali sta egli perpetuamente sognando troverebbe acquistandogli tormenti assai superiori a quei piaceri ch'ei se n'era proposto.
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Testimonj continui sono quei tanti che vendendo per prezzo vilissimo di qualche pensione o di qualche onore il tesoro inestimabile di quella libert, nella quale Dio gli ha fatti nascere a riserva di quei pochi i quali si consacrano all'uficio lodevolissimo di servire la patria, non per un'affetto particolare che portino al Principe, ma unicamente per comparir superiori al resto della societ, appena entrati in quella carriera quel bello che ci si figuravano dentro sparisce, e vi rimane solamente l'inquietudine e lo scontento, e il desiderio, contradetto sempre da quella vanit che gli condusse a quel passo di tornare allo stato di prima, nel quale innanzi a quella comparazione non si erano accorti potersi godere da un'animo moderato tanto aurea felicit.
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N sono tutti gl'individui di questo ventesimo cerchio di questa tempra, essendovene moltissimi che hanno avuto la sorte di conseguire una buona educazione, e di pervenire all'acquisto di quella che illumina e conduce gli uomini alla moderazione e alla pratica de i doveri del buon Cittadino, e che paghi del loro stato senza esserne scioccamente superbi si prestano cristianamente a soccorrere col senno e colla mano quelli che abbisognano del loro aiuto.
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Concludo adunque che Monsieur Rousseau ha avuto gran torto di mettere con quel suo dotto esame in sospetto il genere umano che la buona educazione gli rechi pi mali che beni, essendo geometricamente evidente esser'ella un dono inestimabile che la Provvidenza divina ha dispensato all'uomo, onde condursi ragionevolmente da se medesimo, a differenza di quello istinto materiale, che i Bruti senza lasciar loro la libert della scelta necessariamente conduce. Vossignoria Illustrissima che  avvezza a compatire i deboli prodotti del mio basso ingegno, compatisca anco queste mie filosofiche osservazioni, e creda che niuno pi di me rende giustizia a quei rari talenti, per cui Ella tiene rivolti ogni giorno pi verso di se gli occhi de i pi sapienti dell'inclita sua Nazione. Resto al solito con umilissimo ossequio.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra..
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A Mylord Charlemont,
Sopra l'Ariosto.
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Eccellenza.
IL genio particolare, e la somma stima che V:ra Ecc:za ha concepita per l'Ariosto, mostrano chiaramente l'ingegno aperto e perspicace onde Ella  dotata, non meno che il gran profitto che ha fatto nella nostra lingua, della quale l'Ariosto, ape ingegnosissima, ha con immortale sua gloria saputo cogliere i fiori pi belli, ed usarli con economia s leggiadra e piacevole, che lo renderanno sempre la Musa prediletta delle menti pi delicate. Monsieur Voltaire il quale  il Mario, il Silla, il Cesare della Critica, sempre dissenziente dal consenso comune de i Dotti d'ogni Nazione, si  nel suo Saggio sull'Epica Poesia eretto in Dittatore, ed ha non solo contro al parere de i pi sapienti Italiani preferito il Trissino e il Tasso all'Ariosto, ma con una crudelt pi che Ottaviana ha proscritto per sempre quest'ultimo dalla Gerarchia de gli Epici, e relegato in un cantone col semplice titolo di piacevole Romanzista.
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Le lodi che Voltaire da al Trissino versano su tutto quello in cui differisce questo Poeta dall'Ariosto, cio sul non avere avuto ricorso a gl'Incanti, e usato parchissimamente de gli Episodj; che  quello appunto che rende il Poema del Trissino troppo liscio senza maraviglia, e privo di variet, onde i dotti ci ravvisano molta regolarit, ma non  giunto mai a fare la letizia universale de gli oziosi, e le sue edizioni non eccedono le tre.
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Era il Trissino uomo dottissimo, gran promotore di scienze e d'arti, versatissimo nelle cose publiche, e oltre tanti altri suoi componimenti, fece quello della Sofonisba, che fu la prima Tragedia in versi nella nostra lingua; e finalmente si pu dire che sapesse perfettamente la Poesia, non ostante che non sia giunto a ottenere il primato tra i nostri Poeti Italiani.
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Io vorrei che Voltaire il quale si mostra tanto grande ammiratore d'Omero, mi dicesse che cosa sia nell'Iliade quello andrivieni degli Dei e delle Dee, che a ogni momento scendono e salgono dal Cielo a i Campi de' due eserciti Greco e Trojano, dove non c' Eroe che muova un dito senza che uno Dio o una Dea lo conduca, n muova lingua senza essere ispirato ne i suoi discorsi divinamente; e dove fino il Fiume Scamandro dice parole importantissime, e Zeffiro Cavallo d'Achille pronunzia sentenze e consiglia? E come sarebbe andato innanzi Virgilio, se colla maggior parte del soggetto, non avesse nella sua Eneide prese in presto da Omero anche il maraviglioso de i Numi, e non avesse fatte Giunone e Venere principali Capitanesse delle azioni pi riguardevoli del suo Poema?
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Ma dir il nostro Dittatore di Critica, che quelle Divinit Omeriche e Virgiliane erano le Mitologie di quelle Nazioni, che quei Poeti cantavano. La stessa risposta poteva presso a poco dar l'Ariosto in giustificazione de' suoi Incantesimi, mentre in quei barbarissimi secoli, ne i quali Carlo Magno viveva, quando si medicava il pugnale in cambio della ferita, era da quei popoli ignorantissimi, e bestialissimi attribuita a i Demonj la stessa possanza su gli abitatori del nostro globo, che i Pagani attribuivano a i loro Dei, con un di pi, che erano i Negromanti, in mano de i quali era creduto il comando assoluto di quei Demonj, i quali Negromanti non possono far miglior giuoco per un Poeta, poich egli ha sempre al suo comando il loro aiuto ogni volta che gli bisogni per concludere la maraviglia.
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Ma nessuna autorit rende pi inetto questo giudizio di Voltaire, quanto quella che sulla comparazione di questi due Poeti Trissino e Ariosto pronunzi lo stesso Torquato Tasso nel suo dottissimo Discorso del Poema Eroico: Veggendosi che l'Ariosto, il quale lasciando le vestigia de gli antichi Scrittori e le regole d'Aristotile, ha molte e diverse azioni nel suo Poema abbracciate,  letto e riletto da tutte l'et, da tutti i sessi, noto a tutte le lingue; piace a tutti, tutti il lodano, vive e ringiovenisce sempre nella sua fama, e vola glorioso per le lingue de' mortali: ove il Trissino all'incontro che i Poemi d'Omero religiosamente si pens d'imitare, e d'osservare i precetti d'Aristotile, mentovato da pochi, letto da pochissimi, morto nel Teatro del mondo, e morto alla luce, sepolto appena nelle librerie e nello studio d'alcun Letterato si trova.
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Ma bisogna dire che Voltaire non potesse giudicare altrimenti specialmente leggendo la sua Enriade, ove si vede assai pi del Trissino che dell'Ariosto. Fattosi Voltaire il Paride de i nostri Poeti Epici da francamente il Pomo al Tasso, comparandolo a Omero, e lo conclude addirittura l'Omero de gli Italiani, senza farsi il minimo carico di quello, che sopra questa materia abbiano proferito gl'Italiani pi riguardevoli, i quali hanno con assai pi cura, e con intelligenza milioni di miglia superiore a quella di Voltaire letto e comparato il Poema del Tasso a confronto d'Omero e di Virgilio, e dell'Ariosto medesimo. Senta Vostra Eccellenza cosa dice l'Abbate Anton Maria Salvini, che si pu dire il Prisciano e il Quintiliano insieme de gli Italiani a questo proposito al trecentonovesimo de i suoi Discorsi Accademici, parte prima: Quindi in un certo modo pi regola appare in Virgilio, pi natura in Omero.
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Al quale Omero quanto alla variet e bizzarria delle invenzioni, quanto alla fluidit dello stile, e quanto alla naturalezza, e abbondevolezza dell'ingegno viene per comune giudizio rassomigliato il Ferrarese Poeta, cio l'Ariosto. Questo giudizio proferisce il Salvini all'occasione di comparare il carattere che l'Ariosto fa d'Angelica con quello che Omero fa d'Achille, qual comparazione trover Vostra Eccellenza leggendola una delle cose pi ingegnose e giudiziose insieme di nostra lingua. Dopo di aver Voltaire comparato il Tasso ad Omero non  maraviglia s'ei lo costituisce Re de i Poeti Italiani. Vostra Eccellenza sa quanti libri sono stati stampati intorno a questa gran lite, e quanto i pi dotti e i pi delicati si sieno chiaramente spiegati in favore dell'Ariosto, tanto che al presente il dissentire da questa opinione passa in Italia per debolezza d'ingegno, e per mancanza di criterio.
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Ma poi che Ella si compiace di darmi la libert di dirle tutto quello mi si offerisce su questa materia tra i tanti cospicui monumenti che ho presenti in favore dell'Ariosto, mi contenter di riportare una lettera del Galileo, uno di quelli ingegni miracolosi, come dice il Cavalier Newton, che rarissimamente la natura produce, il quale interrogato da Francesco Rinuccini sul merito di questi due soggetti dice cos: Io vo spessamente meco medesimo meditando quale sia in me maggior mancamento o il contenermi in silenzio continuo con Vossignoria o scriverle senza eseguire il desiderio, che ella gi m'accenn, di mandarle quei motivi che mi fanno anteporre l'uno all'altro de' Poeti Eroici.
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Vorrei ubbidirla e servirla, e mi sarebbe impresa fattibile sennon mi fosse non so come uscito di mano un libro del Tasso, nel quale avendo fatta di carta in carta delle stampate interporre una bianca, aveva nel corso di molti mesi, e direi di qualche anno notati tutti i riscontri de' concetti comuni de gli Autori, soggiugnendo le ragioni che mi facevano preferire l'uno all'altro, e che per la parte dell'Ariosto erano molte pi in numero e pi gagliarde. Parendomi per esempio che la fuga d'Angelica fosse pi vaga e pi riccamente dipinta che quella d'Erminia. Che Rodomonte in Parigi senza misura avanzasse Rinaldo in Gerusalemme. Che tra la Discordia nata nel Campo d'Agramante, e l'altra nata nel Campo di Goffredo ci sia quella proporzione che  dall'immenso al minimo. Che l'amore di Tancredi verso Clorinda, ovvero tra esso ed Erminia sia sterilissima cosa in proporzione dell'amore di Ruggiero e Bradamante adornato di tutti i grandi avvenimenti che tra due Amanti accader possano, cio d'imprese eroiche e grandi scambievolmente tra loro passate.
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Quivi si veggono le gravi passioni di gelosia, i lamenti, la saldezza della fede datasi, e confermata pi volte con altre promesse; gli sdegni concepiti, e poi placati da una semplice condoglienza in una sola parola proferita. Quale aridissima sterilit  quella d'Armida potentissima Maga per trattenersi appresso Rinaldo? E quale all'incontro  la copia di tutti gli allettamenti, di tutti gli spassi, di tutte le delizie colle quali Alcina trattiene Ruggiero?
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Lascio stare che dalle discordie e da i sollevamenti nati per fievolissime e pi che puerili cagioni nel Campo de' Cristiani nessuna diminuzione di fortuna, che punto rilievi, ne nasce; dove che nella discordia fra i Saracini parte Rodomonte sdegnato, muore Mandricardo, resta ferito a morte Ruggiero, partesi Sacripante, s'allontana Marfisa, sicch finalmente sopraggiungendo Rinaldo da una grandissima rotta ad Agramante, privo de' suoi famosi Eroi, onde poi ne siegue la sua ultima rovina. L'osservazione poi del costume  veramente maravigliosa nell'Ariosto.
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Quali e quante e quanto differenti sono le bizzarrie che dipingon Marfisa temeraria e nulla curante di qual'altra persona esser si voglia? Quanto  bene rappresentata l'audacia e la generosit di Mandricardo? Quante sono le prove del valore della cortesia, e della grandezza dell'animo di Ruggiero? Che diremo della fede, della costanza, della castit d'Olimpia, d'Isabella, e di Drusilla? e all'incontro della perfidia e infidelt d'Origille e di Gabrina, e della instabilit di Doralice?
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Quanto pi dicessi tanto pi mi sovverrebbono cose da dire; ma l'abbozzarle solamente, n venire a gli esami di passo in passo, n potrebbe dare sodisfazione a me medesimo, n molto meno a Vostra Signoria. Oltre che gi ella vede in questo poco che ho detto niente  che non sia notissimo a chiunque pure una volta ha letti tali Autori. &c. Tra i dotti Italiani minorum gentium il Menzini fu uno di quelli che diede nella sua Poetica il primato al Tasso ponendolo nel Trono della Poesia come Re de i Poeti Italiani, e fece sedergli allato in secondo luogo l'Ariosto, come apparisce ne i seguenti versi della sua Poetica:
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Del gran Torquato alte memorie adoro,
Egli  Re di Permesso, e il Ferrarese(35)
Siedegli accanto, e di chi  il terzo alloro?
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Rimprovera anche il Menzini all'Ariosto la copiosit del suo argomento:
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Per che v'ha de' rigidi censori,
Cui forse quel non piace tutto a un fiato
Le donne, i cavalier, l'arme e gli amori.
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Le cortesie, l'audaci imprese. A lato
A lui sembra Virgilio un fiumicello
Che lento scorra e placido e posato.
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E quegli suona a cos gran martello,
Che par che vada a sacco la contrada,
E che a gl'incendj suoi chiami il Bargello.
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Ma il Menzini fu un Poeta mediocre, ampolloso, poco conoscitore del grande e del bello della natura, e seguace del Tasso, come dimostrano i suoi componimenti Poetici, ne i quali  molto fuoco, ma fuoco di paglia, voto di pensieri, e quei pochi la maggior parte comuni, anzi plebei, e d'un giudizio scarso e volgare, e resta bastantemente confutato su questo suo sciocco giudizio a fronte de gli accennati preziosi monumenti dello stesso Tasso, e del Galileo, i quali rendono tanto giustizia al merito dell'Ariosto.
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Il Filicaia, parimente d'indole Tassista nel suo poetare, tenne la parte del Tasso, bench usava di dire con manifesta contradizione che il Tasso era pi bello, ma che l'Ariosto gli piaceva pi, che in buona logica significa: gli pareva pi bello. Venendo Voltaire a parlar dello stile del Tasso lo magnifica alle stelle, ponendo in prospetto di maraviglia il sollevarsi che egli fa nelle sue descrizioni con forza e maest, non ostante la effeminatezza della sua lingua Italiana, con cui cantava, alla eccezione di alcune poche linee, dove ei cade in bassi concetti: errori che il nostro giudiziosissimo Critico riguarda come un tributo pagato dal Tasso al gusto guasto de gli Italiani.
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Se Voltaire non avesse posto il suo nome a fronte di quel suo miserabile Saggio sull'Epica Poesia, leggendo le altre sue Opere, (quelle eccettuate ove parla di Critica o di Filosofia) dove realmente egli  leggiadrissimo, mellifluo, sommo, e per farla breve tutto quello ch'egli ha preteso d'essere, nessun crederebbe che fosse materia scritta da lui, mentre cosa simile, tanto puerile, e ripiena di contradizioni non fu mai publicata. Dice che il Tasso fu maraviglioso per la forza e maest delle sue descrizioni, e poi chiama quella lingua, con cui espresse quelle descrizioni effeminata. O la lingua Italiana  di sua natura effeminata, e umano ingegno non sar mai capace di farne un sublime, un robusto, un maestoso, per sapere immenso ch'egli abbia; o ella  tale che chi ha ingegno possa con essa lingua sollevarsi a quella altezza ch'ei vuole analoga alla maest de i soggetti ch'ei tratta, e allora quella lingua non potr mai dirsi di sua natura effeminata.
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Quello ch'io dico  chiaro come due e due fanno quattro. Perch la lingua Italiana  cos maneggevole, che riesce s bene a trattar soggetti amorosi e piacevoli, come dimostrano il Boccaccio, il Petrarca, e tanti altri, non ne viene per questo in conseguenza che ella sia confinata a quell'uso unicamente, e che non possa sollevarsi a qualunque solidit e maest, siccome dimostra la descrizione della peste dello stesso Boccaccio, tante sublimissime canzoni dello stesso Petrarca, e soprattutto il maraviglioso Dante Alighieri, tanto follemente dallo stesso Voltaire maltrattato e beffato, e cos poco e malamente dal medesimo inteso. Ma dicami il nostro leggiadro Critico non hanno gl'Italiani i pi gravi Istorici de i nostri Secoli, e in numero prodigioso? Ardir egli col suo buffonesco male approposito di dare al Guicciardini e al Machiavelli il titolo nel loro stile d'effeminati?
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Ma io in questa confutazione ho troppo buon giuoco, sarebbe una crudelt lo andar colla sferza pi innanzi; le ragioni che sbugiardano il nostro Critico sono s manifeste, che  lo stesso che percuotere un morto. Procedendo collo stesso Criterio Volterrico a esaminare i componimenti de i Greci chi si fermasse sulla lettura di Saffo, d'Anacreonte, di Teocrito, d'Aristenete, di Zenofonte Efesio, e di tanti altri Autori che in poesia egualmente che in prosa hanno cantati amori, bagattelle, e lascivie, potrebbe dire che la lingua Greca fosse medesimamente effeminata; ed effeminata potrebbe parimente chiamarsi la Latina se i soli Ovidj, i Catulli, i Tibulli, i Properzj, i Marziali, e tanti altri che hanno in quello idioma piacevolmente lussureggiato facessero con quelle bagattelle lo stato di quella lingua.
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Quanto a i bassi e talvolta falsi concetti che il Tasso ha di quando in quando nel suo Poema, e che gl'Italiani esprimono col titolo elegantissimo di concettini, il dirli tributo pagato da questo Poeta al gusto guasto de gli Italiani  una delle solite inezie e pie asserzioni del nostro Critico, e una sua ignoranza perfetta della Storia poetica de gli Italiani.
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Questo gusto per verit depravato de i concettini e di pensieri sforzati fu si pu dire introdotto in qualche parte da Bernardo Tasso padre di quello di cui ora parliamo, nel suo Amadigi a forza di tender troppo al sublime, e di averne fallita la strada, credendolo pi nel gonfio delle parole, che nel peregrino e nella profonda verit de i pensieri, ed esteso poi molto pi da Torquato suo figliuolo, il quale avendo questi falsi concetti mescolati con tanti altri bellissimi e giusti, tent tutta l'Italia poetica ad imitarlo, e quindi vennero i Testi, i Guarini, i Marini, e tanti altri sublimissimi ingegni, i quali se avessero tracciata pi la natura semplice, vestita in linde s ma umili spoglie, e non avessero voluto vestire ogni misera serva o pastorella con manti e diademi reali, e volar col sublime spessissime volte a molte miglia di l dal probabile, e tal volte dal possibile, non averebbero i loro componimenti di che invidiare i pi rinomati, come alcune loro veramente bellissime cose, per mezzo a quelle tante strampalate e mostruose de i loro poemi, chiaramente dimostrano: onde si pu francamente asserire che il Tasso fosse il maestro di quella guastissima scuola che volgarmente si chiama de i Secentisti o de gli Autori cattivi del secolo decimo sesto.
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Tra quelli che hanno reso la dovuta giustizia al nostro Lodovico Ariosto Mr. de Fontenelle  stato uno de i pi riguardevoli nella sua leggiadrissima favoletta Astronomica della pluralit de i mondi mentre si protesta con quella Dama a cui il Romanzo  diretto, che non potr mai descriverlo con quella leggiadria, che l'Ariosto descrisse il suo viaggio Lunare d'Astolfo; nel qual caso poteva anco aggiugnere, che l'Ariosto con quella sua descrizione gli aveva suggerite le prime idee di quel Romanzo. Ed  quel viaggio Lunare d'Astolfo, in cui mi pare manifesto che l'Ariosto abbia superato di grandissima lunga i viaggi di Ulisse e d'Enea all'Inferno. Di pi questo viaggio lunare dell'Ariosto empie maravigliosamente un voto nel suo Poema, che in questa parte lo rende molto superiore a Omero in tutto quel tratto che  dallo scorruccio d'Achille con Agamennone per la toltagli Criseide fino alla sua battaglia con Ettore. Era come Vostra Eccellenza sa benissimo per la predizione dell'Oracolo fissata la vittoria de i Greci sul valore d'Achille.
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Scorucciato Achille dalla violenza usatagli da Agamennone con torgli Criseide, si rimane nelle sue tende pieno di sdegno, sordo alle rappresentazioni e alle preghiere de i pi degni personnaggi del suo esercito, mirando a occhi asciutti la tanta strage de i suoi, ozioso, bestiale, fino che dopo tanti anni di continue rovine sofferte da i Greci, vedendosi ucciso l'amico Patroclo, esce a combatter con Ettore per vendicarlo, e quindi presso a poco si viene alla conclusione di quella guerra.
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Simile a quella d'Achille era la predizione d'Orlando, come fissato dal Cielo per l'ancora sacra di Carlo Magno, dal quale essendo stata data in deposito Angelica al Duca di Baviera con promessa di darla a quello de i due cugini Orlando e Rinaldo, che la contendevano, il quale avesse ucciso pi numero di Saracini, ucciso da questi il detto Duca e fuggitasi Angelica, Orlando va errando pel Mondo in traccia di lei, e fatte in questo mentre varie prodezze, scopre finalmente per un'accidente maraviglioso il matrimonio d'Angelica coll'umilissimamente nato Medoro, quindi impazza, e compitosi il decreto divino della punizione de i Cristiani,  ispirato Astolfo di fare quel mirabil viaggio alla luna, dove guidato da San Giovanni, ricupera il senno d'Orlando, e secondo le istruzioni del Santo lo risana, e Orlando torna al campo di Carlo, libera Parigi dall'Assedio, e finisce quella guerra gloriosamente, uccidendo Agramante in quel famoso duello nell'Isola di Lipadusa, Questi tre avvenimenti dello sposalizio d'Angelica, della pazzia d'Orlando, e del viaggio lunare d'Astolfo, racchiudono un misto di verit naturali in varie guise spiegate, e una sublimit di poesia tanto ingegnosa, che non che Voltaire, che misura si pu dire le bellezze de i Poeti Italiani a canne, ma da Omero, da Virgilio medesimo sarebbero massimamente ammirate.
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Ma io non voglio fare questa ingiustizia allo ingegniosissimo Voltaire di credere ch'ei non istimi a quella giusta misura che un Poeta come lui  obbligato in coscienza il veramente divino Ariosto e sopra il Tasso, e sopra ogni altro Poeta d'ogni moderna Nazione. La ragione per la quale Voltaire vuole il Tasso superiore all'Ariosto, si  perch alle bellezze del Tasso anch'egli (quantunque con penne Icarie) pretende d'aggiugnere, laddove la sua discordia dell'Enriade, comparata con quella dell'Ariosto, gli ha fatto una proporzione come dall'uovo alla gallina. Un'altra ragione io credo di ravvisare nel giudizio pronunziato da Voltaire in quella maniera tanto sfavorevole all'Ariosto, ed  che l'Ariosto aveva fatta tanta fortuna In Inghilterra, che Spencer se n'era fatto un modello, anzi un suo Giardino Poetico, donde colse fiori vaghissimi per intrecciarne quei leggiadrissimi suoi Poemetti, che gli fecero tanto onore, e che lo costituirono l'Ariosto de gli Inglesi; e Voltaire che quel suo saggio sull'Epica pubblic in Inghilterra voleva far la corte a Pope, allora vivente, che era anch'esso Tassista, e a cui voleva far credere di crederlo egli l'Omero Britannico.
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N vi  cosa che provi pi il verisimile di questa mia induzione quanto l'adulazione che Voltaire in quel suo Trattato pronunzia, quando dice, che gl'Inglesi non hanno bisogno di studiare Omero, per vederne e gustarne le bellezze, avendole tutte quante espresse come emule dell'originale nell'Omero di Mr. Pope. Quale adulazione quanto sia sfacciata ci vuol poco a comprenderlo, ogni volta che si rifletta alla differenza che  tra un'originale e una traduzione, la distanza che passa tra le due lingue Greca e Inglese, quale fosse la intelligenza di Pope nella lingua Greca, e come quella sua Opera, per altro in se stessa maravigliosa, meriti piuttosto il titolo di Parafrasi, che di Traduzione. N bisogna credere che Voltaire facesse queste adulazioni gratuitamente.
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Il suo fine principale era l'interesse. Egli voleva essere applaudito da gli Inglesi, e convertire le sue Opere in Ghine, e perci aver Pope sennon per suo adulatore, almeno ritenerlo dal contradirlo, e molto pi dal discreditar le sue Opere. Termina poi Mr. Voltaire il suo Tassico giudizio, dicendo che sino che dureranno il Tasso e il Machiavelli la lingua Italiana durer; giudizio che prova con quanta ignoranza di causa il nostro Giudice lo abbia pronunziato, Machiavelli avendo trattato le sue materie con dignit e gravit di stile, e con ordine e criterio maraviglioso, ma con negligenza somma di lingua, e il Tasso pieno essendo in qu e in l d'errori imperdonabili di Gramatica, e di barbari modi di dire. Levo per ora l'incomodo a Vostra Eccellenza e riserbandomi a un'altra volta quello che mi resta da dire su questa materia resto inchinandomi profondamente.
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Di Vostra Eccellenza.
Londra.
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A Mylord Charlemont,
Sullo stesso soggetto.
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Eccellenza.
LA bile che mi si era sollevata nel parlare sopra la critica che Mr. Voltaire con pi arroganza che cognizione ha fatta del nostro incomparabile Messer Lodovico Ariosto, posponendolo non solo al Tasso, ma esterminandolo anche fuori del cerchio de i Poeti Epici, oltre lo avermi traportato a dir pi cose che non bastavano a convincer de' suoi errori quel falso Critico, me ne fece anco omettere molte essenziali che io pensava d'esporre a Vostra Eccellenza quali sono il fine principale che l'Ariosto si propose nel comporre il suo Poema, in che consistano le sue bellezze, e quale sia la critica che veramente convenga toccante i difetti ne i quali questo Autore trascorse. E giacch Ella vuole avere la benignit d'ascoltarmi, proseguir il mio assunto dicendo primieramente chi fosse l'Ariosto, e qual fine si proponesse nel comporre il suo Poema.
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La famiglia degli Ariosti  d'antichissima origine Bolognese, e in Bologna sussiste ancora il Ceppo di essa in massimo onore. I progenitori di Lodovico si trasferirono in Ferrara all'occasione di Lippa Ariosta, che fu maritata con Obizzo terzo da Este Marchese di Ferrara e mor nel 1347. Nacque Lodovico l'anno 1474, e mor nel 1533, un'anno dopo di aver conseguita la laurea Poetica per mano dell'Imperator Carlo Quinto nella Citt di Mantova. Fu Niccol suo padre uomo di molta prudenza, familiarissimo di Borso Duca di Ferrara e quindi del Duca Ercole, ed occup i posti pi riguardevoli di quella Corte.
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Fu Lodovico il maggiore de i cinque figliuoli maschi che nacquero di Niccol, e da lui educato nello studio delle Leggi, che era in quei tempi il mezzo principale per cui la Nobilt Italiana poteva pervenire a grandi fortune. Ma escito Lodovico di minorit, e portato da naturale inclinazione alla Poesia, si mise sotto la disciplina di Gregorio Spoleti uomo letteratissimo, e vi fece in poco tempo profitto maraviglioso.
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Fu per alcun tempo Lodovico dubbioso s'ei dovesse applicarsi alle Muse Latine ovvero alle Toscane, e conosciuto che il poetare in una lingua morta, oltre allo essere impresa meno gustosa, non l'averebbe mai condotto a quel primato, che averebbe potuto conseguire mediante la sua nativa lingua Italiana, saggiamente a questa si deliber, contro l'avviso di Pietro Bembo, di poi Cardinale, e allora in massima reputazione di letteratura, il quale come dimostra una sua lettera, che esiste ancora in una raccolta stampata, s'ingegn di persuaderlo con quante ragioni pot a comporre il suo Poema in lingua Latina.
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E perch sapeva benissimo che senza diventar perfetto maestro della lingua Toscana gli sarebbe stato impossibile di compor cose che gli facessero l'onore al quale aspirava, pens d'andarsene a passar qualche tempo in Firenze, sede unica allora e sempre della buona lingua Toscana. Ciocch esegu con quel frutto, che la leggiadria eleganza e venust delle sue Opere chiaramente dimostrano. Era gi pervenuto all'et di trentanov'anni quando pose ad effetto questo suo disegno, e visse nelle case di Niccol Vespucci, con cui aveva contratta stretta amicizia nella Corte del Duca Ercole d'Este.
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Da questo Vespucci discese quello Americo che trov il Continente dell'America, e che dal suo nome tale la denomin. Fu tale il diletto ch'ei prese di quel soggiorno prodottogli dalle cortesi maniere de gli abitanti, non meno che dall'aspetto de i preziosi materiali della Citt, e dalla incomparabile delizia de' suoi contorni, che siccome non pot egli contenersi di farne la pittura nel decimo sesto de' suoi Capitoli, cos non posso io tratto dalla sua maravigliosa bellezza fare a meno di ripeterne alcuni tratti.
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Gentil Citt che con felici auguri
Dal monte(36) altier, che forse per disdegno
Ti mira s, quaggi ponesti i muri.
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Come del meglio di Toscana hai regno
Cos del tutto(37) avessi, che 'l tuo merto
Fora di questo e di pi imperio degno.
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Qual stile  s facondo e s diserto,
Che delle laudi tue corresse tutto
Un cos lungo campo e cos aperto?
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Del tuo Mugnon(38) potrei, quando  pi asciutto,
Meglio i sassi contar, che dir'a pieno
Quel che ad amarti e a riverir m'ha indutto:
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Piuttosto che narrar quanto sia ameno
E fecondo il tuo pian, che si distende
Tra verdi poggi infin'al mar Tirreno:
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O come lieto Arno la riga(39) e fende,
E quinci e quindi quanti freschi e molli
Rivi tra via sotto sua scorta prende.
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A veder pien di tante ville i colli
Par che 'l terren ve le germogli come
Vermene germogliar suole e rampolli.
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Se dentro un mur, sotto un medesmo nome
Fosser raccolti i tuoi Palazzi sparsi,
Non ti sarian da pareggiar due Rome. E pi sotto:
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Dove son sennon qu tanti devoti
Dentro e di fuor d'arte e d'ampiezza egregj
Tempj, e di ricche oblazion non voti?
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Chi potr a pien lodar li tetti regj
De' tuoi Primati, i Portici e le Corti
De' Magistrati e pubblici Collegj?
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Non ha il verno poter, che in te mai porti
Di sua immondizia, s ben questi monti
T'han lastricata fino a gli angiporti.
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Piazze, Mercati, Vie marmoree e Ponti,
Tali bell'opre di pittori illustri,
Vive sculture, intagli, getti, impronti:
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Il Popol grande e di tant'anni e lustri,
L'antiche e chiare stirpi, le ricchezze,
L'arti, gli studj e li costumi illustri:
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Le leggiadre maniere, e le bellezze
Di donne e di donzelle, a cortesi atti,
Senz'alcun danno d'onestade, avvezze:
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E tanti altri ornamenti, che ritratti
Porto nel cor, meglio  tacer, che al suono
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Di tant'umile avena se ne tratti. Il fine principale che l'Ariosto ebbe nel comporre il suo Orlando fu di celebrare la stirpe nobilissima e antichissima della serenissima Casa d'Este, della quale era egli suddito e Cortigiano, tracciandone la derivazione per via di Ruggiero, Autore del presente stipite Estense, da Alessandro Magno, e per quella della famiglia d'Ammone di Chiaromonte, Signor di Montalbano, di cui era figlia Bradamante moglie di Ruggiero, da Astianatte figliuolo di Ettore, nel cui assunto ei non riesc con meno felicit di quello facesse Virgilio nella sua Eneide, dove tracci la derivazione della famiglia de i Giulj dalla stirpe d'Enea.
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Le principali bellezze dell'Ariosto consistono nella architettura maravigliosa del suo Poema, tirato sino al fine con ingegnosissimo intrico, e con una sospensione tanto maestrevolmente artificiale, che induce il lettore a trascorrerne pi di quello ch'ei da principio si propone, e la quale da pochi sciocchi, non capaci d'entrare nel bello di una tal arte, viene ascritta a vizio imperdonabile di questo Poeta. La pittura delle passioni tanto vivacemente ritratte, i caratteri varj e stupendi, sono pregj, ne i quali niuno lo ha fino ad ora superato, e pochissimi possono dirsegli eguali.
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E finalmente lo stile ora maestoso, ora delicato, ora compassionevole, ora faceto secondo conviene alle Persone che introduce a parlare, con similitudini le pi analoghe a i soggetti che rappresenta, fanno gran parte di quello che ha indotto i Critici pi giudiziosi a compararlo ad Omero. Le critiche le quali giustamente convengono all'Ariosto si ristringono a due: la prima  una certa negligenza, in cui la vastit del Poema, non meno che la sublimit della materia, congiunte con alcune cure sue particolari lo fecero incorrere, la quale fu da esso molto ben conosciuta, e l'averebbe certamente emendata se la morte, da esso non aspettata s tosto, non glie l'avesse impedito. La seconda versa sull'Episodio di Ricciardetto nel Canto ventesimo quinto, su quello d'Astolfo Re de' Longobardi nel ventesimo ottavo, e su quello del Dottor Mantovano nel quarantesimo terzo.
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Questi tre Episodj non si pu negare, che quantunque adorni della maggior grazia ed eloquenza possibile, stante i loro sconci argomenti e scostumate descrizzioni, non deformino assaissimo quanto alla morale un s degno Poema; n io saprei scusare per questo errore l'Ariosto, che colla colpa del secolo, nel quale egli visse, dove fino il Bembo, il Casa, e varj altri soggetti del pi reverendo carattere caddero in simili debolezze, molto compagne a quelle di alcuni componimenti di Virgilio, d'Orazio, d'Ovidio, di Catullo e di varj altri principali soggetti, la cui eleganza e dottrina costituiscono in massima parte la reputazione dell'aureo secolo d'Augusto. Ma  tempo omai ch'io cessi d'abusarmi della benignit di Vostra Eccellenza in leggere queste mie debolezze, le quali concluder rendendo al Tasso quella giustizia che gli  dovuta, con dire ch'ei fu sommo Poeta, e fa molto onore alla nostra lingua, ma che l'Ariosto non solo merita di sedere in quella sede Epica da cui pretese Voltaire tanto barbaramente precipitarlo, ma di sedervi sotto aureo Trono con duplicata corona, e che egli  veramente e sar sempre nelle menti de i saggi, suscettibili d'imitazione delicata e vivace della natura,
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Quel grande che cant l'arme e gli amori,
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come lo stesso Tasso nella sua Aminta lo nomin. E finalmente dir che le Opere di questi due valentissimi soggetti rimarranno testimonj perpetui della munificenza della serenissima Casa d'Este, stata in ogni tempo Protettrice benefica de gli uomini valorosi, la quale, col favorire questi due, ha giustamente meritato che da essi fossero cantate le lodi di quei tanti Eroi che ne hanno fatto lo splendore e la gloria. Quanto a Monsieur Voltaire, sebbene nelle sue Critiche su gli Autori Italiani non baleni n scienza n giudizio n verit, rester sempre il Tucidide, il Tullio della lingua Francese, avendoci aggiunte Veneri, di cui ne i secoli addietro non era stata creduta suscettibile, e lascer di se il carattere del nostro Istorico Monsignor Giovio, il quale si legge principalmente per la eleganza e vaghezza dello stile, e quando si desidera di sapere la verit de i fatti si ricorre a gli altri Autori, che hanno scritto su quelle stesse materie. Gradisca Vostra Eccellenza quel poco che la brevit del volume, e la povert del mio ingegno mi hanno permesso offerirle toccante lo incomparabile nostro Messer Lodovico, e si compiaccia di credermi quale con umilissimo ossequio mi confermo.
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Di Vostra Eccellenza.
Londra.
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Al Signor Antonio Vallisnieri,
Professor Pubblico di Storia naturale nell'Universit di Padova.
Sopra il Museo del Cavaliere Sloane.
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Amico e Signor mio stimatissimo.
LA VOSTRA umanissima lettera de i 15 Agosto mi trov errante per queste deliziosissime Ville Britanne, onde non istimai proprio di rispondervi subito, per la perfetta ignoranza nella quale mi trovavo del fato che ha sortito il Museo del Cavaliere Sloane dopo la sua morte, il di cui quesito faceva il capo principale di essa lettera. Tornai in Citt otto giorni sono, e portatomi al luogo dove intesi che era stato quel Museo situato, m'indirizzai al Signor Dottor Mati, che ne  Bibliotecario, il quale udita la vostra domanda ci sodisfece colla maggior gentilezza del mondo, e al suono del vostro nome si rallegr grandemente di sentire, che del degnissimo vostro Padre resti una viva immagine la quale continui il filo delle di lui virtuose ricerche, e contribuisca a render sempre pi luminoso lo studio amenissimo della storia naturale. E quanto al Museo mi disse quel che segue: il Cavaliere Sloane ordin nel suo Testamento che seguta la sua morte ne fosse offerta la compra al Parlamento, acci fosse reso pubblico a benefizio comune delli studiosi, e quel denaro che se ne ritraesse fosse diviso tra le due sue figliuole, che di ogni altra sua facolt sono rimaste eredi.
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Ma in caso che il Parlament non applicasse a un tale acquisto, l'offerta di questa compra dovesse farsi alla Imperatrice di Russia, e in caso di rifiuto a qualche altro Monarca, per evitare che questo tesoro d'erudizione non fosse venduto come si suol dire a pezzi e bocconi, e venisse cos in un momento a dileguarsi unione s rara e s copiosa, da esso conclusa collo studio e colla pazienza di ben sessanta e pi anni, e con un dispendio considerabilissimo. Piacque al Parlamento di fare un s nobile acquisto, mediante venti mila lire Sterline, altre dieci mila Sterline assegn per la compra di un'ampio Palazzo, che fu de i Duchi di Montagu, dieci mila costeranno i ripari de i quali quell'antico edifizio ha avuto bisogno, insieme con tutti quei mobili, armadj e altro, secondo richiede la necessit per situare con propriet e decenza s voluminosa raccolta, la quale  stata dal medesimo Parlamento arricchita colla compra di dieci mila Manoscritti, che furono di Mylord Oxford, al prezzo di dieci mila lire Sterline.
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Anco Sua Maest ha voluto onorare questo Museo col generoso regalo di dieci mila volumi di libri stampati, i quali con quaranta e pi mila e oltre dieci mila Manoscritti lasciati dal Cavaliere Sloane fanno come vedete un'amplissima Libreria. Le medaglie ascendono al numero di cinquanta mila, e ogni altro genere di monumenti d'antichit vi sono in abbondanza. Ma i testacei, i fossili, le conchiglie, le piante marine e qualunque altra sorte di cose appartenenti alla Istoria naturale vi sono in tanto numero, che rendono il Museo del Cavaliere Sloane il pi curioso di quanti ne sieno stati fatti fin'ora da persone private. Il Parlamento ha coronata questa lodevolissima sua munificenza con assegnarvi Custodi, Bibliotecarj e altri soggetti, tutti quanto al sapere e ad ogni altro requisito riguardevolissimi, con ottime abitazioni e stipendj, e con un numero di subalterni corrispondente.
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Non  questo Museo per anco ostensibile, perch il tempo, non ostante la somma vigilanza del Direttori, non ha servito per terminare i preparativi necessarj per la distribuzione delle materie, ciocch il Signor Mati mi disse non potr esser ridotto alla intera sua perfezione che verso la prossima Primavera. Fu il Cavaliere Sloane soggetto veramente riguardevolissimo, perch oltre lo essere stato versatissimo in qualunque scienza pi colta, in alcuna delle quali fu sommo, come nella Medicina e nella Storia naturale, fu eruditissimo di lingua Greca e Latina, non meno che di molte delle viventi, seppe l'antiquaria a maraviglia, e giunse ad aver presente la natura, l'indole, i prodotti, i costumi di tutto il restante del Globo conosciuto come della propria sua patria.
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Fu sommamente benefico, siccome dimostra il generoso regalo ch'ei fece di uno spazioso Giardino Botanico, con tutte le sue pertinenze al Corpo delli Speziali di Londra, da i quali gli fu, lui vivente, eretta una statua di marmo nel centro di esso Giardino in testimonio perpetuo di gradimento per dono tanto cospicuo. Incontrarono anco i suoi studj e buoni costumi tutto quel premio che mai egli potesse desiderare, poich niuno ebbe pi amici d'ogni sorte e d'ogni paese di lui, acquist ricchezze ed onori, ed ebbe la sorte di servire di Medico a tre Regnanti. Visse oltre i novant'anni e con quella sanit che da uomo studioso possa desiderarsi, e fin la vita dolcemente senza dolore come lucerna ridotta all'ultima stilla del suo alimento.
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Io mi godo con indicibil piacere da ben diciotto mesi il gentilissimo e studiosissimo Signor Marsili, il quale ha oramai rapite la maggior parte delle Veneri Botaniche di quel Giardino Sloanico, ch'io di sopra vi mentovai, sotto la scorta del dottissimo Signor Millar, da voi per le famose sue Opere ottimamente conosciuto, che ne  il Custode, n pensa di tornare de i vostri prima di aver data un'altra scorsa nella nostra Toscana, e quindi passare a Roma e a Napoli, onde io credo che starete ben'anco due anni prima di aver la consolazione di rivederlo. Parliamo spesse volte di voi, e abbiamo fatte insieme le ricerche, delle quali vi ho dato conto. Continuatemi l'onore de i vostri comandi, e della vostra amicizia, e crediatemi quale con tutta la stima ed affetto sono e sar sempre.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al Signor Giuseppe Baretti,
Sopra il suo pensiero di emendare il Dizionario dell'Altieri.
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Amico e Signor mio stimatissimo
DALL'ornatissimo nostro Signor Marsili ho inteso con indicibil piacere l'impresa tanto lodevole, che ella vuole addossarsi di rettificare l'erratissimo Dizionario dell'Altieri. Io me ne rallegro sommamente, come quello che ho sempre deplorate le angustie, nelle quali sono stati fin'ora gl'Inglesi curiosi di nostra Lingua, non meno che gl'Italiani curiosi della Inglese. Reputo anche a di lei gran fortuna lo aver concepito questo pensiero dopo la pubblicazione dell'eruditissimo e copiosissimo Dizionario di Johnson, il quale col Vocabulario della Crusca, congiunti colla cognizione che ella ha dappers delle due Lingue, le somministreranno ogni aiuto per superare qualunque difficolt.
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Ha ella oltre di ci giovent e costanza, capitali necessarissimi per condurre a termine con celerit ed esattezza un'Opera s laboriosa, onde non dubito punto che tra non molto vedremo per di lei mezzo liberata la Repubblica letteraria da questa necessit. Di tutte le qualit che si richiedono in un soggetto che si mette a far Dizionarj non si vede che l'Altieri avesse altro che la volont, perch non solo non  in quel suo una pagina, ove non sieno errori massicci nelle due Lingue, ma risplende dappertutto una ignoranza perfetta di qualunque arte o scienza, di cui egli noti o spieghi qualche vocabolo.
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N questo io gli ascrivo a peccato, poich veggo chiarissimo che quel poco d'intelletto, con cui l'Altieri si accinse a s difficile impresa, gli fu somministrato unicamente dal bisogno, maestro originale di tutti i prodotti dello ingegno umano. Il clima vivace di questa Provincia di Norfolk, non molto dissimile da quello ov'io son nato, congiunto coll'ottima tavola, e colle maniere amabilissime di Mylord Orford, di cui ho l'onor d'esser'ospite, mi hanno fatto recuperare di gi le dodici libbre di carne, onde la mia malattia mi aveva diminuito.
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Tanto mi dice una bilancia Santoriana, della quale fino dal mio arrivo in questa Regia Villa di Houghton mi sono quotidianamente servito per fare le effemeridi della mia salute, e questo in manco di un mese di tempo, cosicch laddove alla mia partenza ella mi figurava la imagine del digiuno, al mio ritorno sar obbligata di figurarmi un pasciutissimo Carnovale, Proceda ella adunque col solito suo eroico coraggio alla meditata emendazione, sicura, oltre una buona mercede, di conseguire dal Pubblico tutta la laude che merita fatica s riguardevole, e mi creda quale con tutta la stima e colla pi verace amicizia mi confermo.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Houghton Hall.
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Al Signor Conte di Sandwich,
Sopra la scoperta delle antichit d'Ercolano.
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Eccellenza.
LA felice scoperta delle Antichit d'Ercolano  stata fatta in due tempi. Il primo tra l'anno 1715 e il 1720 nel modo che segue. Recuperato che ebbe l'Imperator Carlo VI il Regno di Napoli, stato per lo spazio di pochi anni posseduto da Filippo Quinto Re di Spagna, il Principe d'Elbuf della Casa di Lorena, il quale s'io non erro come uno de i Generali di quella impresa vi era rimasto, prese in affitto una Villa posta sulla Marina, adiacente all'antica citt d'Ercolano, ora detta Portici.
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Aveva quel Signore un Segretario Francese o Lorenese, il quale per vaghezza di essere informato del luogo dove abitava, essendosi applicato alla lettura delle Istorie di Napoli trov che la propinqua citt di Portici giaceva su quello stesso Ercolano che al tempo dell'Imperator Tito era stato sommerso dalle ceneri del Vesuvio, e quindi coperto da varie successive eruzzioni di quel monte, situato poco distante. Fatta questa scoperta non dubit, che andando a quel perpendicolo sotterra, facil cosa sarebbe stato lo incontrarsi in monumenti riguardevoli d'antichit, e forse in tesori da migliorar grandemente la condizione del suo Padrone e la propria. Fattane parola col Principe questi venne tosto nella opinione del Segretario, e ordin a una quantit de i Villani di quel contorno che scavassero secondo la direzione del suo Antiquario. Non fall quello scavamento l'aspettazione d'amendue, perch in poco tempo trovarono una quantit di statue Consolari di pi che mediocre bellezza, le quali esistono ancora nelle vicinanze di Vienna in quel Giardino, che fu del Principe Eugenio.
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In quel tempo medesimo innamoratosi il Principe d'Elbuf d'una Dama della Famiglia Stramboni, senza consultare alcun'altro che l'amor proprio la spos, per la qual cosa fu dall'Imperatore richiamato a Vienna, la Sposa posta in un Convento, e lo scavamento sospeso. La seconda scavazione fu cominciata verso l'anno 1738, alla quale io posso dire, quanto al principio, d'essere stato presente, perch avevo l'onore di essere al servizio di Sua Maest Siciliana, che l'ordin, e fu per l'accidente che segue. Fermata che il presente Augustissimo Re delle due Sicilie ebbe la sua sede nella Citt di Napoli, si pens a trovare un sito proprio nelle campagne vicine per fabricarci una Villa Reale, e Portici fu preferito ad ogni altro come il pi delizioso, e il pi opportuno di quanti ne furono proposti; tanto pi che ci si trovavano alcune case, le quali i proprietarj erano disposti di vendere, dove la famiglia Reale poteva provvisionalmente abitare fino a tanto, che vi si edificasse un Palazzo proprio colle debite pertinenze, siccome  stato in appresso effettuato. Erano stati inclusi in un recinto di muro varj orti di poca cultura, e alcuni luoghi rovinosi per farne un Giardino grande e di quella delizia che il luogo permette, siccome dopo  stato fatto.
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Aveva il Re alcuni Cacciatori, i quali servendo come di Guardiani di quel Parco o Giardino, visto pi volte sullo imbrunir della sera un'animale con una coda lunga che velocemente correva, senza poter distinguere che cosa fosse, li diedero tanto la caccia, che finalmente trovarono donde usciva, e riesc loro d'ammazzarlo. Era una Volpe vecchissima di straordinaria grandezza. Divenuta questa Volpe, ammazzata in luogo tanto prossimo all'abitazione Reale, il soggetto universale de i discorsi de i Cortigiani, e venuti a parlare della buca, ove quella bestia si refugiava, fu detto da qualcheduno esser quella la porta, che conduceva a i sotterranei scavati dal Principe d'Elbuf, e fatta menzione delle statue trovate con quel di pi, che quella storia a i ricordevoli di essa somministrava. Questo rapporto pervenuto a gli orecchi del Re, il quale  stato sempre amante dell'antiquaria, e possiede l'arte del disegno a maraviglia, S. M. ordin che quella scavazione subitamente si rinnovasse, la quale procedendo felicemente, il numero delli scavatori, che da principio non fu pi di dodici, ascese ben tosto a cinquanta, e a cento, e finalmente a quanti la vastit dell'Opera pot impiegarne.
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Il primo monumento a scoprirsi fu una Iscrizione sopra una lapida terminale, e poco appresso una quantit grandissima di Phalli, e tra i quali alcuni di smisurata grandezza. Una gran Dama, che quel nascente Museo andava curiosamente osservando, non potendo imaginarsi che cosa quei maravigliosi monumenti volessero significare, addomandonne un gran Signore Spagnolo che le era appresso, il quale graziosissimamente sorridendo, in sua favella Spagnola rispose: Son cosas que no usan mas. Quindi statue specialmente Consolari furono trovate moltissime, e busti e teste, rappresentanti soggetti di varj generi. Finalmente si pervenne alle mura d'un'Anfiteatro, o Teatro, che ancora non credo convenuti gli eruditi a stabilire qual di due egli sia, sopra una parte del quale fu osservata una pittura, il cui soggetto principale pareva di figura grande al naturale. Avutane il Re la notizia S. M. ebbe gran vaghezza di vedere quella pittura nel proprio suo lume.
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Per buona sorte si trovava in Corte uno Scultor Genovese fatto venir di fresco da Roma per fare alcune statue, il quale sentito il curiosissimo scoprimento di quella pittura, e il desiderio che la Maest Sua aveva di vederla al lume del giorno, fece sapere come ei possedeva l'arte di trar dal muro qualunque pittura di che mole si fosse, tagliandone l'intero materiale con tutto il contorno, e colla profondit necessaria, e quindi applicando alla Pittura una vernice che i colori manteneva tali quali si trovavano, e li rendeva immuni dalle ingiurie delle veementi percussioni dell'aria viva, dalle quali ogni pittura, che non sia fornita di un tal presidio, all'escire di sotto terra resta immediatamente scrostata.
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Fu prestata allo Scultor Genovese tutta la credenza, e dato l'ordine di venir quanto prima al proposto esperimento, nel quale riescito maravigliosamente, fu impiegato nell'estrazione di tutte l'altre pitture, che furon molte, le quali dalli scavanti si sono andate di mano in mano incontrando. Quella prima pittura, la quale io veddi quasi subito dopo che fu estratta, rappresenta Teseo tornato all'ora dal suo trionfo del Minotauro, tenendo in mano, e come riposandosi su quel gran tronco, con cui aveva uccisa la bestia.
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Il merito principale del quadro  la ferocia, che sfavilla dagli occhi di Teseo, tanto vivace che appena si pu soffrire l'incontro del guardo senza sentirne commozione. La sua positura  d'uomo che venga di fresco da durare una estrema fatica, onde gli umori perduti nel sudore di quel lungo e violento esercizio, quale si suppone essere stato il suo combattimento col Minotauro, fanno comparire le polpe delle gambe, quelle delle cosce e delle braccia, non meno che le parti carnose del petto alquanto rilasciate e flosce, sicch la figura non si mostra nella sua natural perfezione di disegno, n con quella rotondit, colla quale il Pittore l'averebbe resa, se l'avesse dovuta rappresentar riposata e fresca.
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Io mi ricordo, che fino il famoso Solimene cadde nella debolezza di tacciare di mancanza questo ch'io credei, anzi veddi chiarissimamente, essere stato giudiziosissimo accorgimento del Maestro, che quel Teseo dipinse. Appresso a lui  una moltitudine di Cretensi uomini e donne, che procurano d'approssimarsegli, e mostrano ne i volti ringraziamenti ed applausi verso del loro liberatore, stendendo le mani per toccarlo, chi li tocca il tronco stato istrumento del suo trionfo, e bambini di varie et, chi gli bacia le ginocchia, chi i fianchi, in somma ognuno esprime la sua passione colla possibile propriet e naturalezza. Il Fatto di Virginia col padre appresso, e il Tribuno che la difende davanti al Consolo, venne subito dopo, quindi Chirone ed Achille, ed alcuni altri, de i quali non mi sovvengono i soggetti, le cui figure mi parvero tutte parlanti, e di un carnato il pi vivo che mai possa rappresentarsi. Quello poi che massimamente mi rallegr furono due quadri d'architettura di un gusto perfetto, con lontananze e prospettive espresse maravigliosamente.
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La ragione di questo mio rallegramento fu, ch'io non ho mai potuto concorrere nella opinione, anzi ferma credenza di quanti antiquarj ho fin'ora conosciuti, a i quali sentii sempre dire, che gli antichi non conobbero mai l'arte della prospettiva: quegli antichi, che alzavano si pu dire alle stelle tanti edifizj, e ci mettevano statue in cima, quali sono il Colosseo, la mole d'Adriano, (oggi Castel S. Angiolo), le Colonne Traiana e Antonina, e tanti altri, le quali figure non sarebbono mai comparse proporzionate se i loro artefici non fossero stati maestri maestrissimi di prospettiva.
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Domando umilmente perdono a Vostra Eccellenza s'io mi sono dilungato tanto dal mio proposito, che era di raccontarle la sola origine del ritrovamento di questi, oramai divenuti tesori inestimabili di qualunque genere d'antichit, essendo ella nel rimanente, e per oculare testimonianza, e per intelligenza profonda delle materie, informato pienissimamente, e desideroso di dare in ogni tempo vivissime prove della memoria ch'io conservo de i tanti benefizj che Vostra Eccellenza si  compiaciuta dispensarmi, e della stima colla quale io riguardo il suo altissimo merito, resto inchinandomi con umilissimo ossequio.
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Di Vostra Eccellenza.
Londra.
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Al Signor Roberto Hudgkinsons,
Sopra la Libert.
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Illustrissimo Signore Signore Pad:ne Col:mo
TRA tutte le ide, che vagano per l'orbe vastissimo della mente de gli uomini, a niuna sta maggiormente attaccato ci che dichiamo felicit umana, quanto a quella della libert, e niuna quanto quella ammette tanto numero di significati, e tanto diversi tra loro. Io la divido in quattro classi: libert naturale, libert civile, libert presuntiva o immaginaria, e libert reale.
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La libert naturale  quella che l'uomo porta seco dal ventre della madre, siccome osserv Aristotele, la quale in qualunque stato egli sia sempre conserva imperterrita e immutabile, tanto che niuna calamit corporale, o vicissitudine di fortuna abbia valore di apportarvi la minima alterazione. Tale  quella di quei tanti Martiri, che a fronte o di ricchezze o di tormenti pi acerbi sono rimasti costanti nella confessione della fede; e tale per parlar di profani fu quella di Diogene, che non volle mai mutare la poverissima sua condizione in quei comodi che da tanti ammiratori della sua austera virt, e da Alessandro Magno medesimo, gli furono offerti; tale quella di Socrate, che potendo evitar colla fuga quella morte, che da i suoi calunniatori gli veniva procurata, volle piuttosto aspettare a pi fermo, e piegarsi alla decisione delle leggi della sua patria; e tale finalmente quella di Catone, il quale scelse piuttosto di darsi la morte, che spendere il brevissimo fiato di poche parole con dirsi amico di Cesare.
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La libert civile  quella, che consiste nel poter fare liberamente tutte quelle azzioni che le leggi non vietano. Questa ida della libert civile non viene generalmente considerata in tutta la sua estensione, che in quei Governi ove la democrazia ha la intera sua parte, e i Giudici sono obbligati di stare al senso letterale delle leggi puntualmente. In ogni altro Governo, dove in molti casi viene a i Giudici o altri Ministri confidato l'arbitrio del giudicare, quantunque gli esempj sieno d'ordinario rarissimi che l'innocente rimanga oppresso, i pericoli possibili di questo arbitrio offendono grandemente il lucido di questa ida. Ma anco ne' Governi che si dicono liberi la libert non  mai la stessa interamente e uniformemente in uno come in un'altro. Cornelio Nipote not questa differenza di libert di costumi nelle Repubbliche con molto giudizio e con non minore eleganza.
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Tra le libert che avevano le Donne nobili di Sparta era quella di ballar nude ne i pubblici spettacoli. Elena, alla quale correva nelle vene sangue divino, perch generata da Giove, siccome  piaciuto a i Poeti, non isdegn di esporre cos ballando le sue bellezze a gli occhi del Pubblico, alla cui vista non potendo Teseo frenar la pazienza la rap, e quindi ricuperata da i proprj fratelli, e sposata dopo al Re Menelao torn di nuovo a prevalersi della libert di quelle pubbliche danze, dove il suo ospite Paride divenne un'altro Teseo e condottala a Troia, diede occasione a quella famosa guerra, che port tanti mali egualmente a i Troiani che a i Greci, e fece poi tanto onore a quel magnanimo che la scrisse, e che Dante chiama
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Primo Pittor delle memorie antiche,
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convenendo ad Omero il titolo di Storico egualmente che di Poeta. Anco il furto  un lodevol frammento della libert delli Spartani. Quanto ad altre libert, al pari e anche pi scandalose di quella de i balli nudi di Sparta, che si usavano tra gli Ateniensi e in altre parti di Grecia, per evitare la indecenza del nominarle mi contenter di rimettere Vossignoria Illustrissima al mentovato Cornelio Nipote. Tra le libert de i Romani vi era quella di ammazzarsi, e seguiva o per intoleranza di tormentose malattie, o per fuggire una morte ignominiosa, o come di molti si legge per noia della vita, tdio vit come pure quella di tenersi da i creditori i debitori in servit nel modo medesimo delli schiavi fino al pagamento della somma dovuta coll'opera loro, onde il debito veniva a essere nella mente de i Romani quasi che parallelo col latrocinio. In Inghilterra un marito pu separarsi dalla moglie di consenso comune, senza intervenzione di Giudice, e cederne medesimamente l'uso a un'altro per via di legale stipulazione.
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Questi pochi esempj, tra gli altri moltissimi che potrebbono addursi, ho notati per mostrare la gran metamorfosi che tali ide di libert soffrono, passando d'una Comunit in un'altra. Che figura farebbe Elena, se fosse stata una Matrona Romana, in Livio o in Tacito? Che rivoluzione di Popolo non si farebbe in Inghilterra se si volesse fare una legge, che permettesse a i creditori di tenere i loro debitori a scontare il debito in loro servit? E finalmente che figura farebbe in Ispagna, anzi che pene non soffrirebbe uno che fosse scoperto di aver ceduto per via di stipulazione la moglie ad un'altro, non meno che quello il quale in tal modo l'avesse presa?
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La libert immaginaria  quella che ognuno si crede di godere. Questa sorte di libert sebbene ella possa regnar dappertutto, e in qualunque condizione l'uomo si trovi, siccome dissi di sopra della libert naturale, pure i Governi dove ella maggiormente trionfa sono quelli che inalberano l'insegna della Libert. Per esempio in Venezia dove i Nobili, i quali veramente sono quelli, che compongono il Corpo della Repubblica, e in conseguenza della libert, ogni Nobile  obbligato a comparire in pubblico colla veste patrizia, o sia colla toga, abito per altro assai comodo, e adattato di mano in mano al bisogno delle stagioni, ovvero in maschera quando  permessa, e questa permissione ha luogo poco meno che la met dell'anno.
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La maschera come Ella sa, oltre tutti gli altri impacci del vestito ordinario, porta quello d'imprigionare il volto, per cui specialmente in camere calde i mascherati bisogna che se la cavino per lasciare un poco pi di libert al respiro, e infiniti sono gli esempj di persone che ne rimangono mortalmente offese per polmonie, pleuritidi, e ogni altra sorte di mali di petto. Eppure i Nobili Veneziani, e a loro esempio tutti gli altri abitatori di quella Citt, e i forestieri medesimi non sospirano che il tempo della maschera, e dicono godere la libert della maschera, mediante la quale si credono sciolti da qualunque peso di soggezzione.
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In Inghilterra, ove la libert della stampa lascia ad ognuno il campo aperto a qualunque Satira pi sanguinosa, purch i nomi de i flagellati non sieno nella stampa notati a disteso, un Satirico, che forse aver debito il fuoco e la candela che vi ha impiegata, dopo la pubblicazione d'un velenoso libello contro i pi saggi provvedimenti del Governo crede di contrapporre il centuplo della ricompensa a i sudori di giorni e mesi per concludere quello talvolta miserabile componimento, col contento ch'egli ha di se stesso per essersi prevalso di quella libert, e ne va fiero e allegro come un Licurgo o un Numa, che avesse riformate le Leggi d'una importante Repubblica. E un Carrettiere, nequo servo de i cavalli e del carro, col capo spesse volte scoperto al sole e al gelo, vestito male, e nutrito peggio si crede l'uomo pi libero della terra tornando a casa stravisato da i pugni riportati da qualcuno ch'egli ha potuto sfidare, o vomitando del French Dog contro una persona decorosamente vestita, cui non ben conoscendo, e senza la minima occasione d'irritamento, ei prenda per forestiero.
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N vi  cosa, che provi pi la forza della prevenzione ne gli uomini quanto l'esempio assai strano, che mi fu raccontato pochi mesi sono d'un soldato, il quale essendo nella prigione di Newgate co i ferri a i piedi convinto d'omicidio o di latrocinio, affacciato a una finestra sulla strada, vedendo passare un suo camerata lo chiam gridando per nome, e udito dopo breve dialogo qualche moto di Ribelli su i confini di Scozia, esclam forte sospirando, Che sar mai della nostra libert?(40) N merita questa specie di sogni di libert tutto quel disprezzo che eccitano a prima vista, mentre producono quei piaceri medesimi che potrebbe produrre qualunque verit, i quali piaceri sono anch'essi poco altro che sogni.
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La libert reale oltre al comprendere tutte e tre le altre specie notate di sopra, ne comprende anco una quarta, ed  questa una totale indipendenza dal volere di qualunque altro individuo, con circostanze bastanti a disporre di se medesimo in qualunque tempo, e in qualunque luogo a seconda de i dettami dell'animo nostro. Nell'osservare che fece Aristotile quello ch'io dissi di sopra toccante la libert naturale, osserv anco che siccome niuna calamit corporale, o vicissitudine di fortuna  capace di apportare alterazione a quelle menti che hanno avuto la sorte di nascer libere, cos viceversa tutte le circostanze pi favorevoli sono vane per render libere quelle, le quali sono nate con disposizioni di servit. Gli esempj della verit di questa osservazione d'Aristotile sono comuni. Signori nati nello stato pi felice della societ, per nobilt, per ricchezze, con Erculea sanit corporale, un'adulatore, una Bella della pi infima educazione, un domestico gli comanda. Sovrani del pi alto rango sono soggetti a queste malattie, e le Istorie antiche e le moderne son piene di questi casi.
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Questa osservazione per d'Aristotile quantunque come dissi venga comprovata ogni d da gli esempj, io nondimeno non credo che la proposizione sia sempre costante, mentre l'educazione, siccome parimente l'esperienza ogni giorno ci mostra,  capace di emendare in gran parte le disposizioni pi difettose, egualmente che di guastare le pi perfette. Tra gli esempj infiniti d'uomini che hanno parte della loro vita vissuta male, e quindi per qualche accidente corretti, hanno cangiata la loro mala condotta in sobria e regolare, e al contrario di persone che hanno dato fino a una certa et speranze di fare un'ottima riescita, e cangiata fortuna fatti ebrii dalla troppa felicit delle loro circostanze sono divenuti pessimi, mi contenter di quello di Diogene detto Cane, e di quello di Nerone.
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Diogene, secondo racconta Laerzio, fu nella sua giovent s scostumato che per sete di denaro, onde nutrire i suoi vizzj, si diede a falsificar le monete, e poi condannato e venduto per ischiavo, a forza di riflessione e di costanza, divenne tutto al contrario tanto sprezzator di ricchezza, che giunse come di sopra notai a ricusar con ischerno le offerte d'un'Alessandro. All'opposto Nerone fino a qualche mese del suo Imperio fu riguardato come il modello de i Principi virtuosi, quindi reso imbecille dalle vaste ricchezze, e dalla esorbitante autorit divenne il pessimo de i Regnanti, anzi di tutti i viventi insieme.
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Questi due esempj a mio parere somministrano gran probabilit di credere che se Diogene fosse nato nelle circostanze di Nerone sarebbe stato facilmente scelerato al pari di lui, e che Nerone se non avesse avuta la tentazione dell'Imperio, che lo poneva in una piena libert di far male, averebbe facilmente continuato nel bene fino alla morte; prove tutte che mostrano come le circostanze fecero coll'andare de gli anni l'uno di cattivo buono, e l'altro di buono cattivo.
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Quelli, che sono impediti di godere di una libert veramente sostanziale, sono coloro a i quali conviene sottoporre le loro persone al giogo di qualche mestiero o professione per sostentar la vita, colla cui soggezione va sempre necessariamente anco quella dell'animo, e pu vantarsi in qualunque Governo libero esser si voglia un servitore di esser libero, ma il padrone chiama, il padrone manda, bisogna andare e venire a voglia altrui continuamente, e se qu possa essere libert non ci vuole il massimo sforzo della logica per concluderlo.
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Un Muratore, uno Scarpaio, e pi su gradualmente fino al Ministro di Stato, al Sovrano medesimo, ovunque  obbligo personale limitato a certi tempi, a certe cose, pu bene trovarsi contento d'animo, che vale a dire virt, ma libert non mai. Qu parrebbe considerando al tenore di questo discorso, ch'io avessi preso di mira Vossignoria Illustrissima come un modello perfetto di libert.
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Veramente ella  divenuta naturalmente il soggetto di questo mio ritratto dell'uomo perfettamente libero in ogni sua circostanza, senza ch'io avessi da principio questo disegno, poich in Lei concorrono tutte quelle prerogative che si richiedono per renderla tale. Ottima disposizione di mente, squisita educazione, nobilt di natali, di Patria libera, senza cecit d'ambizione, e con fortune da farla vivere agiatissimamente in qualunque angolo della terra le piaccia di trasportarsi, senza il vincolo d'un'Impiego o d'una moglie che suo malgrado l'arrestino, veda se Tiziano poteva fare un ritratto pi completo dell'uomo libero. Desidero che Vossignoria Illustrissima possa godere gli anni di Nestore questa sua invidiabile felicit, e pieno di riverenza e di stima mi do l'onore di protestarmi.
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Di Vossignoria Illustrissima.
Londra.
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Al Signor Guglielmo Bagot,
Sulla reputazione di Pietro Aretino.
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Illustrissimo Signore Signore Pad:ne Col:mo
LA maraviglia, che Vossignoria Illustrissima ha concepita della tanta reputazione, che Pietro Aretino acquist in un secolo s illuminato come era quello del 1500, nel quale visse costui, e quando fiorirono gl'ingegni pi elevati che mai producesse l'Italia, non balenando nelle sue opere che maldicenza, e ogni altra sorte di scostumatezza, con mediocre vivacit, pochissima dottrina, e senza il minimo giudizio,  un'effetto di quel buon senso al quale in et s giovanile ella  pervenuta, e della piena intelligenza, e finezza che ha acquistata della nostra lingua, e combina interamente col giudizio che gli Italiani medesimi pi gravi e sensati hanno pronunziato toccante il merito di questo Autore. La cagione del volo tanto sproporzionato e s rapido di questo pessimo uomo, e molto mediocre Autore, io credo che sia dovuta a i partiti che nel suo tempo in Italia regnavano, essendo quei Principi tutti divisi tra loro, e parte aderendo all'Imperator Carlo Quinto, parte a Francesco primo Re di Francia, due potentissimi rivali, che aspiravano all'Imperio d'Italia.
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Erano in quel tempo in voga le Satire, e per loro natural contrapposto i Grandi si compiacevano moltissimo de gli encomj o sia delle adulazioni, e l'Aretino, che ambe due queste facolt cio la maldicenza e l'adulazione professava, era da i differenti partiti impiegato e ricompensato a misura del lusingare ch'ei faceva le loro passioni; e salse in tanta reputazione, che da ognuno di quei partiti consegu contribuzioni considerabili, e massimamente da Carlo Quinto medesimo, egualmente che da Francesco primo.
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Il vedersi l'Aretino cos generalmente applaudito, regalato e temuto da i pi potenti Signori, inebri tanto il plebeo animo suo, ch'egli ebbe l'impudenza d'intitolarsi il flagello de i Principi, il divino, e finalmente di farsi coniare una medaglia, dove si vede la sua effigie sotto un Trono, con Ministri di Principi che gli presentano regali per parte de i loro Signori, e nel rovescio queste parole, I Principi tributati da i Popoli tributano il servitor loro. Nacque in Arezzo, famosa Citt di Toscana, d'infima condizione. I suoi principali componimenti furono Comedie, Dialogi meretricii, Lettere, Satire, in una delle quali ebbe la sfacciataggine di porre i seguenti versi:
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Io son Pietro Aretin chiamato Tosco,
Di tutti dissi mal fuor che di Dio,
Scusandomi col dir non lo conosco.
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In queste satire non  che una plebea insulsa mordacit, onde il Berni, il quale si pu dire il Principe de i Satirici Italiani, facendone il carattere disse cos:
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Lingua fradicia, marcia, senza sale,
e notando la sua venalit, continua:
Nutrita del pan d'altri e del dir male.
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Nelle Commedie  di tanto in tanto qualche sorte di grazia, e il costume basso di quei tempi vi  dipinto con sufficiente propriet. Nelle lettere non  che sciocca baldanza, e qualche aneddoto di poca importanza. I Dialogi sono ripieni di scelerato costume, e di corruttela velenosissima per la ignorante e calda giovent, e per questo i pi ricercati tra tutte le sue Opere. Fu questa bestia con forma d'uomo non solamente temuta da Principi e gran Signori, ma anco da i Letterati medesimi del primo rango, onde l'Ariosto, che era geloso della sua fama, a fine di spuntare quelle frecce, che il nostro maledico forse preparava contro del suo Poema, al principio dell'ultimo canto, dove figura un Porto, sulle rive del quale stanno i principali Cavalieri e Dame, insieme co i primi lumi della letteratura del suo tempo, bramosi di veder giugnere a salvamento il legno dell'Ariosto, cio al termine desiderato quel lavoro faticosissimo del Furioso, dice:
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ecco il flagello
De' Principi il Divin Pietro Aretino.
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Certe pugnalate che un Personaggio di gran distinzione, offeso da lui in una sua satira, gli fece dare in Venezia, e la reputazione che andava acquistando Niccol Franco, suo antagonista, corressero ed umiliarono l'Aretino a segno, che dato un'addio a i componimenti profani, si diede a scrivere Poesie sacre, compil la vita di Ges Cristo, di Maria Vergine, di Santa Caterina, di San Tommaso d'Aquino, fece una Parafrasi de i Salmi Penitenziali, e finalmente giunto all'et di sessantacinqu'anni mor in Venezia nel 1535, e fu sepolto nella Chiesa di San Luca.
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Questo  quanto ho potuto ricordarmi toccante questo pessimo uomo, e trivialissimo letterato, del quale non le satire, come egli usava di dire, ebbero pi efficacia de i sermoni de i Predicatori, ma i Dialogi scandalosissimi hanno sedotto pi l'innocenza di varj deboli individui di quello abbiano i sermoni di Seneca apportato di correzzione alli scostumati. Mi rallegro di sentire che Vossignoria Illustrissima si disponga a tornare quanto prima a esser de' nostri, e desideroso di frequenti occasioni, onde impiegare la mia obbedienza in di lei servizio, pieno di stima e d'ossequio mi do l'onore di protestarmi.
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Di Vostra Eccellenza
Londra.
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Al Signor Conte di Buckinghamshire,
Sulla origine delle Opere in Musica.
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Eccellenza.
L'OPERA Italiana riconosce la sua prima origine da un Drama sacro intitolato Conversione di S. Paolo, messo in Musica da Francesco Beverini, Compositore in quei tempi eccellentissimo, e fatto rappresentare in un Teatro amovibile ordinato apposta dal Cardinal Riario, nipote di Papa Sisto Quarto nel Carnovale dell'anno 1480. Di questo fa menzione Sulpizio in una lettera dedicatoria delle sue note sopra Vitruvio allo stesso Cardinale. La fama della piacevolezza di questo spettacolo fece venire in pensiero a i Veneziani d'introdurne uno simile nel loro Carnovale, ciocch eseguirono cinque anni dopo, cio nel 1485.
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Il soggetto fu tirato da quello stesso della Conversione di San Paolo, ed ebbe per titolo la Verit raminga, misto di molto comico; perch conosciuta la verit da i Legali, da i Medici, dalli Speziali, dalle Donne, ognun la fugge; un Mercante vuol disfarsi della sua coscienza, come di merce che non ha spaccio. Finalmente la Musa del Teatro ne prende piet, l'ammette nelle sue rappresentazioni, purch si contenti di travestirsi piacevolmente; quindi cambia d'abito, di gesti, di maniere, e una truppa di buffoni l'invitano a danzar con loro, e termina lo spettacolo.
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Questa rappresentazione ebbe tanto applauso, che diede moto a tutto quello che si  fatto poi sempre regolarmente ogni anno nel Carnovale in questo genere in Venezia, la quale ha durato a essere come una Fiera generale di piaceri per ogni sorte di scioperati forestieri, fino che questa sorte di spettacoli  divenuta quasi comune in tutte le Corti pi riguardevoli d'Europa. Anco in Roma seguitarono a farsi rappresentazioni musicali, e vennero appoco appoco a quella magnificenza, che li vegghiamo presentemente. La musica colla quale si cantarono quei primi Drami non fu punto dissimile da quella, che si usava in quei tempi nelle Chiese, cio a dire assai semplice, o poco pi composta di quello che dicesi canto fermo. La ragione perch quella musica delle Chiese si era mantenuta tanto tempo s semplice e grave io credo che derivasse da due motivi.
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L'una erano gli argomenti devoti e maestosi su i quali i Maestri erano obbligati a comporre, e secondariamente il non usarsi le Donne, le cui voci sono pi agili e pi acute, e in conseguenza pi atte al Cromatico, o sia al canto pi sminuzzato, e pi vario, e a volare con pi rapidit e gentilezza da i bassi a gli alti di quello non sono le voci de i Tenori, de i Baritoni, e de i Bassi. In Roma dopo questa restaurazione di Drami Musicali non sono mai state ammesse a cantare in Teatro le Donne. In quella vece si usarono giovanetti vestiti da donna, come quelli che hanno, fino che venga la barba, feminile la sembianza e la voce, ovvero Castrati che voce e sembianze di femmine conservano fino all'ultima vecchiezza.
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Usarono nel Teatro i Castrati anco i Romani, e li chiamavano Spadones o Eunuchi, che appunto equivagliono a quello che noi intendiamo di significar per Castrati, e del vocabolo Castrati si servivano per denotare una ida di pi esteso significato. Giovenale magnanimo riprensore della corruttela del suo tempo, il primo vizio che al principio della prima sua Satira imprende a biasimare,  l'abuso introdottosi tralle Donne Romane di sposare Castrati:
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Cum tener uxorem ducat spado.
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nella sesta del secondo libro ripigliando con maggiore energia in mano la sferza per flagellare vizio s brutto, e come il pi alla moda tralle licenziose Dame Romane, esclama:
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Sunt quas eunuchi imbelles, ac mollia semper
Oscula delectent, & desperatio BARBAE
Et quod abortivo non est opus.
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alludendo con quest'ultimo verso all'aborrimento che avevano al partorire, scegliendo piuttosto di procurarsi l'aborto per via di medicine preparate a questo effetto. Prese che ebbe solido piede la Religion Cristiana in Roma, i Canoni non solo providdero a questo inconveniente del matrimonio con eunuchi, ma proibirono ogni sorte di castrazione, che non fosse suggerita da medica necessit. Salita per in tanto gran pregio la musica, e specialmente a favore de i Soprani e de i Contralti, l'avarizia de i parenti eluse spesse volte la legge con falsi supposti in tutta Italia, e massimamente in Puglia, dove  tanta abbondanza di belle voci, e donde sono esciti i Farinelli, i Caffarelli, e tanti altri Orfei della nostra Musica.
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Il primo che di questa Provincia facesse fortuna mediante il suo maraviglioso cantare fu il Visconti, stato favoritissimo dell'Imperator Leopoldo, e da lui decorato del titolo di Barone, la di cui famiglia sussiste anco al presente in onoratissimo grado nella Citt di Bitonto sua patria. Una Lavandaia animata dalle fortune del Visconti, con un falso supposto di medica necessit fece castrare un suo figliuolo per nome Matteo, e Napolitanamente chiamato Matteuccio, il quale salse mediante la stupenda sua voce e soavissimo modo di cantare in tanta grazia di Carlo Secondo Re di Spagna e della Regina, che l'onorarono del titolo di Marchese, e gli diedero ricchezze considerabili. Il primo Drama che avesse qualche somiglianza con quelli che ora si cantano su i Teatri, il quale non avesse n sacro n buffo, fu una Pastorale intitolata la Dafne, composta da Ottavio Rinuccini circa cento sessanta anni sono.
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La Musica nel passare dalla Chiesa al Teatro, stante la levit de gli argomenti su i quali dovevano i Maestri comporre, non meno che per causa delle voci de i Castrati e delle donne, alla cui delicatezza e agilit erano obbligati di uniformarsi, cangi in poco tratto di tempo la sua indole semplice, maestosa, e devota, in complicata, varia, lubrica e leggiera, e conseguentemente a dilatare grandemente le sue facolt. Sebbene per il Teatro sciogliesse molto, siccome ho detto, il freno alla Musica e ne dilatasse anche con qualche licenza i confini, essa nondimeno ritenne fino verso il principio di questo secolo molta di quella naturale semplicit, solidezza e regolarit, che aveva dalla Chiesa portata seco, e Siface e la Tilla l'uno e l'altra Toscani, furono reputati i massimi soggetti di questa professione, e le colonne d'Ercole, che fissarono i termini dell'Epoca del corretto e moderato cantare. Di questa scuola furono la Santa Stella, la Reggiana, Niccolino, e Senesino. Il primo ad alterare la nostra Musica fu Pistocco Bolognese.
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Questi cant prima sul Teatro, quindi consigliato dalla infelice sua voce ed esosa figura a lasciare le scene, si fece Prete, e si di a insegnare quell'Arte ch'ei si conosceva incapace di praticare con frutto. I suoi pi famosi scolari furono Bernacchi e Pasi, tutti e due suoi compatriotti, cio Bolognesi. Il primo divenne dottissimo Musico, ma a forza di voler trascorrere tutti i possibili della Musica nel breve compasso d'un aria, e senza talvolta il minimo riguardo alla relazione che quei voli Pindarici avessero colla passione, che rappresentava, coll'aggiunta di una forma di corpo dispiacevole, e d'una voce disgustosa, piacque a qualche entusiaste di quelle difficolt, ma non giunse mai a fare una Musa gioconda delle nostre scene generalmente. Al contrario il Pasi non prese dal suo Maestro, che quello bastava a far risaltare la sua picciola s ma bellissima voce, la quale congiunta con una figurina fatta a pennello gli fece in poco tempo acquistare la fama del pi gentile e castigato Musico, che mai calcasse le scene.
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Paita fu contemporaneo di Bernacchi, e quantunque fosse Tenore, e di voce infelicissima sopranizz a pi potere nello stile medesimo di Bernacchi. Contemporanee a questi comparvero sul Teatro la Cuzzoni e la Faustina. La prima con una voce di poche note, ma tutte dolci egualmente e sonore, simile nella maniera castigata e umana in gran parte al Pasi, e in una parola la cetra d'oro della nostra Musica. La Faustina poi, avendo sortita una voce in ogni sua corda brillante e d'una agilit incomparabile, fu riguardata come una Musa novissima e maravigliosa, tanto che cav i gottosi pi inchiodati da i loro letti per andare a sentirla, e medaglie le furono coniate in Firenze, e dappertutto ricev onori ed applausi senza numero, fino che sposatasi al Signor Adolfo Hasse ha terminato il suo corso musicale alla Corte di Dresda, a i cui stipendj vivono questi due soggetti anco al presente.
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Il complicato ed eccessivo cantar di Bernacchi invogli ad imitarlo tutti i giovani che al di lui comparir sul Teatro si trovavano forze corrispondenti a s ardua impresa, onde i Maestri Compositori furono obbligati a seguire le loro inclinazioni, e cos la musica di linda e semplice Pastorella, ovvero di graziosa insieme e venerabil Matrona, che erano le sembianze nelle quali soleva ne i Teatri mostrarsi, divenne tosto una scapigliata e capricciosa Cortigianella, e rappresentante ide tante intricate e dubbie, che l'udienza pi raffinata non era capace d'interpretarne in minima parte i significati.
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Il brio novissimo e maraviglioso della voce della Faustina somministr a i Compositori un terzo stile, poich dove per lei erano obbligati di adattarsi a quella peregrina venust naturale della voce, per ogni altra Donna o uomo cantante furono costretti di servire al capriccio, perch ognuna e ognuno volle a dispetto della opposta capacit de i loro talenti musicali ad ogni modo Faustinare. Ed oh forza della umana stoltezza! pochi o niuno si diedero a imitare la maniera della Cuzzoni e del Pasi, per la ragione appunto che ella era la pi naturale e la pi imitabile. Nel bollore pi violento di questa Musicale revoluzione ecco Farinello, con una voce proporzionata alla sua semigigantesca statura, ricco di sette o otto corde oltre l'ordinario delle voci comuni de i soprani, sonore tutte, limpide e grate all'ultimo segno desiderabile, e corredato di tutto quel sapere musicale, che mai potesse sperarsi dal suo grandissimo Maestro Porpora.
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Questi fu quello che tutte le vie tentate con poca riescita da Bernacchi con tutta l'agilit e franchezza felicemente calc, e che in un baleno divenne l'idolo de gli Italiani, e finalmente di tutto l'Orbe armonico insieme. Questo miracolo della natura e dell'arte ha costato molto caro alla Repubblica delle note, perch e Cantori e Compositori e Sonatori come da uno incantesimo ammaliati, ognuno d'allora in poi ha voluto ad ogni modo Farinellare, talmente che la naturalezza e ogni altra propriet sono poco meno che estinti, n si sentono s nel canto come nel suono, sennon tentativi miserabili d'impossibili.
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Tra i soggetti che io ho conosciuti a i quali i voli Pindarici di Farinello in vece di nuocere hanno grandemente giovato, sono stati Salimbeni, poco fa trapassato, Caffarello, e la Mingotti, alunni tutti di quello stesso Porpora che Farinello musicalmente educ, e a questo gran maestro siamo debitori di quella propriet delicatezza ed espressione colla quale sentiamo a questi soggetti esprimere le passioni, che  quello che dichiamo cantare al cuore, laddove tutti quei voli bizarri e poco significanti si dicono cantare all'orecchio, perch servono a destare piuttosto la maraviglia alli sciocchi, che il diletto a chi ha un poco di senso comune, come appunto fa un ballerino di corda in confronto di un composto e leggiadro Minuettista.
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E se alle volte si sono questi soggetti lasciati andare a trascorrere co i loro gorgogliamenti e cadenze, come si suol dire le nuvole, deve piuttosto imputarsi a quel tanto cattivo gusto che si  introdotto generalmente, per cui hanno temuto di non esser tenuti per bravi ed esperti quanto qualunque altro, se di quando in quando non facessero anch'essi di quelle prove, che a mancanza di loro criterio; essendo essi, siccome io gli ho pi volte sentiti, i primi a dare il dovuto biasimo a simili stravaganze. Giacch Vostra Eccellenza mi permette, ch'io le comunichi tutto quel poco che le mie osservazioni mi hanno somministrato su questo grazioso argomento, prender un poco di fiato, e in altro tempo mi dar l'onore di rappresentarle quel di pi che mi resta, inchinandomi intanto con umilissimo ossequio.
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Di Vostra Eccellenza.
Londra.
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Al medesimo,
Sopra la ragione del Canto, e sua Composizione.
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Eccellenza.
TRA tutte le Arti, le quali si dicono liberali niuna ve n', che abbia tanta possanza di persuadere e di dilettare l'universale quanto quella della Musica, poich ella racchiude tutti i linguaggi che convengono ad ogni genere di persone. Tale  l'eccellenza di quest'Arte, che a quelle Nazioni, che maggiormente la coltivano, si da il titolo di colte, e al contrario si chiamano barbare quelle, che ne sono ignoranti e dispregiatrici. E per verit con somma ragione, perch dove regna per eccellenza la Musica, bisogna che regni anco per eccellenza la Poesia, della quale  la Musica necessariamente un prodotto, n eccellente Poesia pu regnare, come Vostra Eccellenza vede benissimo, sennon dove tutte le arti insieme fioriscono, mentre queste sono della Poesia pascolo ed argomento.
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Da tutto questo costa chiarissimo, che quando i Filosofi, definitori della possanza della Musica, le assegnarono tante belle prerogative, non intesero mica della pura arimmetica combinazione delle note, come quella, che senza gli Oracoli ispiranti, o animatori della Poesia, non resterebbe, che un capriccioso ed insignificante accozzamento di voci. Le basi fondamentali della Poesia sono due: sensi, o sia sentimenti o passioni, che formano l'argomento, e metri o misure che fanno il regolamento de i versi. Coll'argomento della poesia anima il Musico compositore la sua Composizione, da i metri o misure de i versi desume l'andamento delle sue modulazioni.
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Quei Musici dell'antichit, che fanno tanto strepito nelle Istorie, come Mercurio, Apollo, Orfeo, Pitagora, e tanti altri, poterono servir molto bene di Medicina per mansuefare col loro canto e col loro suono la ferocia di Popoli bestiali e selvaggi, favoleggiati da i Poeti sotto le figure di Sassi d'Alberi e di Bestie, siccome Orazio elegantissimamente questi Poetici enimmi discifra, perch Filosofi, Poeti, inventori di Strumenti, compositori, ed esecutori eccellentissimi a un tempo furono, che vale a dire la perfezione dell'arte unita insieme.
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Per dare un saggio di quanto torto abbiano coloro, che indiscretamente e senza il dovuto sale scherniscono i miraccoli che si raccontano da i Poeti e dalli Storici operati da i Musici antichi coll'incanto di questa facolt, voglio raccontare a Vostra Eccellenza due esempj moderni, tra i tanti altri che mi sarebbe facile addurre su questo proposito. Stradella violinista Napolitano sonando entro una Chiesa in Venezia rap talmente il tenero cuore d'una bellissima Giovane protetta da un Gentiluomo, che ben tosto ne rap anco la persona, e andossene a Roma con essa. Acceso il Gentiluomo d'un violento desiderio di vendetta commesse ad un suo amorevole d'andar subito ad ammazzarlo. Giunto il sicario a Roma, e presa lingua seppe, che Stradella doveva un tal giorno sonare in una Chiesa. Venuto il giorno destinato il sicario and a quella Chiesa, e udendo sonare Stradella si sent tanto commuovere dalla dolcezza del suo sonare, che
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Glie ne venne pietade e non l'uccise,
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facendolo segretamente avvisare, che tosto se ne fuggisse, e scrivendo al suo principale che  lo aveva trovato partito. L'altro esempio me lo somministr Filippo Palma parimente Napolitano, e forse non ignoto a Vostra Eccellenza qu in Londra, il quale sorpreso in casa da un Creditore che ad ogni modo voleva arrestarlo, senza rispondere alle sue ingiurie e minacce, che con una arietta, e poi un'altra, e poi un'altra sedendo al cimbalo, non solo calm la rabbia del Creditore, ma ottenne il perdono del debito, coll'aggiunta d'uno imprestito o donativo d'altre dieci ghine, per risquotersi da qualche altra vessazione che lo premeva. Or se Stradella con una semplice sonata di violino pot ammollire il cuor d'un sicario venuto apposta da cento e pi leghe per ammazzarlo, e Palma con una voce di ranocchio pot placare il feroce animo d'un arrabbiato creditore, ed ottenere un regalo per giunta, che non potrebbono gl'incanti di chi Filosofo Poeta compositore ed esecutore insieme fosse; siccome furono quei grandi dell'Antichit mentovati di sopra?
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La ragione della forza di tutte queste facolt congiunte insieme, in confronto d'un Compositore, che sulla Poesia d'un altro debba comporre, e molto pi d'un Musico esecutore, il quale alla Poesia, e alla composizione d'un'altro debba adattare l'arte sua, non ha bisogno d'un Archimede per calcolarsi: tanto pi poi se il Compositore sia ignorante da non penetrar nel midollo delle passioni sopra le quali compone, senza la piena cognizione delle quali ogni musica  nulla, o almeno debole e incongruente. Il fato delle nostre Opere  stato sino verso quarant'anni addietro veramente infelice, perch esse sono state il genere pi infimo della nostra Poesia.
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Apostolo Zeno le miglior quanto al costume, all'intreccio, e al senso comune, e quindi Metastasio le ha condotte a quella perfezzione alla quale le vegghiamo pervenute, che  quella che il Teatro cantante puole arrivare a permettere. E veramente dalla fecondit gentilezza e propriet delle imagini, onde sono aspersi generalmente i Drami di questo leggiadrissimo Poeta, Porpora, Leo, Vinci, Pergolese, Hasse, ed ogni altro Compositore di qualche nota, hanno, come ispirati da quel divino furore, preso la maggior parte di quelle ide musicali, che rendono tanto pregevoli i loro componimenti. Di questa verit, che ove non  Poesia non pu esser Musica, o almeno buona Musica, sarebbe necessario che i Musici Compositori, come anche i Musici esecutori fossero istrutti nella loro infanzia, e istradati nelle lettere umane, acciocch se non diventassero Poeti, almeno acquistassero tanta nozione di Poesia da poterla gustare, e penetrarne le delicatezze, e gl'incanti. Allora si potrebbe sperare che la Musica non solo risorgesse, ma facesse progressi oltre tutto quello che se n' visto fin'ora.
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Ne seguirebbe anco un'altro bene ed  che i Musici essendo meno ignoranti, sarebbono anco meno arroganti, e non si erigerebbono s facilmente in Minossi, approvando e disapprovando sempre a torto qualunque cosa venga loro davanti. Allora comprenderebbono, che il Pubblico  il loro unico Giudice, prima perch per piacere al Pubblico sono istituiti li spettacoli, e poi perch il Pubblico  quello, che li paga, il quale quantunque ignorante nella somma delle mecaniche differenze dell'arte, sente per internamente se il totale lo persuade, e allora decide e da la palma a chi veramente la merita, e finalmente chi non sa piacere al Pubblico non  buon Musico; e non ci sentirebbemo tante volte in ritorno di qualche giudizio fondato sul pi filosofico buon senso in un tuono di G sol re ut acuto, che ferisce tanto spiacevolmente gli orecchi, rispondere che cosa intend'ella di Musica, lei che vuol giudicare?
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L'uomo esprime ordinariamente le passioni colla voce. Queste passioni raro succede che sieno estreme, e quando sono tali non durano mai lungo tempo, perch la natura umana non ha forza da sopportarle che sino alla durata di un certo periodo, onde giunte a quel segno o l'uomo muore, o la passione degrada. Se il Musico avesse questo pensiero quando trova nella poesia che egli canta qualche estremit di passione, non farebbe che toccarla senza fermarcisi troppo sopra, e quello che veramente non  estremit di passione non lo esprimerebbe che in quei tuoni di mezzo de i quali si serve ordinariamente la voce per non affaticare pi del bisogno i polmoni, dal cui movimento sono state da i Filosofi istitutori delle regole Musicali desunti i movimenti delle note con tutte le loro gradazioni.
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Quello scarruccolamento da un polo all'altro de i possibili delle note, che tanto spesso sentiamo anco nell'arie, che figurano uno che dice l'ultime parole morendo quando i polmoni danno gli ultimi minuti del loro fiato, pu egli essere pi ridicolo e pi mostruoso? Eppure da quei fatui scarrucolatori questa stravagante impropriet di cantare vien chiamata sapienza di Musica, per causa della difficolt che s'incontra nello eseguirla.
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Ma sciocchi e ignoranti veramente costoro! perch la massima difficolt consiste nello imitare con grazia e facilit la natura, di modo che l'uditore si scordi che lo spettacolo  una burla, che  quello che si dice rapire. Bene intese questa verit Bononcini, e medesimamente Handel e Gemignani, a i quali deve l'Inghilterra lo avere adottato questo finissimo gusto, nel quale sta tutto il sublime e tutto il bello di qualunque Arte, ma della Musica massimamente. Ma la corruttela Musicale  proceduta tant'oltre, che i Compositori sono stati obbligati di cedere in gran parte il loro magistrato di direzione a i Musici esecutori. Anno questi voluto imitare nel canto gli uccelli, hanno voluto cantare a scacchi, come se pensassero di descrivere colle note un'abito d'Arlecchino! i poveri Compositori sono stati obbligati a uniformarsi a i loro capricci, anzi  questo uno de gli articoli principali del presente buon gusto.
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Di pi: ognun sa come qualunque istrumento non ha per oggetto che la imitazione della voce, eppure questi tiranni della natura non hanno avuto scrupolo di profanarla, e di avvilirla di modo che la voce umana serve spessissimo a imitar l'arte, e chi imita il flauto, chi il violino, e un giorno o l'altro sentiremo imitato il tamburo o il corno se mai cader in pensiero a qualche spiritoso che si voglia, siccome dicono, cavar maggiormente dall'ordinario de gli altri. Un'arte hanno inventato da qualche tempo in qu i Compositori, la quale in genere di stravaganza non cede alle notate di sopra. Questa  di prosare la Poesia, trasponendo a loro capriccio le parole, rompendo e confondendo a fiaccacollo i metri de i versi, e guastandone i sensi, e quando non possono fare all'arie altro dispetto vi schiaffano dentro un s o un n, ingiuriosi anch'essi al senso e al metro egualmente che quelle impertinenti trasposizioni. E finalmente coronano l'Opera della corruzione con comporre un'aria, e poi chiederne a un povero Poetello le parole per adattarvi, ciocch lascio considerare a Vostra Eccellenza che bell'effetto debba produrre.
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La ragione, perch anco le cose pi belle della Musica, parlando dell'arie, che fanno il maggior negozio del canto, tediano spesse volte l'udienza, sono le zinfonie, che perseguitano il Cantore dal principio sino alla fine, l'esser troppo lunghe, le tante repetizioni, e poi le benedette cadenze, nelle quali vomitano i Musici talvolta tutto in un colpo l'intero capitale dell'arte loro. Fino al tempo di Pistocco quando il Musico cantava l'Orchestra taceva, e quando il Musico si fermava per ripetere, o per quindi passare alla seconda parte, la zinfonia faceva il suo giuoco propriamente, e colla dovuta armonia, e non ripetendo come fa ora nota per nota quello che ha detto il Musico, e senza quei tanti unisoni e ottave, di cui i Compositori dal Pollaroli in qu, che ne fu l'inventore, sogliono riempirle.
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Quanto alle cadenze dovrebbono i Cantori considerare, che elle non sono che un brevissimo epilogo de i tocchi o passi pi riguardevoli dell'aria che si canta, e allora le userebbono pi parcamente e senza pronunziar note, che significano talvolta l'allegria d'uno sposalizio, quando nell'aria non si  parlato che di disperazione o di morte. Della zinfonia che si suona all'apertura della scena dovrebbono i Compositori tener molta cura, osservando al fine per cui  stata introdotta, che  quello di preparare l'udienza a vedere o sentir rappresentare un'argomento guerriero, festivo, pastorale secondo ch'egli , procurando di comporla pi analoga che sia possibile al contenuto del Drama, e farne un concludente preludio, che tale  appunto il significato e l'intenzione di simili zinfonie. Per ultimo parler de i Pasticci.
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Maledetti Pasticci! Ha Vostra Eccellenza sentito mai cosa pi mostruosa d'un Pasticcio Musicale? E come potrebbe avvenire altrimenti, quando l'argomento del Drama  per esempio d'architettura Greca, e gli ornamenti che sono le arie sono prese da un tempio Gotico o da una torre Cinese? Della parola gusto hanno i Musici per la maggior parte fatto un complesso di significati che da essi medesimi non s'intendono. La parola gusto non significa altro che delicatezza di palato, cio a dire giudizio. Cantare propriamente, vestirsi della passione che il Musico intende d'esprimere, per interessarvi l'uditore, questo  l'unico significato della parola gusto, come il parlare assennatamente con dignit e con grazia a misura de i propositi, che si trattano, si dice parlar con giudizio.  comune la doglianza che si fa della troppo delicata insofferenza de i Musici.
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Su questo punto mi permetta Vostra Eccellenza ch'io m'eriga in loro Avvocato, e ch'io dica che chiunque se ne lamenta parla da uomo che ignora sino dove s'estendono le forze dell'abito: Un Musico per giugnere a figurarsi d'essere un Cesare, un Pirro, un'Annibale, grandi scale bisogna che faccia colla fantasia per giugnere al termine di contraffarne sulla scena i caratteri. Quivi finalmente pervenuto si veste, una Corte in figura di gran Signori lo segue, ei comanda, ognuno ubbidisce, per quelle tre ore che dura lo spettacolo il mondo  suo; e quale  quel Principe, che vesta le solennit dell'Imperio tre ore per volta la maggior parte dell'anno? Mi riserbo ad altra occasione di dire a Vostra Eccellenza alcuna cosa sopra la ragione del suono, restando per ora con farle umilissima riverenza.
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Di Vostra Eccellenza.
Londra.
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Al medesimo,
Della ragione del Suono.
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Eccellenza.
LA RAGIONE del suono  quella stessa del canto. Ogni strumento ha per suo fine principale, anzi unico, la imitazione della voce umana in generale, alcuni ne abbracciano tutta la Provincia, come l'Organo, l'Arpa, il Violino, i quali imitano le voci d'ogni et, altri si limitano a imitare i Tenori, e i Baritoni, come il Violoncello, e altri i Bassi pi profondi come fa il contrabbasso; altri poi sono destinati a esprimere, le cose d'amore e le flebili come i flauti, altri con leggerezza danzevole la letizia giovanile, come la chitarra, il mandolino, il salterio, altri le cacce e ogni boscareccio divertimento come il corno da caccia e l'Oboe, le quali venatorie rappresentanze combinando con tutta la possibile analogia a i rallegramenti della guerra vengono questi strumenti maritati col tamburo e col timpano, che per la musica della guerra furono inventati.
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L'organo ha sempre conservato intatto il suo imperio nelle Chiese, il violino  il tiranno del Teatro, e d'ogni altra festa musicale profana. Il Corelli  stato l'Apollo del violino, ed ha co i suoi divini componimenti immortalato il potere dell'armonia e della melodia congiunte insieme, e pi si sentono le sue Opere sonare pi si sentirebbono, per lo usurparsi che fanno col loro incantesimo sempre piacevolmente i pensieri di chi le ascolta. Se anderemo a rintracciare donde nasca questa magica possanza de i componimenti del Corelli noi troveremo ben tosto, che tutto il segreto consiste nello aver'esso tracciate con maravigliosa imitazione le potenze della voce umana nel suo pi soave e piacevole, e nello essersi ingegnato di esprimer col suono quelle passioni, che un concerto di voci umane, ognuna secondo il suo potere, esprimerebbe a seconda delle regole pi esatte dell'arte. Le potenze della voce umana sono tante quanti sono i gradi dell'et. Comincia la voce al primo momento del nascere.
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L'uomo nascendo, siccome gli organi non fanno che svilupparsi dal loro abbozzamento, manda una voce acerba e imperfetta, e in conseguenza disgustosa alla temperatura dell'orecchio delle persone provette, le quali hanno accostumato l'udito al suono delle voci mature, e ridotte alla proporzione necessaria per esser grate. A misura del dilatarsi, che fanno gli organi, la voce si va di mano in mano disarcebando, fino che giunto il fanciullo alla capacit di parlare il tuono della voce cessa d'offendere, e in poco tempo sebbene ritiene un poco di stridulo, pure quando non isforza il tuono ci si comincia a sentire una certa mollezza che concilia piet ed affetto. Verso i dodici o tredici anni su i confini della pubert, quando l'Albero  ridotto capace di produr frutto, specialmente in Italia le voci vanno al soprano, e le pi a un contralto tolerabile sennon perfetto, e per mezzo della Castrazione si perpetua sino alla vecchiezza il Soprano o Contralto, che  il fine per cui furono inventati i Castrati.
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Ecco la perfetta pubert, tra i quindici e i diciott'anni, quando la voce  nel suo pi bel verde, quindi vanno i polmoni sempre acquistando maggior forza, sino che venuti i venticinqu'anni che vale a dire finito di crescere, e condotti tutti gli organi alla loro maturit, l'uomo  giunto alla sua perfezione corporale, e cos pu mantenersi in vigore sino presso i quaranta; quando siccome fino a i venticinqu'anni tutto non fa in noi che crescere verso la sua perfezione, viceversa comincia tutto a diminuire, e andarsene adagio adagio, e talvolta a passi di gigante verso l'intero suo disfacimento, che  quello che dicesi morte. Le sonate d'ogni strumento non fanno che imitare un discorso, rappresentante qualche passione.
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Il sonatore giudizioso procura sempre di scegliere quei tuoni che sono pi grati all'orecchio di chi ascolta. Quei tuoni delle voci della infanzia acerbi striduli e disgustevoli sono quelli, i quali devono maggiormente evitarsi, e i bambini ne i loro vagiti non rappresentano che espressioni di quel dolore, al quale quella tenera et o per le percussioni troppo violenti dell'aria, o per qualche altro accidente gli tiene continuamente soggetti. I sonatori specialmente di violino, se avvessero in vista questa considerazione, si guarderebbono con molta cura da quei tanti sopracuti de i quali per le loro ingrate e insignificanti bravure continuamente si servono. Per le cose allegre l'et della giovent  la pi propria, che vale a dire il moderato soprano e il contralto, siccome per le amorose, le quali convengono anco al tenore, ma con pi moderazione.
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Un discorso serio si fa ordinariamente dalle persone pi adulte, e questo il tenore, il baritono e il basso lo possono esprimere propriamente. In un concerto dove si figura che tutte le voci concorrano in un medesimo discorso, gli accuti che figurano le voci pi giovani, devono entrar pi di rado, siccome rappresentanti persone, alle quali  dalla modestia permesso di parlar pi di rado. Di questa filosofia pare che il Corelli pi d'ogni altro si sia servito per guida ne' suoi componimenti, avendo fatto suo maggior negozio delle voci di mezzo, e quindi usati i bassi come regolatori della zinfonia, o sia del suo discorso musicale.
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Sebbene i Maestri pi saggi di quest'arte dieno sempre a i loro scolari a studiare il Corelli per farsene un modello per la imitazione della natura, questi nondimeno venuti alla capacit di comporre abbandonano tosto questa aurea via di mezzo del Corelli, e non solo si danno a far giocare continuamente gli acuti pi puerili e pi striduli del loro strumento, ma lasciata la imitazione della voce umana, uccelli, cani, o altre bestie si danno a imitare, e chiamano questo bravura. Il Ferrari che di queste bravure poteva dirsi l'Apollo, e che realmente era per ogni riguardo eccellentissimo sonatore, avendo quella stima che doveva del Gemignani, volle in tutti i modi farsi sentire da lui.
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Terminato ch'egli ebbe di sonare domand al Gemignani che gli paresse di quel suo modo? a questo il Gemignani rispose, voi siete un grandissimo sonatore, ma non mi avete col vostro sonare mossa alcuna passione. Ecco rappresentato a Vostra Eccellenza meglio che ho saputo lo stato de i nostri spettacoli musicali, i quali appunto per gli errori che vi si commettono, dimostrano quanta possanza debba avere sopra quella d'ogni altra Nazione la nostra Musica, poich cos guasta com'ella  trionfa nondimeno sopra tutte in ogni Metropoli d'Europa.
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Non so se questa general corruzione del nostro gusto musicale un giorno o l'altro si emender, siccome potrebbe facilissimamente succedere, avendo tutte le cose umane un certo corso, che  di risorgere talvolta dopo un lunghissimo oblio, come fecero tutte le arti liberali in Italia, e quindi, cresciute al pi alto grado di perfezione, corrompersi e a poco a poco declinando tornare alla loro antica barbarie, come pare che di tutte segua a gran passi presentemente.
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Supplico Vostra Eccellenza di un benigno compatimento, e di gradire quel buon desiderio che ravviser in queste mie osservazioni di vedere la nostra Musica, della quale Ella fa il suo pi giocondo diporto, tornata a quella propriet e semplicit, dalla quale il cattivo gusto de i Professori l'ha deviata, e pieno di vera stima e di profondo rispetto mi do l'onore di ratificarmi.
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Di Vostra Eccellenza.
Londra.
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A Mylord Walpol.
Quale sia la Nazione, che nella pronunzia della Lingua Latina s'avvicini pi al modo, con cui gli antichi Romani la pronunziavano.
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Eccellenza.
NON vi  Nazione, dove si faccia qualche uso della Lingua Latina, la quale nel pronunziarla non creda d'accostarsi pi di qualunque altra al modo con cui gli antichi Romani la pronunziavano.  ben vero che ognuno la pronunzia nella stessa maniera del suo dialetto nativo. In Ungheria, in Boemia e in Polonia sono Villaggi dove la Lingua Latina ha senza interruzzione durato e dura sino al presente a parlarsi comunemente.
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Queste Popolazioni parrebbe che dovessero pronunziarla pi analogamente a gli antichi d'ogni altra, per la ragione appunto d'averla conservata senza interruzzione sino al presente come dialetto comune. Io per non sono di questa opinione, prima perch la Lingua Latina, che costoro parlano  una lingua barbara, e senza alcuna eleganza; e poi perch son certo che ne anco i loro antenati, i quali vivevano al tempo che fioriva la Lingua Latina in Roma, come segue di ogni lingua nelle regioni lontane dalla Capitale, la pronunziarono mai propriamente. Non si  in certa maniera interrotto mai l'uso della Lingua Latina ne anco in Roma e nel rimanente d'Italia, poich il servizio divino ha sempre continuato in Latino, le leggi Romane hanno sempre continuato a essere in uso, e ne i Tribunali le scritture che gli Avvocati vi presentano sono in Latino, eccetto che in Venezia, dove da gran tempo si  stabilito un Codice Veneziano, e da poco in qu anche in altre parti le cause si trattano s parlando come scrivendo in Lingua Italiana.
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Ma superiore a qualunque altra prova e congettura, onde decidere che gl'Italiani, anzi noi Toscani, pronunziamo la Lingua Latina pi propriamente di qualunque altra Nazione, io credo che sia la nostra Lingua Toscana medesima. La Lingua Toscana considerandone le frasi e le parole  quella che ha ritenuto pi di qualunque altra della Lingua Latina sua madre, tanto che qualunque straniero, che sia erudito di Lingua Latina, leggendo qual si sia prosa e anche poesia scritta in Lingua Toscana, ne intende a prima vista il senso facilissimamente.
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Un'altra ragione poi perch noi Toscani, e non i Romani, abbiamo ritenuto pi d'ogni altra Nazione dell'antica pronunzia Latina si , perch Roma  stata invasa e saccheggiata da i Barbari moltissime volte, ed  stata sempre, siccome  anco al presente, un'alluvione continua di Forestieri, e de gl'indigeni antichi Romani, eccetto pochissime Famiglie, non ve ne sono rimasti da propagare e mantenere l'antica pronunzia; dove al contrario Firenze, bench alcuni dicano che Totila la saccheggiasse, non ha mai sofferta invasione alcuna, e il Popolo , come dice Dante, del seme de gli antichi Romani, e tra la Nobilt si contano pochissime famiglie Longobarde, e alcune Francesi passate in Italia con Carlo Magno, le quali non facendo numero considerabile, non hanno potuto imbastardire in alcuna maniera il nostro dialetto, e molto meno la nostra pronunzia.
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Vostra Eccellenza che ha fatto qualche soggiorno in Italia, e specialmente in Toscana, ed ha fatto sua occupazione e diletto dello studio della nostra lingua, potr giustamente decidere se l'amor proprio o la retta ragione m'abbiano indotto a pronunziare questo giudizio. Supplico Vostra Eccellenza a continuarmi la sua stimatissima grazia, e a credermi quale con umilissimo ossequio mi protesto.
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Di Vostra Eccellenza
Londra.
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Al Signor Dottor Gregorio Sharp.
Sopra il Valore delle Ricchezze.
Illustrissimo Signore Signore Pad:ne Col:mo.
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TUTTA la morale de gli antichi  piena de i mali che producono le ricchezze. Diogene, Socrate e tanti altri Filosofi le hanno con eccesso di costanza sprezzate e ricusate fino alla morte, ad oggetto di conservare immaculata e lontana da ogni tentazione la loro virt. Anco tra i Romani de i primi secoli Giunio Bruto, Cincinnato, Publicola e altri infiniti furono disprezzatori di ricchezze, e le riguardarono come sorgente d'ogni vizio. L'Evangelio, che  padre e fonte purissimo d'ogni pi squisita sapienza, non fa che ispirare il massimo orrore per le ricchezze, come quelle che pi di qualunque altro oggetto mondno corrompono il cuore dell'uomo, e lo deviano da quel fine per cui  stato creato.
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Ma di tutte le verit morali de gli antichi Filosofi, non meno che di quelle dello Evangelio, non ve n'ha alcuna, a cui gli uomini chiudano maggiormente l'orecchio quanto a quella che dimostra la pernicie delle ricchezze. La ragione per cui gli uomini fanno tanto poca attenzione a tutto quello che vien detto contro le ricchezze io credo che venga da un falso supposto. Il supposto ch'io credo falso , che elle moltiplichino all'uomo qualunque sua facolt, onde appagare in infinito i suoi desiderj, che  il punto dove ognuno fissa il colmo delle felicit.
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Che le ricchezze debilitino le potenze s del corpo come dell'animo  dimostrazione geometrica. Quanto al corpo, compariamo la robustezza d'un povero, cio a dire d'uno che s'applichi a un'arte che lo tenga continuamente esercitato, con quella d'un ricco, il quale non si eserciti che qualche ora del giorno per puro divertimento, e troveremo che la robustezza del primo sar superiore a quella del secondo alla proporzione almeno di dieci a tre. Anco i mali che patisce il povero saranno pi rari, e di pi facile guarigione di quelli del ricco, perch il corpo del primo aver maggiore energia, per cagione della sua robustezza, da espellere all'esterno le impurit de gli umori, e non aver l'insidia Medica che colla superflua moltiplicit de i rimedj lo tenga in una perpetua convalescenza.
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La Gotta, il Reumatismo, la Pietra, le Vertigini, le Indigestioni sono mali quasi che ignoti a i poveri in comparazione di quei tanti ricchi, che ne sono di continuo afflitti. Sono anche i poveri assai pi felici ne i loro piaceri de i ricchi. E veramente quale  quel pasto di gran Signore, composto di Fagiani, di Pernici, di Pesci preziosi, di Pasticci e d'ogni altra pi fina delicatezza, preparata per cos dire nella sala aurea di Nerone, il quale, quanto alla sodisfazione che reca a i convitati, possa agguagliarsi a un buon piatto di porco salato e di fave, che sia divorato da una famiglia di Contadini in una aperta campagna dopo quattro o cinqu'ore di lavoro?
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Quale  quel festino di ballo o di giuoco della Citt, il quale quanto alla letizia che reca a quelli che lo compongono, possa compararsi a qualunque villesco trattenimento? Dir anche di pi, che le ricchezze in vece di arricchire un'uomo lo impoveriscono, e lo impoveriscono in infinito, perch infiniti sono i bisogni che gli somministrano. Comincia un'uomo ricco con aver bisogno di servitori, che lo vestano, ed eccolo simile a un fanciullo o a uno infermo, incapace di far'uso delle mani e delle braccia, che sono i servitori che la natura ha dato all'uomo per aiutarsi ne i suoi bisogni. Servitori ci vogliono per provvedere a tutto quello che bisogna per la casa, per pagare e riscuotere, per interrogare, per rispondere a quelli che hanno bisogno di parlargli, in somma il ricco  l'uomo inetto della societ, cio a dire eternamente fanciullo, eternamente ammalato, une specie d'imbecille, reso cos incapace di fare alcuna di quelle funzioni, che lo riguardano, da quel Tiranno delle ricchezze.
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Per rendersi maggiormente meschino il ricco il pi delle volte non esce di casa solo e a piede, ma per traportarlo dalla sua casa in un'altra o da paese a paese, ha bisogno d'una casina, la quale ha nome carrozza, dove egli s'imprigiona, la qual casina ha bisogno d'un'altro aiuto che sono i cavalli che la tirano, e questi portano seco un'altro bisogno che  quello d'un cocchiere che li conduca, e a questi bisogni se ne aggiugne un altro, che  quello di servitori che vadano dietro. La tavola ha da esser composta di molto maggior copia di vivande che non bastano per nutrirsi, di molto maggior numero di liquori, che non bisognano per abbeverarsi, ci vuole l'ananas, che costa una ghinea a chi lo coltiva nel proprio giardino, quando un piatto di pere che costa pochi soldi sarebbe almeno egualmente piacevole e pi salubre, e cos d'ogni altra cosa che appartenga a i bisogni del nutrimento, come il Te, il Caff, la Cioccolata, con tutti gli altri Indiani bisogni, de i quali ha potuto l'Europa far senza tante migliaia d'anni.
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Il vestire rende parimente l'uomo ricco oltre modo necessitoso, perch cominciando dalla camicia, che sempre ha da essere di tela forestiera di gran prezzo, un superfluo ridicolo perch inutile e incomodo, quali sono i manichini di trina, deve costare dieci e fino a quaranta e cinquanta volte tanto quanto la camicia medesima. Ne i vestiti poi l'oro e l'argento, i quali non hanno alcuna analogia coll'uficio del panno che serve di scudo alle membra contro le ingiurie delle stagioni, costano un tesoro, e si racconta da tutti i viaggiatori, che un Gentiluomo di Germania ne ha una Guardaroba tanto copiosa da poterli mutare ogni giorno per due anni continui, e si mostrano a ognuno per eccitare la maraviglia della grandezza di quel Signore.
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Rara  quella famiglia tra i ricchi la quale non abbia un capitale d'argenteria e di gioie. Qualunque pi ricco Cittadino non occupa mai colla sua persona pi di due o tre stanze tutta la vita, eppure infiniti sono dappertutto i Palazzi, che eccedono le cinquanta e le cento. Eguali a i vizj che le ricchezze recano al corpo, anzi molto superiori, perch pi dannosi, sono quelli che inducono nella mente. Il primo vizio mentale che procede dalle ricchezze  la naturale avversione alla industria, tanto che il ricco giugne fino ad aver bisogno d'un aiuto per ispiegare i suoi concetti in una lettera.
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Ed ecco un uomo incapace di giudicar rettamente dappers sopra qualsivoglia emergente, e sempre bisognoso de gli occhi e del senno d'un'altro per impedirgli di continuamente ingannarsi. Da questo nascono quelle tante ingiustizie ed oppressioni, le quali ogni giorno vegghiamo procedere da i potenti, le cui buone intenzioni devono esser sempre tradite da quei precarj assistenti, da i quali sono obbligati di farsi dirigere. Il disprezzo e l'avversione contro i non ricchi  uno de gli effetti pi ovvj delle ricchezze, come anche l'invidia e quindi l'odio verso gli scienziati, come quelli che rappresentano tanti specchi che continuamente gli umiliano con inoltrargli la loro ignoranza e debolezza.
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Anco il desiderio continuo di maggiori ricchezze  un Tiranno crudele de i ricchi, tanto che giungono a sposare una dote senza curare n et n qualit n forma della sposa che prendono, e finalmente la ipotecaria pretensione a qualunque onore, e quel ch' peggio a qualunque Impiego Ministeriale de i Governi, donde provengono tutte quelle calamit, dalle quali vegghiamo pur troppo spesso afflitte e disordinate le Repubbliche e i Principati. Gli antichi Padri della Repubblica Romana penetrarono addentro il veleno delle ricchezze, e con ponderata sapienza provveddero con leggi santissime contro qualsivoglia sorte di lusso, come un fomento distruttivo di qualunque moderazione, e cos mantennero ne i Cittadini l'industria, la virt, e l'amore della Patria, al bene della quale tanti e tanti sacrificarono con filial desiderio la propria vita.
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Questo Eroismo dur tanto quanto i Cittadini durarono nell'aurea mediocrit delle ricchezze, ma scosso il timore de gli emuli Cartaginesi, e conquistata la Grecia, l'Egitto, e tanta parte dell'Asia, divenuti gli animi rapaci e accumulatori di ricchezze, la moderazione divenne un'oggetto di disprezzo e di aborrimento, e l'amore delle cose proprie prevalse tanto a quello della Repubblica, che quella Roma che nella sua picciolezza si era vista ripiena di Orazj, di Scevoli, di Curzj offrire il petto a qualunque rischio per difenderla, vestita che ella si fu delle spoglie dell'universo, non si vide dentro e d'intorno che Clodj, che Catilini, che Cesari sfidare i pi evidenti pericoli per farsi parricidj della sua libert.
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Da quanto mi son dato l'onore di dirle fin qu costa chiarissimo non essere stato un'entusiasmo, un fanatismo quello di quei saggi che hanno concluso le ricchezze essere la distruzione d'ogni virt, e la rovina delli stati medesimi, ma bens un calcolo geometrico, verificato dall'esperienza, e comprovato dal vedere che il bisogno  stato il maestro di tutta l'umana sapienza, e viceversa le ricchezze il fonte perenne di tutti i vizj. La desidero quanto prima tornata de i nostri, e pieno di stima e d'amicizia mi do l'onore di protestarmi.
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Di Vossignoria Illustrissima.
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Londra.
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Al Signor Guglielmo Bromfield,
L'Autore gli rende grazie dell'assistenza prestatagli in una sua pericolosissima malattia.
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Illustrissimo Signore Signore Pad:ne Col:mo
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TRA le tante felici combinazioni, le quali accompagnarono la straordinaria fortuna d'Ottaviano Augusto, quella unicamente gl'invidio che lo pose in istato di remunerare Imperatoriamente Antonio Musa, per averlo mediante la sua prudenza medica redento da una ostinata ostruzzione di fegato, che gli minacciava la morte. Eguali alle obbligazioni d'Augusto verso del Musa sono quelle ch'io professo a Vossignoria Illustrissima anzi tanto maggiori quanto pi dolorosa era quella mia Nefritide, che mi ha fatto per tanti mesi odiar la vita, la quale merc l'aiuto divino, e la incomparabile di Lei attivit e sapienza son tornato a godere nella sua pristina serenit e piacevolezza.
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A dono tanto prezioso vuole la mia sventura ch'io non possa corrispondere che con espressioni di gratitudine, il mio Regno non si estendendo oltre i confini di una breve giurisdizione di parole.
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Nondimeno se in questa mia picciolezza Vossignoria Illustrissima scorge alcuna facolt, che possa contribuire all'adempimento d'alcuno suo desiderio, la supplico di disporne con quella libert che ella suole di tutto quello che le appartiene, sicura che niuna cosa pu al mondo recarmi maggior piacere quanto l'esecuzione de' suoi pregiatissimi comandamenti, a i quali dichiarandomi sempre pronto resto facendole devotissima riverenza.
Di Vossignoria Illustrissima.
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Londra.
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FINE.
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Note al testo.
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(2) L'Autore era divenuto cieco.
(3) L'Autore era uno de i Presidenti del Parlamento di Bourdeaux.
(4) Esprit des Loix, Livre 11. Chap. 7.
(5) Verberare servum ac vinculis & opere coercere rarum. Occidere solent non disciplina & severitate, sed impetu & ira ut inimicum, nisi quod impun.
(6) Diem, noctemque continuare nulli probrum. Crebr ut inter vinolentos rix, raro conviciis, spius cde & vulneribus transfiguntur.
(7) Aleam (quod mirare) sobrii inter sacra exercent, tanta lucrandi, perdendive temeritate, ut cum omnia defecerunt, extremo ac novissimo jactu de libertate & de corpore contendant. Victus voluntariam servitutem adit. Quamvis junior, quamvis robustior, alligari se ac venire patitur. Ea est in re parva pervicacia: ipsi fidem vocant.
(8) Mox rex vel princeps, prout tas cuique, prout nobilitas, prout decus bellorum, prout facundia est, audiuntur, auctoritate suadendi magis, quam jubendi potestate.
(9) Silentium per Sacerdotes, quibus tum & coercendi jus est, imperatur.
(10) Nec dierum numerum ut nos, sed noctium computant.
(11) Pigrum, quin immo & iners, videtur sudore acquirere quod possis sanguine parare.
(12) Ravenna situata presso al mare Adriatico, dove il Po scarica le sue acque per cessare il corso insieme co i fiumi, che si scaricano in lui.
(13) Gentile, cio suscettibile facilmente d'Amore. Cos lo interpreta il Boccaccio.
(14) Fece innamorar costui del mio bel sembiante e della mia leggiadra persona, che dal mio marito mi fu tolta quando m'uccise; e la maniera barbara con cui fui uccisa m'accuora ancora adesso ricordandomene perch un sol colpo uccise me e il Drudo.
(15) Cio che vuole che ogni amato riami, n consente il non riamare a chi che sia.
(16) Ad una morte medesima data da un'istesso colpo.
(17) Caina luogo detto da Dante cos da Caino uccisor del fratello, dove sono puniti quelli che uccisero loro congiunti a tradimento, aspetta l'empio fratello e marito che ci uccise.
(18) Offense per offese. Dante le chiama offese piuttosto che castigate, vinto dalla compassione dell'infelice amor loro.
(19) Lasso vale me miserum esprimendo l'eccesso della compassione.
(20) Infelice e pietoso, facendomi provare per compassione i vostri mali.
(21) Per che modo intendeste scambievolmente l'amore che l'uno aveva concepito per l'altro?
(22) Dottore. Intende di Boezio, che Dante leggeva spesso, siccome egli stesso nelle sue prose dichiara, ed allude al detto di quello Autore: In omni adversitate fortun infelicissimum genus infortunii est fuisse felicem.
(23) Di Lancillotto Cavaliere della Tavola rotonda, e di Ginevra.
(24) Senza sospetto che alcuno soppravvenisse.
(25) Quella lettura ci spinse a riguardarci amorosamente e a mutarci di colore.
(26) Il desiato riso la bocca ridente di Ginevra.
(27) Questi cio il suo amante Paolo.
(28) Tremante cio incerto se quel bacio fosse gradito.
(29) Galeotto si chiamava colui che fu il mezzano tra Lancillotto e Ginevra, e qu vuol dire mezzano d'amore.
(30) Accenna con quel serrar di libro che avvenisse dopo tra loro con assai maggior grazia che non fa Virgilio quando parla dell'incontro fortuito di Didone e d'Enea nella spelonca.
(31) L'uno spirto cio Francesca, l'altro cio Paolo.
(32) Verso mirabilissimo dove anco il suono e la giacitura delle parole concorrono divinamente insieme a spiegare il pensiero dell'Autore.
(33) Signore dell'Altissimo canto fu Omero chiamato da Dante nel canto quarto dell'Inferno:
 Cos vidi adunar la bella scuola
Di quel Signor dell'Altissimo canto,
Che sovra gli altri come Aquila vola.
(34) Boboli, Giardino annesso al Palazzo Granducale in Firenze.
(35) Il Ferrarese, cio l'Ariosto che era di Ferrara.
(36) Intende di Fiesole, da cui quelli abitatori si partirono, e scesi al piano per maggior comodo fabricarono Firenze sulle rive del fiume Arno.
(37) Nel tempo che l'Ariosto era in Firenze sussisteva la Repubblica, e Siena, che occupava l'altra met e pi di quello, che ora fa il Gran Ducato di Toscana, era parimente Repubblica.
(38) Mugnone torrente che corre presso alle mura di Firenze.
(39) Riga per irriga o bagna.
(40) What will become of our liberties?
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FINE.